Molti anni fa visitai Pechino, città che si stava allora timidamente aprendo alla “modernità” e al turismo. La nostra guida, ovviamente ligia al Partito sopra ogni altra cosa, continuava a ripetere un aforisma di Deng Xiaoping: “Non importa se il gatto è bianco o nero, purché prenda i topi”.Questa frase mi ha inseguito mentre leggevo il libro di Ivano Dionigi, Il presente non basta. La lezione del latino, Mondadori, Milano 2016, dopo avere letto quello di Nicola Gardini, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile, Rizzoli, Milano 2016, appena recensito su queste colonne. 

Si tratta infatti di libri tra loro molto diversi, così come sono diversi i due autori, accomunati però dal fatto di essere entrambi docenti universitari e – soprattutto – sostenitori appassionati degli studi classici e della loro validità formativa. E se uno (chiamiamo Gardini “gatto bianco”, in modo del tutto casuale…) lo fa ponendo l’accento sulla bellezza dell’eredità letteraria (d’altronde è professore di Letterature comparate alla Oxford University), l’altro (Dionigi è dunque uno splendido e vivace “gatto nero”: nessuno qui è superstizioso…) lo fa ponendo l’accendo sull’eredità della lingua: e non ci stupisce, poiché è un notissimo filologo, docente di Lingua latina in quella Università di Bologna della quale è stato a lungo anche rettore (2009-2015).
E i “topi” chi sarebbero, mi si potrebbe obiettare? Essi simboleggiano quella pubblica opinione (o almeno una parte di essa) che guarda spesso con fastidio al proprio passato linguistico e culturale latino, percependolo come ingombrante fardello e non come risorsa preziosa per capire chi siamo, ad esempio in una stimolante dimensione di continuità-alterità rispetto alle epoche precedenti. Sia Gardini sia Dionigi usano, per fare cambiare idea a chi la pensa così, motivazioni in larga parte condivisibili, e danno inoltre a noi docenti liceali ottimi spunti per riflettere con i nostri giovani sul senso di quello che stiamo facendo a scuola. 

Ma poiché di Gardini ho già scritto, parliamo ora del libro di Dionigi.
Un libro breve e “denso”, che si apre dimostrandoci che il latino non è né di destra né di sinistra (pp. 11 e ss.), e che segue poi un filo conduttore abbastanza preciso. Un filo che si evince già da questa frase riportata sulla quarta di copertina: “A fronte della chiacchiera imperante e di una vera e propria anoressia del pensiero, il latino ci mette a parte di una triplice eredità: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica”.

E così l’autore segue soprattutto queste tre piste nella lucida sequenza del suo ragionamento, anche se in realtà il lettore capisce subito che la seconda e la terza sono in qualche modo una conseguenza della prima, e cioè “il primato della parola” (pp. 21 ss.). Ciò perché – afferma Dionigi – se è vero che l’uomo è l’unico essere dotato di parola, esiste una sorta di dovere morale alla filologia, e in fondo “siamo tutti filologi”, poiché “la filo-logia, la cura e l'amore per la parola, trascende il significato di disciplina specialistica e di mestiere umbratile di pochissimi studiosi, e si eleva a impegno severo e nobile di ogni uomo che non intenda né censurare né censurarsi” (p. 41). 

Il latino ci mette a parte di una triplice eredità: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica.In effetti la varietà lessicale del latino, e il suo stretto, concretissimo, rapporto tra parole (verba) e cose (res), si propone come un potente antidoto all’odierno utilizzo inappropriato (talora all’abuso) di termini, che si risolve spesso in difetti di comprensione. Una lingua dove loquor significa “parlo”, ed eloquor “parlo bene”, morior “muoio”, emorior “finisco di morire”, è una lingua raffinata e precisa; una lingua dove pecunia (denaro) deriva da pecus (capo di bestiame) e laetus (“felice”) da laetamen (letame, che rende “felice” il campo…) è una lingua concreta. Bisogna dunque praticare i classici, dice Dionigi, perché “ci insegnano a riconoscere il volto delle parole, e quindi a parlare bene” (p. 34). 

