Anite e Nosside sono spesso nominate “in coppia” come raffinate esponenti dell’epigramma greco, genere che fiorì soprattutto in età ellenistica e greco-romana. Anzi, come rappresentanti di spicco della cosiddetta scuola epigrammatica “dorico-peloponnesiaca” (nella quale emerse, tra gli altri, Leonida di Taranto), convenzionalmente distinta da quella “ionico-alessandrina” (esperienza che vide pezzi da Novanta come Callimaco e Asclepiade) e da quella “fenicia” (che si identifica solitamente con l’arte di Meleagro di Gadara).

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Anite e Nosside non sono figure fra loro indistinguibili, e oggi la prima di queste due poetesse ha uno strumento in più per essere conosciuta anche dal pubblico dei non specialisti, e cioè un’elegante edizione delle sue poesia curata e tradotta da Ugo Pontiggia (Anite di Tegea, Epigrammi. Edizione bilingue, a cura di U. Pontiggia, La Finestra editrice, Lavis 2018).
Di lei, in realtà, sappiamo poco, se non che fu di Tegea (in Arcadia), che visse a cavallo tra il IV-III sec. a.C. e che ebbe una buona fama presso gli antichi, i quali le dedicarono alcune statue e, addirittura, la chiamarono “Omero al femminile”: ciò per il suo talento, ovviamente, ma anche perché saccheggiò i poemi omerici (e non solo) alla ricerca di spunti, parole, espressioni da rielaborare e trasformare in poesia “nuova”. Sì, perché il mondo classico concepì questa operazione come una doveroso atto di omaggio, di devozione, verso i modelli, non già come assenza di originalità, e men che meno come plagio.
L’Antologia Palatina e quella Planudea – che ci tramandano poche manciate di suoi deliziosi epigrammi – ci fanno capire come i temi principali della sua produzione fossero da un lato il compianto funebre (per uomini o animali), dall’altro la descrizione del paesaggio arcadico. Infatti, come scrive Pontiggia, «per la sua brevità, l’epigramma si adattava naturalmente alla materia del compianto e anche alle brevi descrizioni di luoghi, della loro realtà oggettiva e del loro potere evocativo» (p. 8).

Il compianto per la morte di animali

  • xDelfini, dai mosaici di Cnosso

La specialità di Anite fu proprio il lamento per la morte di animali (che ebbe poi grande eco nella cultura antica: si pensi al povero passer di Lesbia cantato da Catullo…), genere nel quale la poetessa arcadica dà prova, oltre che di bravura letteraria, di commossa partecipazione al destino di questi esseri, sovente strappati prematuramente alla compagnia degli uomini.
Se ne propone ora un esempio tratto dall’Antologia Palatina, limpidamente tradotto da Pontiggia; è stato composto da Anite per la morte di una cavalletta e di una cicala, per le quali la piccola Mirò – che amava giocare con loro – fece addirittura una tomba comune.

Per una cavalletta, usignolo dei campi,
e per quella cicala che vive nelle querce,
Mirò fece una tomba comune, versando lacrime
di bimba. I suoi due compagni di gioco
li prese e portò via Ade, difficile da persuadere.

(Antologia Palatina VII, 190)

È evidente, come già si diceva, l’emozione che Anite vuole destare con i suoi versi, con i quali celebrò anche la morte di altri volatili, di un cavallo e perfino di un delfino, animale che mai nessuno prima di lei aveva compianto, il quale da vivo nuotava «superbo sui mari percorsi da navi» (Antologia Palatina VII, 215).

Epitaffi e paesaggio arcadico

  • xUna giovane flautista, rilievo dal Trono Ludovisi, Roma, Palazzo Altemps

Non meno suggestivi gli epigrammi per la morte di uomini e donne: tra loro un tal Mani, «che ora che è morto è pari al grande Dario» (Antologia Palatina VII, 438), o la giovane Antibia, la cui prematura scomparsa «fece cadere le speranza» dei suoi numerosi pretendenti (Antologia Palatina VII, 490). Microstorie di uomini e donne, dunque, che la letteratura ha nobilitato e consegnato alla perennità.
Come è ovvio, inoltre, il paesaggio cantato da Anite è caratterizzato da «verdi foglie» e da «acqua fresca dalla fonte», che danno ristoro ai viandanti (Antologia Palatina XVI, 228): se no che Arcadia sarebbe?
Insomma: l’invito è a leggere con trasporto questi brevi componimenti, e – per chi voglia saperne di più – ad attingere al ricco commento, esaustivo ma non pedantesco, del curatore del libro.
Certo, in questi versi non troviamo la potenza e l’originalità di Saffo, a buon diritto la più famosa poetessa greca; ma Anite visse in altri e più recenti tempi e gli epigrammi non sono pensati affatto per gareggiare con la lirica, genere che anche lei praticò, ma del quale nulla ci resta. Vi troviamo però un’eleganza e una sensibilità del tutto femminili, una grazia e una delicatezza che colpiscono noi moderni; e che – sono sicuro – sorprenderanno coloro che vorranno leggere questo volumetto breve ma intenso, sobrio ma raffinato: proprio come le poesie che contiene.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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