Sono stato una ventina di volte (forse più? Non ricordo…) ad Atene (la prima nel 1980!), non so ancora se perché sono un uomo fortunato (almeno da questo punto di vista comunque sì, Atene è sempre un grande piacere), o un po’ conformista (il che è parzialmente vero).

Eppure sono reduce da un viaggio ad Atene diverso dai precedenti, perché è stata la prima volta in periodo non estivo (ho così sperimentato pure la pioggia sul Partenone) e anche la prima con gli studenti, nello specifico quelli della II e III A del Liceo Classico del “Banfi” di Vimercate, scuola amica della Ricerca.
Sì, quest’anno ho ceduto (senza fare troppa resistenza, lo ammetto) alle pressioni dei ragazzi, e l’ho fatto quando ho realizzato che solo pochissimi di loro erano già stati in Grecia, e per ragioni strettamente balneari: nelle mie intenzioni c’era il dare a quel mondo greco classico – che per tanti anni ha “imbrigliato” le loro vite – una forma, dei colori, degli odori: gli stessi che spingono me a tornarci sempre, e sempre senza pentirmi di avere prenotato l’ennesimo volo o l’ennesimo traghetto. 

Il modernissimo museo di Bernard Tschumi
Ma torniamo al viaggio di istruzione, del quale ovviamente ometto la cronaca: nel bene e nel male, ordinaria amministrazione. Volevo però soffermarmi sulla visita del rinnovato Museo dell’Acropoli, che ha impressionato non poco gli studenti e che anche a me ogni volta dà un’emozione enorme, da quando è stato aperto nel 2009: manco a dirlo, lo visitai subito e approfittai anche l’anno prima della possibilità di una visita parziale durante i lavori in corso, mentre il modernissimo edificio di Bernard Tschumi veniva allestito. 
Non starò certo ora né a descrivere la struttura del museo, né a dettagliarne il contenuto: dico solo che vedere i marmi del Partenone (con l’eccezione di quelli Elgin, oggi al British, qui riprodotti in copia) mentre dal vetro della sala si scorge – proprio lì di fronte – l’acropoli è molto istruttivo e suggestivo. E dire così è anche poco. 

La “colmata persiana”: il sacrario di Atene 
C’è però una cosa che ho fatto notare ai ragazzi più di ogni altra, e cioè che il nucleo del museo (al di fuori delle decorazioni del Partenone e delle Cariatidi dell’Eretteo) proviene dalla cosiddetta “colmata persiana”, e cioè dalla fossa che gli Ateniesi riempirono con quello che restava dopo la duplice distruzione a opera dei Persiani di Serse dell'acropoli di Atene (nel settembre 480 e nell'estate 479 a.C.). Un gesto simbolico, quello della polis che aveva guidato la Grecia contro l’armata del Gran Re, che più o meno voleva significare questo: “I Persiani ci hanno messo a ferro e fuoco la città, ci hanno distrutto templi e statue, ma noi li abbiamo sconfitti e di quei loro gesti sacrileghi non vogliamo più vedere traccia”.
Seppellire, però, vuol dire nascondere dagli occhi, ma non dal cuore. Pertanto quando l’Atene di Temistocle, Cimone e soprattutto Pericle, divenuta leader della potente Lega Delio-Attica, volle monumentalizzarsi come conveniva al suo rango, sapeva di custodire nel ventre della terra – quella terra attica di cui i suoi cittadini si credevano autoctoni – un grande segreto, un inestimabile tesoro, un vero e proprio “sacrario”. 

  • xIl Partenone dopo la pioggia
  • xLa bandiera greca sull'Acropoli
  • xIl Museo dell'Acropoli
  • xFrontone e metope del Partenone
  • xIl fregio del Partenone, ricomposto nel Museo
  • xFidia, particolare del fregio del Partenone
  • xGli studenti del Banfi davanti alle Cariatidi
  • xIl Moscoforo estratto dalla colmata persiana
  • xIl Cavaliere Rampin
  • xLa Kore col peplo
  • xLa Kore di Antenore

Una cassaforte di capolavori
A svelarlo sono stati solo gli archeologi moderni, a metà del XIX secolo, quando vi hanno trovato alcuni dei capolavori della scultura greca. Tra questi alcune splendide korai, il Moscoforo, il Cavaliere Rampin (la cui testa originale è oggi al Louvre), che hanno dato agli studiosi il terminus ante quem della fase arcaica dell’arte greca; infatti questa dal 480 a.C. circa dà inizio – con il cosiddetto “stile severo” – alla sua fase classica.
Sono dunque opere del VI secolo a.C., quello di Solone, dei Pisistratidi e di Clistene; quello che ha visto Atene iniziare la sua competizione con Sparta per il primato sulla Grecia: un primato che i Lacedemoni pensavano di ottenere con le armi, gli Ateniesi con le arti, le lettere, la filosofia.
E se è vero che la guerra del Peloponneso della seconda metà del V secolo a.C. vide Atene sconfitta da Sparta, è però vero che oggi Sparta è una polverosa cittadina di provincia, mentre i monumenti di Atene sono tra i più preziosi e noti patrimoni dell’umanità: è stata la Storia, con la S maiuscola, a decretare così. 
E se pensiamo che, ad esempio, la Kore col peplo, quella di Antenore, o le due statue virili che ho menzionato erano doni per la dea Atena, ci rendiamo conto del legame speciale che univa la divinità protettrice alla sua città: i cittadini che potevano permetterselo volevano infatti la loro statua votiva nel santuario della loro patrona. Oggi sarebbero – credo – contenti che queste statue siano viste da milioni di persone ogni anno, e anche dai miei estasiati studenti; con questi reperti la terra è stata lieve, e la “colmata persiana” si è rivelata una sorta di cassaforte, che li ha salvati dalla furia iconoclasta (o collezionistica) di uomini di ogni epoca e di ogni religione.
Essi sono stati quasi duemilacinquecento anni sepolti vivi (sì, vivi, non è forse viva, anzi eterna la suggestione che essi emanano?), senza perdere i loro arcaici sorrisi e in qualche caso anche parte dei loro originari colori; sono stati come un “serbatoio” di bellezza, dal quale l’umanità ha potuto estrarre un po’ di calore per riscaldare la propria algida modernità. 

Il dovere della memoria
Ed è (anche) per questo che dobbiamo loro rispetto, consegnando queste statue integre alle generazioni future; e consegnando a queste anche il know how per poterle apprezzare e comprendere appieno: ad esempio la possibilità di leggere le iscrizioni greche che esse supportano, le quali ci dicono che il Moscoforo è stato dedicato da Rhombos, figlio di Palos, e che la più celebre delle korai è stata affidata dal ceramista Nearchos allo scultore Antenor.
Per fare ciò bisogna che lo studio della storia antica, delle lingue classiche, dell’archeologia resistano al fuoco nemico e amico che li bombarda, e non finiscano in una moderna “colmata” dove farebbero loro compagnia solo auto usate, batterie al litio scadute, macerie di case costruite senza rispetto delle leggi. Roba senza sorriso, senza colore e senza classe, che dubito riscalderà i cuori di qualcuno tra duemilacinquecento anni. 

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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