Scrivere la storia di Segesta – città degli Elimi che il mito vuole fondata da Enea, ma rapidamente ellenizzata – e di Selinunte – sub-fondazione della colonia dorica Megara Hyblaea – significa, in un certo senso, scrivere la storia del Mediterraneo antico. 

Due città rivali
Queste due antichissime comunità della Sicilia furono spesso in contrasto tra loro per ragioni di espansione territoriale: e fin qui nulla di strano, perché la storia antica (e non solo…) è costellata di contese locali. La peculiarità è che i loro attriti si inserirono quasi sempre in più ampi scenari di politica internazionale. Ciò avvenne anzitutto perché i Segestani chiesero aiuto nel 416 a.C. ai potenti Ateniesi, i quali assalirono vanamente la filo-spartana Siracusa, alleata di Selinunte, in quello che fu uno dei più nefasti momenti (per Atene) della Guerra del Peloponneso.
Ma il destino di Selinunte era comunque segnato, poiché qualche anno dopo (409 a.C.) furono i Cartaginesi – ai quali Segesta si era rivolta in questa occasione - ad attaccarla, sconfiggerla, e metterla sotto il loro controllo; il controllo punico si estese però anche alla stessa Segesta, fino alla sanguinosa conquista della città per opera del tiranno siracusano Agatocle nel 307 a.C.. Poi gli anni si snodano inesorabilmente, con le vicende che vedono l’intervento in Magna Grecia e Sicilia del re epirota Pirro (dopo il 280 a.C.) e la trasformazione della Sicilia in provincia romana dopo la fine della Prima Guerra Punica (241 a.C.). 
Dunque Atene, Siracusa, Cartagine, Roma furono non solo spettatrici, ma attive fautrici della storia di queste due città, rendendole così partecipi della “macro-storia” del mondo classico. 
Ataviche rivali – come si è visto – anche oggi Segesta e Selinunte sembrano gareggiare, ma solo nella bellezza dei monumenti e nelle emozioni che regalano ai visitatori, poiché conservano alcune tra le più suggestive vestigia archeologiche del nostro Paese. 
Non basterebbe però un saggio per trattare esaurientemente di questi siti, e dunque non voglio neppure provarci. Voglio solo, di ritorno da un viaggio in Sicilia, condividere qualche impressione con i lettori de La Ricerca, e farlo anche, con l’aiuto di parole più autorevoli delle mie: infatti queste rovine esaltarono alcuni tra i più famosi esponenti del Grand Tour tra Settecento e Ottocento. 

  • xLa straordinaria ubicazione del tempio di Segesta
  • xLa fronte del tempio di Segesta
  • xParticolare del tempio di Segesta
  • xLo spettacolare teatro di Segesta
  • xSelinunte, il tempio ricostruito
  • xSelinunte, rocchi di colonne
  • xSelinunte, rovine del tempio G
  • xSelinunte, Il tempio C
  • xPalermo, Museo Salinas metopa da Selinunte col Ratto di Europa (tempio Y)
  • xPalermo, Museo Salinas, metopa da Selinunte con Perseo che uccide Medusa (tempio E)

Con Goethe a Segesta
L’austera solitudine, la nuda maestosità del tempio dorico di Segesta non lasciano indifferenti. La sua attuale struttura “aperta”, spoglia, non è l’esito dello scorrere del tempo, ma – con tutta probabilità – degli eventi bellici di cui si è detto, che impedirono di ultimarne la costruzione, interrotta nel 416 a.C. Eppure quello che manca è riempito dalla luce del sole di Sicilia, dal verde del paesaggio circostante: come ha scritto il grande storico dell’arte Cesare Brandi «la congruenza dell’architettura al sito in cui sorge è ancora più sorprendente della forma stessa così misurata del monumento: sembra nel suo astuccio» (Sicilia mia, Sellerio, Palermo 2003, p. 24). 
Ma vediamo ora cosa disse a proposito di Segesta Johann Wolfgang Goethe, che visitò la Sicilia nel 1787, lasciandone memoria indelebile nel suo Viaggio in Italia. Ne cito un paio di passi datati 20 aprile1.
Così Goethe descrive il monumento:

Il tempio di Segesta non è mai stato finito, e la piazza intorno non vi è mai stata adattata; hanno pianificato soltanto il perimetro sul quale dovevano essere messe le colonne: ancora adesso, in alcuni punti, i gradini sprofondano per nove o dieci piedi e non si vede un pendio nelle vicinanze dal quale pietre e terreno avrebbero potuto scendere. Le pietre inoltre stanno nella loro posizione quasi naturale e non ci sono rovine al di sotto. Tutte le colonne sono in piedi; due erano cadute e recentemente sono state rierette.

