Anche la seconda Prova Scritta d’Esame, quest’anno, si è rivelata una scelta azzeccata: almeno per quanto riguarda il Liceo Classico. Si tratta di un bel passo di Seneca, tratto dalle “Lettere a Lucilio” (XVI) sul valore della filosofia. Un passo – contrariamente a come spesso capita – piuttosto noto, e ben esemplificativo del pensiero dell’autore.

Eduardo Barrón, «Nerone e Seneca» (1904), Madrid, Museo del Prado

Il Ministero ha giustamente abbandonato la paura del fatto che qualcuno già lo conoscesse, per privilegiare la qualità dei contenuti; e penso che oggi molti studenti si siano trovati davanti a un brano già noto, magari non nella sua reale “testualità” latina, ma almeno nei concetti espressi. Insomma, chi – come i ragazzi di III Liceo Classico – ha tradotto un po’ di Seneca si sarà altre volte imbattuto in passi nei quali il filosofo latino esprime queste idee.

Come sempre, faccio a meno di proporre una traduzione guidata della versione, perché altri lo faranno meglio di me; versione non troppo lunga (bene così) e dalle strutture sintattiche abbastanza simmetriche (e in Seneca non è cosa scontata). Più impegnativa è invece la richiesta di attenzione nella resa di espressioni del lessico filosofico, di cui il passo è disseminato (deus rector, casus, consilium, fortuna, fatum, certa, incerta...). Non che siano difficili in sé e per sé; il “difficile” è invece fare emergere dalla traduzione italiana il riferimento preciso alle scuole filosofiche cui si allude, e ancor più difficile (impossibile?) è riuscire a mostrare la complessità, talora l’ecletticità, della posizione teoretica di Seneca, che solo superficialmente possiamo definire “stoico”. Forse – ma non voglio aprire nuove/vecchie polemiche – qualche domanda accessoria oltre alla traduzione sarebbe stata opportuna in tal senso. 

Comunque per Seneca philosophandum est, cioè “si deve praticare la filosofia” sia che si pensi – come gli Stoici – che un fato inesorabile o un essere superiore (un deus rector) governino la storia, sia che invece si pensi – come gli Epicurei – che sia il casus a reggere il mondo. Nel primo caso la filosofia può aiutarci ad accettare volentieri quanto già destinato o deciso, nel secondo a sopportare con forza i casuali rivolgimenti della nostra vita; e la filosofia sarebbe utile anche se – paradossalmente – fossero contemporaneamente vere le ipotesi formulate da esponenti di diversi orientamenti filosofici. 

Seneca, infatti, almeno a parole, pensa a una filosofia “operativa”, che stia non in verbis sed in rebus (“non nelle parole, ma nei fatti”) e che superi la dimensione teoretica per diventare solida guida morale: un vero “timone” per le azioni di noi uomini che navighiamo nel mare spesso tempestoso dell’esistenza. 

Non so se questo sia sempre vero, e forse il nostro Seneca – per molto tempo tacito spettatore dei crimini di Nerone, vanamente da lui educato alla filosofia… – non è neppure il soggetto più autorevole per farcelo credere. Eppure se per “filosofia” non si intende un pur gradevole insieme di artifici retorici (populare artificium) ma il genuino amore per la sapienza, lo spassionato studio del pensiero di quei “giganti” che citavo nel mio articolo sulla Prima Prova, certo male non fa.
Sì, dai, philosophandum est può diventare davvero un mantra per i nostri maturandi: lo vedrei bene anche come ritornello di una canzone da tormentone estivo…

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano. È giornalista pubblicista.

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