Ci sono studiosi che si identificano con una disciplina, e – per certi versi – discipline che si identificano con alcuni studiosi. Non penso di sbagliarmi dicendo che a livello internazionale l’epigrafia latina si sia spesso identificata in questi ultimi vent’anni con la figura di Angela Donati (1942-2018), che è scomparsa lo scorso 13 ottobre.Intendiamoci: non è che siano mancati altri autorevolissimi studiosi, alcuni dei quali non ci sono più (ricordo solo Ida Calabi Limentani, Geza Alföldy e Silvio Panciera), mentre altri sono ancora in piena e feconda attività, nonostante una certa “emarginazione” alla quale gli studi epigrafici sono stati costretti in ambiente accademico.
Ma la professoressa Donati, a lungo ordinaria (e poi professore emerito) di Epigrafia e Antichità romane all’Alma Mater di Bologna, aveva almeno due caratteristiche speciali, che non sempre gli studiosi del suo livello posseggono.
Da un lato una semplicità e un’affabilità nei modi, una generosa disponibilità all’ascolto e al suggerimento, un atteggiamento sempre costruttivo e propositivo: tutto l’opposto dell’immagine del barone universitario chiuso nella sua torre d’avorio che spesso è radicata nella pubblica opinione.
Dall’altro lato, la grandissima capacità operativa, che l’ha vista negli anni essere instancabile organizzatrice di convegni (come i Colloqui Bartolomeo Borghesi, divenuti ormai una sorta di “rito laico” che si svolgono ogni due anni a Bertinoro), curatrice di mostre (l’elenco è tanto lungo da risultare impossibile), direttrice della rivista «Epigraphica», pubblicazione di respiro internazionale tra le più importanti del settore. E, soprattutto, è stata Segretario Generale della Association Internationale d'Épigraphie Grecque et Latine dal 2002 al 2012 (eletta nei Congressi Internazionali di Barcellona e di Oxford ), e durante il suo duplice mandato ha svolto una preziosa funzione di mediazione tra le diverse anime e sensibilità degli epigrafisti di ogni parte del mondo.

Mi rendo conto, però, che finora non ho neppure accennato allo spessore scientifico della studiosa, la quale ha saputo continuare il magistero di Giancarlo Susini (1927-2000), che dell’epigrafia è stato un profondo innovatore.
La scuola bolognese ha svolto un ruolo fondamentale nel trasformare la disciplina in una scienza meno erudita e – mi si passi il termine – più “umanistica”: le iscrizioni latine (e greche) non sono infatti meri documenti da decifrare e classificare, ma manifestazioni vive e pulsanti della cultura, dei valori, della “vita”, insomma, degli uomini di quel tempo. Parafrasando Marziale, potremmo dunque dire che anche la pietra iscritta sapit hominem.
Scrivere su pietra o bronzo, infatti, non è mai stato solo un gesto meccanico, ma il modo per veicolare qualcosa di importante, spesso dalle profonde implicazioni sociali, politiche e religiose; e mi piace dimostrarlo con un breve citazione proprio di Angela Donati>1, in uno dei suoi magistrali interventi sull’alfabetizzazione latina:

La raggiunta alfabetizzazione fu senza dubbio un segno di una distinzione sociale, anche se non una vera e propria prerogativa delle classi dominanti. Resta comunque del tutto singolare il fatto che gli oggetti iscritti sembrano essere quelli preferiti nel rapporto con le divinità, quasi ad indicare una situazione privilegiata, di prestigio. D’altro canto si ricordi che molto spesso nei grandi santuari del mondo classico, in tutto il Mediterraneo, anche il dio si serve della scrittura per comunicare in forma oracolare la sua volontà: semplici ciotoli o pregiate lamine assumono, con l’iscrizione, la forma di sortes mediante le quali viene resa nota al fedele la risposta della divinità.

Come si può vedere, in poche righe si parla della diffusione dell’alfabeto latino, ma si evocano anche questioni di ordine sociale e religioso che si aprono alle diverse culture del Mediterraneo: ciò perché Angela Donati si muoveva con disinvoltura nella storia locale (era presidente della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna), così come in quella della Sardegna, della Spagna antica, della Gallia d’Oltralpe a della sua amatissima Africa romana.

Sì, questa era l’apertura mentale professoressa Donati, della quale ho avuto il privilegio di essere “antico” allievo nei corsi di dottorato, e che negli anni non ha mai smesso di consigliarmi e di coinvolgermi in numerose e stimolanti iniziative. Mancherà a me, mancherà ai suoi colleghi, nonché alle centinaia di suoi ex allievi, oggi professori universitari, docenti di liceo, operatori dei Beni Culturali…
E se mi permetto di farne questo breve ricordo su «La ricerca», che non è rivista settoriale di antichistica (dove altri con ben più titoli di me la commemoreranno), è perché sono sicuro che tra i nostri lettori che hanno studiato a Bologna senz’altro qualcuno ha sostenuto esami o tesi proprio con lei.

Come mi sarebbe piaciuto interrogarla sul graffito appena trovato a Pompei dei quali in questi giorni la stampa dà notizia, graffito che potrebbe mutare la data dell’eruzione del Vesuvio del 79 a.C.. Davanti alle illazioni giornalistiche su quella scritta, lei direbbe quello che mi ha detto pochi giorni fa in relazione alla lettura incerta di un’iscrizione latina, della quale era stata proposta una variante rispetto alla tradizione: «Bisogna andarla a vedere direttamente. E presto ci andrò io». È stata una lezione di metodo, come sempre. Purtroppo l’ultima.

Come dicevano gli antichi: le sia lieve la terra.


Nota 

1. A. Donati, L’alfabetizzazione latina, in P.G. Guzzo, S. Moscati, G. Susini (a cura di), Antiche genti d’Italia (Rimini, Sala dell’Arengo e Palazzo del Podestà), De Luca, Roma 1994, p. 97.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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