Così poi il grande scrittore tedesco lo colloca nel suo spettacolare contesto ambientale: 

La posizione del tempio è strana: all’estremità più alta di una lunga e larga valle, su una collina isolata, ma circondato da rocce, esso guarda su grandi spazi in lontananza, ma solo un angolino di mare. La regione si trova in una triste fertilità: tutto è coltivato e da nessuna parte c’è una dimora. Sui cardi in fiore sciamavano farfalle innumerevoli. Il finocchio selvatico cresceva fino a otto o nove piedi, secco, abbondante dell'anno precedente e in un apparente ordine che sembrava l'impianto di un vivaio. Il vento sibilava in mezzo alle colonne come in una foresta e i rapaci, librandosi, gridavano sopra alla trabeazione.

Credo – dopo queste testimonianze – di non dovere aggiungere altro, se non che la zona del tempio è sovrastata dall’acropoli e dallo scenografico teatro: raggiungerli a piedi è faticoso, e lo stesso Goethe ricorda «la fatica di arrampicarci sulle rovine poco visibili del teatro». E se oggi il teatro è – grazie al cielo – ben visibile, la natura selvaggia del paesaggio goethiano è rimasta immutata, poiché durante la mia visita (31 dicembre 2017) a pochi metri dal tempio pascolavano greggi di pecore. Et in Arcadia ego… si sarebbe detto nel Seicento! 

Le rovine di Selinunte 
Goethe andò anche a Selinunte, oltre che ad Agrigento. E proprio a Selinunte ripensava il 14 maggio, durante il viaggio in nave con il quale lasciava l’Isola, così scrivendo: 

I Cartaginesi, i Greci e i Romani e tanti popoli dopo di loro hanno costruito e hanno distrutto. Selinunte è stata distrutta con metodo; ad abbattere i templi di Girgenti non sono bastati due millenni, a distruggere Catania e Messina poche ore, se non addirittura pochi momenti.

Sì, l’impressione doveva essere proprio quella di una «distruzione metodica» degli edifici – numerosissimi i templi – della città; una distruzione che è ben documentata dalle incisioni del 1780 di Dominique Vivant, barone Denon, e che nel 1855 Guy de Montpassant definiva «enorme mucchio di colonne crollate, cadute, ora allineate e affiancate, come soldati morti, ora precipitate in maniera caotica» (La Sicilie, in La vie errante, 1885).

In realtà oggi quest’area archeologica – la più vasta d’Europa – presenta la ricostruzione di alcuni degli edifici sacri andati distrutti: in particolare quella del cosiddetto tempio E (fatta negli anni Cinquanta del Novecento) e, in forma più limitata, quella del tempio C, sull’acropoli (avvenuta negli anni Venti del secolo scorso). Si tratta di operazioni che sono state in passato molto discusse, e che Cesare Brandi ha criticato affermando che «ognuno li risolleva nel pensiero, quei templi, con una magia interna, che non ha nulla a che fare con l’erronea pedanteria della ricostruzione» (Sicilia mia, cit., p. 24). 

Esprimersi oggi su questo tema – cioè sulla liceità delle ricostruzioni – ha poco senso perché l’archeologia ha avuto (e avrà sempre) atteggiamenti percepiti in tempi diversi come «erronea pedanteria», per dirla con Brandi. Voglio dunque evitare – almeno io – di essere troppo pedante, ad esempio descrivendo e datando i vari templi selinuntini: basterà qui ricordare che emanano una suggestione non meno forte di quella del tempio di Segesta, come ho potuto sperimentare durante la mia prolungata presenza in loco (1 gennaio 2018). E neppure cercherò di associare ai diversi edifici sacri le splendide metope conservate ora al Museo Archeologico di Palermo, evitando così un lungo elenco di lettere e numeri.

Mi piace però ricordare che la visita al Museo palermitano – che ho fatto il giorno successivo – si configura come un complemento necessario a quella dell’area archeologica: qui ho potuto ammirare, tra le altre, le metope arcaiche con Perseo che uccide Medusa (dal tempio C) o con il Ratto di Europa (dal tempio “delle piccole metope”) che da tempo sognavo di vedere dal vivo, perché me le ero “perse” nei miei precedenti viaggi in Sicilia. Quello che mi sono perso, stavolta – causa chiusura della struttura museale – è invece l’efebo bronzeo da Selinunte, conservato al Museo Civico di Castelvetrano: una ragione in più per tornare in quest’isola che è davvero « la terra stessa del mito» e consente a chi vi arriva di «navigare per virtù propria, come in un vascello fantasma, sui flutti della fantasia» (Brandi, Sicilia mia, cit., p. 24). 

Su queste colonne, comunque, tornerò presto a parlare di Sicilia, proponendo ai lettori qualche altra tappa del mio recentissimo Petit Tour isolano.


Note

1. Il viaggio in Sicilia di J. W. von Goethe (da Italienische Reise, 1813-1817), tradotto da Diana Schindler con Andrea Bonavoglia per la rivista Azioni Parallele, n. 3, 2016. 

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano. È giornalista pubblicista.

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