L’autore prosegue quindi mostrando in due serrati capitoli come questa straordinaria ricchezza linguistica gli abbia fatto comprendere la natura del tempo (pp. 43 ss.) e quella della politica (pp. 57 ss.). Impossibile riassumerli, perché sono una sequenza infinita di esempi, a principiare dall’elenco di termini che i Romani usavano per definire il tempo (aetas, aevum, aeternitas, annus, dies, hora, mensis, momentum, occasio, speculum, tempus), ciascuno con una precisa sfumatura semantica, anche perché a Roma “tutto è nel segno del tempo (sub specie temporis), tutto è qui e ora (hic et nunc), in opposizione alla Grecia, dove tutto è nel segno dell'eterno, è ovunque e sempre (ubique et semper)” (p. 43). E che dire del lessico politico romano, dominato dall’onnipresente nesso res publica? Che è davvero publica, secondo Cicerone, se è oggetto di condivisione da parte di un populus vincolato dalle stesse leggi e dagli stessi valori. Una lezione non da poco, mi pare, che da sola giustificherebbe l’approccio alla latinità: chi dice il contrario (questo lo scrivo io, non Dionigi) o è ottuso o è in malafede. 

Per quanto concerne il resto del libro, utile a tutti è una breve storia dell’interesse per la cultura latina nella tradizione europea, che ci dimostra come il latino sia stata davvero la “lingua d’Europa” (pp. 71 ss.); ma anche la proposta di alcuni esempi di brevitas latina (soprattutto di Seneca), che sembrano gli antenati dei moderni tweet (pp. 89 ss.): il latino non è infatti solo la complessa articolazione del periodare ciceroniano! 

Ho, da ultimo, letto con grande attenzione la sezione dedicata alla riflessione sul latino come disciplina scolastica (pp. 99 ss.). Qui Dionigi è piuttosto chiaro, ipotizzando un latino “per pochi” (gli studenti di liceo classico, direi, anche se non direttamente menzionati…), che preveda uno studio rigorosissimo della lingua e lo sviluppo di abilità traduttive, e invece una diffusa lettura di autori classici in traduzione in molti altri indirizzi di studio; e di questi propone anche un canone, suggerendo, per rappresentare Dionigi ipotizza un latino per pochi, al classico, che preveda uno studio rigorosissimo della lingua e lo sviluppo di abilità traduttive, e una diffusa lettura di autori classici in traduzione in molti altri indirizzi di studio.i vari generi letterari, Plauto, Cicerone, Seneca, Virgilio, Orazio, Lucrezio, Tacito, Ovidio, Petronio, Agostino. Francamente non è la sede per discutere su questi ultimi temi, riguardo ai quali chi scrive ha forse più dubbi che certezze, anche se la lettura dei classici in traduzione (magari col testo a fronte) non è certo cosa che lo scandalizzi. Comunque sia aliud agamus, direbbe il buon Cicerone, avviandoci così alla conclusione di questa recensione. 

Recensione che vorrei terminare con una bellissima citazione, che Dionigi estrapola da una lettera aperta scritta qualche anno fa ai suoi studenti dal rettore della Università di Harvard Derek Bok. E poiché questa lettera riassume bene quello che io – con parole meno incisive (d’altronde Bok era rettore, io prof. di Liceo…) – dico da anni, la userò d’ora in poi per affrontare con pari solennità sia i genitori degli allievi che sostengono l’inutilità degli studi classici, sia alcuni colleghi divenuti “talebani” dell’alternanza scuola-lavoro. Eccola:

“Se pensate di venire in questa Università ad acquisire specializzazioni in cambio di un futuro migliore state perdendo tempo. Noi non siamo capaci di prepararvi per quel lavoro che quasi certamente non esisterà più intorno a voi. Ormai il lavoro, a causa dei cambiamenti strutturali, organizzativi e tecnologici è soggetto a variazioni rapide e radicali. Noi possiamo solo insegnarvi a diventare capaci di imparare, perché dovrete reimparare continuamente” (p. 102).

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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