L’isola di Karpathos – ubicata nel Mar Egeo, tra Rodi e Creta – ha subito nella sua plurimillenaria storia numerose conquiste o colonizzazioni, dai Romani dell'antichità ai turisti di oggi. Ma regge, grazie forse a un efficiente matriarcato.

La costa montuosa di Karpathos

Conquiste e colonizzazioni del passato 

Ci sono infatti tracce di presenza minoica e micenea, prima di una lunga storia greco-dorica, che l’ha vista – tra l’altro – parte della Lega Delio-attica obbediente ad Atene; è stata poi la volta dei Romani e dei Bizantini a governarla, finché nel Medio Evo divenne preda dei Cavalieri di San Giovanni e dei Veneziani, cui l’isola fu strappata dai Turchi nel XVI secolo. Come se non bastasse, dopo la Guerra di Libia (1912) sono arrivati i nostri, poiché fu allora l’Italia ad assumere il controllo delle isole del Dodecaneso (arcipelago cui Karpathos appartiene), mantenendolo fino al secondo Dopoguerra, quando queste furono – finalmente – annesse alla Grecia. 

L’isola colonizzata dai voli charter 

Oggi quest’isola aspra, ventosa, ricca di vegetazione e dalle spiagge caraibiche, sta subendo una nuova forma di conquista/colonizzazione: quella dei voli charter. Infatti dagli aeroporti delle popolose città del Nord Italia (Milano, Verona, Bologna…) ne partono parecchi, carichi di turisti italiani alla ricerca di mare e sole. Niente di male, si potrebbe obiettare…
Il “male” però c’è, e sta in alcune ingombranti costruzioni alberghiere che ne hanno deturpato il profilo, soprattutto quelle sorte nell’area della capitale Pigadia.
Dunque, da isola per pochi amatori, i cui abitanti erano in larga parte emigrati negli Stati Uniti o in Australia, è in pochi anni divenuta una delle mete predilette del turismo organizzato. 

Karpathos è comunque grande, e ci si disperde tra le sue spiagge, come quelle da sogno di Apella, Kira Panaghia o Amoopi; e poi gli isolani non hanno (ancora?) perso quella calda ospitalità che contraddistingue certe isole greche, dove ti senti a casa mezz’ora dopo che ci sei sbarcato.

  • xKarpathos, resti di cisterna d'epoca romana
  • xKarpathos, resti di basilica paleocristiana
  • xIl villaggio di Olymbos
  • xOlymbos, la chiesa
  • xInterno della chiesa di Olymbos
  • xCasa tradizionale di Olymbos
  • xOlymbos, balcone decorato
  • xScorcio di Olymbos

Il villaggio montano di Olymbos a fine Ottocento 

Karpathos, inoltre, è anche (o soprattutto?) il villaggio montano di Olymbos, uno dei veri santuari della tradizione e del folklore greco, che – nonostante qualche indulgenza verso il turismo (ristoranti, negozietti, la vecchia strada un tempo pericolosa e ora asfaltata…) – mantiene ancora un fascino particolare: è infatti come abbarbicato – quasi “appeso” – al monte Profitis Elias, dove è sorto nel 1420 per mettere al riparo i Karpathioti dalle incursioni dei pirati. 

Certamente non è più la Olymbos che il viaggiatore inglese James Theodor Bent visitòinsieme con la moglie Mabel – alla fine dell’Ottocento, e sulla quale scrisse articoli molto interessanti, dai quali emerge un paese di pastori, tanto legato alle tradizioni religiose e alle superstizioni che nessuno voleva farsi visitare da un medico!
Un paese dove vigeva una sorta di matriarcato (erano infatti le madri a combinare i matrimoni dei figli) e – soprattutto – dove si parlava una lingua greca che aveva molto in comune con il greco classico.
Bent tra l’altro, nel 1885, pubblicò un dotto saggio sul dialetto parlato in loco, sostenendo che per capirlo era meglio affidarsi al Liddel-Scott, il “mitico” dizionario anglosassone di greco antico (prima edizione 1843, ed è ancora usato nelle scuole…): in quale luogo si diceva, infatti, ancora thýra – come parecchi secoli a.C. – invece di pόrta per indicare la porta di casa? Solo ad Olymbos! 

Olymbos oggi

Non so davvero – come molti sostengono – se anche oggi il dialetto di Olymbos sia una sorta di “fossile” come oltre un secolo fa: ho sentito parlare soprattutto inglese e italiano. La struttura architettonica è però la stessa di allora, anche se molti dei mulini allora operativi sono oggi in disuso.
Lo stesso di allora credo sia anche l’orgoglio dei suoi abitanti, che si sentono custodi di un passato consegnato loro dagli antenati: perlomeno così appare, scambiando due parole con un venditore di oggetti in cuoio, che gira l’Europa per suonare con la lira le musiche locali, oppure con la proprietaria di un polveroso bar, che ci ha servito il caffè con il costume tradizionale locale: e lo ha fatto solo dopo avere colto da un vicino cespuglio un rametto di una profumatissima pianta aromatica.

Tra l’altro nei bar, nei ristoranti, nei negozi (e anche in un vecchio forno dove abbiamo comprato squisite tirópite) l’impressione che il matriarcato viga ancora un po’ rimane, perché il paese sembra (quasi) del tutto in mano alle donne. Forse gli uomini sono nel porto di Diafani a riparare le reti da pesca, o nella vicina piana di Avalona a coltivare i pomodori… oppure hanno deciso – dopo secoli di sudditanza – di vivere nascosti e di lasciare a madri, mogli, figlie il controllo del territorio. 

Un territorio che queste controllano benissimo anche quando arrivano i pullman delle escursioni organizzate, che in pochi minuti riempiono la piccola Olymbos, che ancor oggi non supera il migliaio di anime del tempo di Bent. 

Una riflessione sul turismo di massa

Sorge allora un dilemma. Il turismo di massa è il demonio che ha trasformato gli (soprattutto le) attuali abitanti di Olymbos in comparse di una sorta di recita in costume d’epoca, togliendo loro spontaneità e indipendenza, oppure è la panacea che ha consentito loro di sfangare l’emigrazione toccata ai loro padri? È chiaro che – come sempre – non esiste una risposta assoluta; eppure credo che la seconda ipotesi sia la più vicina alla realtà dei fatti, anche perché a Olymbos il turismo sembra ancora gentile, e qui non ho visto nessuno degli scempi in cemento evidenti a Pigadia, tra i quali campeggia il gigantesco Hotel “Kostantinos Palace”, che non sfigurerebbe a Cancun e che ci fa rivalutare qualche esempio di architettura littoria che i nostri hanno lasciato.

Nel mondo globale, infatti, non si sopravvive chiusi in se stessi; si sopravvive aprendosi al mondo con regole chiare, e con la forza di farle rispettare. Affidiamo dunque la preservazione di questo gioiello – Olymbos – alle sue donne, energiche e coraggiose: sono sicuro che non consentiranno di essere depredate della magia che lo pervade da secoli. 

Due note
1. Gli scritti di J. Theodore e Mabel Bent sul Dodecaneso sono editi in The Dodecanese: Further Travels Among the Insular Greeks, Archeopress, Oxford 2015.
2. Le foto qui edite di Olymbos sono mie: in esse non ho voluto riprendere le donne locali, orgogliose ma giustamente riservate. Segnalo però quelle – molto più suggestive – della fotografa Julia Klimi.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano. È giornalista pubblicista.

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