È agile ma nello stesso tempo prezioso l’ultimo libro di Giuseppe Zanetto, “Siamo tutti greci” (Feltrinelli, Milano 2018), perché nelle sue pagine l’autore definisce in modo chiaro, e con esempi convincenti, il debito che noi moderni abbiamo nei confronti della Grecia antica, trattando questo argomento con la misura che esso necessita.

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Infatti, anche se il titolo del volume ricalca una frase del grande poeta inglese filelleno Percy Shelley (we are all Greeks), la riflessione di Zanetto – che insegna Letteratura greca alla Statale di Milano – procede senza fanatismi, anacronismi o inadeguate “mitizzazioni” di quel glorioso passato. 

Sono tanti i temi trattati, dalla condizione femminile (pp. 13 ss.), alla composita vita politica di Atene (pp. 34 ss.), alla tradizione sportiva con relativa cura del corpo (pp. 78 ss.), al rapporto tra epica omerica e realtà storica (pp. 98 ss.), alla religione (pp. 117 ss.). Da tutti questi ambiti scaturiscono forme di continuità con quel passato, da analizzare, però, senza dimenticare che oltre duemila anni ci separano da quel tempo.

I Greci, la politica e noi

Un buon esempio del “metodo Zanetto” è dato dalle numerose riflessioni relative alla politica, argomento cui sono dedicati ben due capitoli (All’assemblea ogni giorno… e La politica? È un dono degli dèi). L’autore, infatti, ci fa capire come il quadro generale della pubblica amministrazione di Atene o di qualche altra pόlis fosse piuttosto simile a quello di uno Stato moderno; non così era, invece, per i meccanismi di funzionamento, poiché alcune prassi antiche (il sorteggio delle magistrature, l’ostracismo, le modalità di tassazione) appaiono incompatibili con i nostri tempi.
Inoltre, è pur vero che gli Ateniesi hanno “inventato” la democrazia, ma la sua pratica in forma diretta era pensabile solo con i ridotti numeri del tempo, se è vero che nell’Atene del V secolo i cittadini aventi diritto di “fare politica” non superavano le 20-30 mila unità.

Pregi e difetti della democrazia 

Proprio dalla riflessione sulla democrazia greca scaturiscono due importanti considerazioni di continuità. 

La prima è molto “alta”, e costituisce uno dei momenti più interessanti del libro. Si tratta del fatto che nell’assemblea popolare di Atene (ekklesìa) si sia affermato il “nostro” principio di prendere decisioni in tutti gli ambiti della vita collettiva. Infatti la libertà di parola (parresìa) e la parità di diritti (isonomìa) consentivano a tutti di parlare, discutere (magari litigare…), e quindi di decidere “a maggioranza”. Tale prassi, che noi diamo per scontata e applichiamo oggi in parlamento così come nell’assemblea di condominio – dice Zanetto – non è però sempre esistita: è dunque «un brevetto greco, ed è il risultato di una lunga elaborazione» (p. 39), e di ciò i greci erano giustamente orgogliosi.

La seconda presenta invece alcune significative forme di degenerazione della democrazia avvenute già in epoca antica, dove non mancarono manifestazioni di demagogia e populismo, parole oggi di grande attualità. Immortale così è il siparietto, tratto dai Cavalieri di Aristofane, nel quale Paflagone (parodia dello spregiudicato politico democratico Cleone) gareggia con un salsicciaio nell’offrire cibi gustosi a Demo (personificazione del popolo) per ottenerne il favore. E, allo stesso modo, andrebbe letta e riletta la pagina della Repubblica di Platone nella quale il filosofo afferma che spesso il popolo, davanti alle promesse dei politici, fa come il ragazzino che rifiuta la sana dieta suggeritagli dal medico per accettare torte e dolciumi offerti dal pasticciere…

È interessante notare come a mettere in chiaro questi “pregi e difetti” della democrazia siano stati proprio i suoi inventori, parecchi secoli prima che Winston Churchill pronunciasse la famosa battuta: «La democrazia è pessima; peccato che tutte le altre forme di governo siano peggiori». In fondo, dunque, anche il corpulento premier britannico col perenne sigaro in bocca – quanto di più lontano si possa pensare dalla classicità – era un po’ greco anche lui!

Una composita eredità 

Insomma: i greci non ci hanno lasciato solo il culto del bello e l’amore per la filosofia, non solo ci hanno affidato una letteratura immortale e un lessico senza tempo che si è poi “sciolto” nelle lingue moderne, se è vero che un quarto delle parole degli idiomi occidentali è dalla Grecia che deriva. Ci hanno anche fatto vedere – nel bene e nel male – come saremmo poi diventati, nelle storture della politica così come nei conflitti sociali e di genere o nella trasformazione dell’originaria, olimpica, purezza della pratica sportiva.

Allora è proprio vero quello che Zanetto afferma, e cioè:

Siamo greci quando parliamo, e pensiamo quello che diciamo; siamo greci quando mettiamo in dubbio quello che siamo abituati a pensare, e proviamo a vedere se è possibile pensare in modo diverso. Siamo greci quando non ci adagiamo su formule già pronte. Siamo greci ogni volta che costruiamo il futuro (p. 11).

E «siamo greci», sembra dirci l’autore, non significa che assomigliamo tutti ai coraggiosi eroi omerici o ai muscolosi bronzi di Riace; significa che dobbiamo guardare a quel mondo «con la certezza che laggiù, in Grecia, c’eravamo già stati» (p. 156), magari soltanto quando abbiamo scorto tra le pagine Saffo o Platone o tra i reperti – anche i più umili – di un museo archeologico le “profezie” su quello che oggi siamo.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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