Prima puntata di un reportage dal Peloponneso: in visita a un luogo sacro, suggestivo ed emozionante.A Olimpia, ubicata nella selvaggia Elide, dal 776 a.C. al 393 d.C. si tennero i giochi atletici più famosi dell’antichità, istituiti secondo il mito nientemeno che da Eracle, dio muscoloso e sportivo per eccellenza.
Oggi come allora è il luogo stesso a rivelarci di avere in sé qualcosa di sacro, profondo. Qualcosa che percepiamo subito e che lega con un filo sottile (ma neanche troppo sottile) un passato tanto illustre e glorioso al nostro modesto presente; qualcosa che ci fa capire che, pure nell'alterità e apparente inconciliabilità delle diverse epoche, “non possiamo non dirci Greci”, perché è allora che è cominciato tutto (o quasi) quell’insieme di valori civili e sociali che ci distinguono (o dovrebbero distinguerci) dalla barbarie di ogni tempo.
Ma torniamo al luogo, e alla sua sacralità, che è dovuta in primis a fattori di carattere naturale. Il santuario di Zeus olimpico, come pure le “strutture sportive” legate ai giochi, si trovano in una vasta area alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cladeo, sotto la protezione del boscoso monte Cronion. E se i fiumi, alla data della mia visita (8 agosto 2016), erano piuttosto asciutti, non mancava il verde di pini e cipressi a ristorare dalla calura i visitatori: mi piace pensare questi che siano nati dai semi di quelle piante, descritte dal poeta Pindaro e dal geografo Pausania, che arrecavano sollievo agli atleti antichi. Anche questo è un filo – o forse meglio un ramo! – che lega loro con noi… 

L’area pullulava (e ancora pullula) di templi, come quello di Zeus, un tempo maestoso e oggi in larga parte distrutto (la preziosa statua criselefantina del dio – opera di Fidia – si è persa nei meandri della storia), quello di sua moglie Hera, e l’antico Pelopion, sacrario dedicato all’eroe locale Pelope. Quasi mille anni di giochi hanno inoltre fatto sì che la zona si sia man mano corredata di numerosi edifici con altre funzioni, eretti in epoche diverse e talora sovrapposti ad altri precedenti: tra questi spiccano il suggestivo bouleuterion per il giuramento degli atleti, le ampie palestre per gli allenamenti e l’elegante Leonidaion, una sorta di “albergo” (o “villaggio olimpico”?) dove dormivano atleti vip e ospiti di riguardo.
Tutto ciò è interessante e suggestivo, ma l’emozione maggiore è data dallo stadio, dove gli atleti si sfidavano, circondati da circa 45.00 spettatori, nella corsa, gara della quale ancora si vedono la liste di pietra della partenza dell’arrivo. Quelle liste che videro per ben dodici volte trionfare Leonida di Rodi, che vinse tutte le gare di corsa alle quali partecipò in quattro diverse Olimpiadi dal 164 al 152 a.C.: un vero “cannibale”, una specie di Usain Bolt dell’antichità!
Lo stadio si estende per circa 200 metri proprio sopra la zona dell’ippodromo, dove si svolgevano invece le gare equestri coi carri, nelle quali primeggiarono nel V sec. a.C. i potentissimi tiranni sicelioti Gerone e Terone: come non pensare, allora, agli epinici, cioè i raffinati encomi scritti per loro da Pindaro? Quel Pindaro che – al pari del “collega” poeta Bacchilide – non risparmiò lodi anche a pugili, lottatori, corridori e pentatleti, tutti esempi perfetti di una virtù sportiva che consisteva in quella sintesi tra l’armonia estetica del corpo e quella etica dell’anima che i Greci chiamavano kalokagathía.

  • xLe rovine del tempio di Zeus a Olimpia
  • xAltra veduta del tempio di Zeus a Olimpia
  • xLo stadio di Olimpia
  • xIl Leonidaion, che ospitava gli atelti olimpici
  • xLe palestre di Olimpia
  • xIl Philippeion, fatto erigere da Filippo II il Macedone
  • xPelope e Ippodamia. Particolare del frontone est
  • xApollo, al centro del frontone ovest
  • xParticolare della centauromachia, nel frontone est
  • xVaso a figure nere con atleti impegnati nella corsa

L’uomo greco, uomo agonale

D’altronde, vincere a Olimpia in qualunque “specialità” significava moltissimo per l’uomo greco, “uomo agonale” (cioè portato alle gare) per eccellenza, secondo la celebre definizione dello storico ottocentesco Jacob Burchardt. Le vittorie, infatti, non solo arrecavano prestigio alla polis di provenienza del “campione”, ma portavano gli atleti a essere avvicinati nell’immaginario collettivo a figure semidivine, se è vero che i pronostici – invece che ai moderni giornalisti sportivi… – erano addirittura affidati ai profeti, secondo quanto scrive Pindaro:

Madre dei giochi incoronati d’oro, Olimpia / sovrana di verità: dove i profeti interpretando / vittime in fiamme chiedono / a Zeus dal fulmine abbagliante / se ha un disegno propizio per uomini / ansiosi nel cuore / di cogliere il grande successo, / sollievo agli affanni!
(Olimpiche, VIII, vv. 1-6 trad. L. Lehnus, Garzanti, Milano, 1981).

La visita a Olimpia è dunque emozione pura. Un’emozione che raggiunge forse il suo apice nella visita al Museo Archeologico, dove si conservano molte delle statue dei frontoni del tempio di Zeus, nei quali il “Maestro di Olimpia” (470-460 a.C.) ha raffigurato a est la fase preparatoria della mitica (e sanguinosa) corsa col carro tra Pelope ed Enomao, sotto il giudizio di Zeus, e a ovest le lotte tra i Centauri e Lapiti, sotto lo sguardo di Apollo.
Entrambe le scene – più statica la prima, più dinamica la seconda – sono un inno alla grecità e ai suoi valori. La corsa coi carri, nella quale Pelope sconfigge (e uccide) Enomao, ne sposa la figlia Ippodamia e diviene l’eroe eponimo del Peloponneso, può essere simbolo di quell’ “uomo agonale” di cui si è detto: si tratta pertanto di una sorta di precedente mitico delle gare olimpiche. La vittoria dei Lapiti sui crudeli centauri allude invece alla fresca vittoria dei “civili” Greci sui “barbari” Persiani; vittoria che ebbe tra i suoi eroi l’ateniese Milziade, trionfatore di Maratona (490 a.C.) – in fondo anch’egli un “atleta”, un “agonista” (cioè un lottatore!) – che proprio allo Zeus olimpico dedicò il suo elmo, con tanto di iscrizione votiva: anche quest’oggetto, carico di significati storici e simbolici, è conservato nel Museo di cui stiamo parlando. 

Tra Olimpia e Rio de Janeiro

La contemporaneità della visita con lo svolgimento delle XXXI Olimpiadi di Rio de Janeiro mi ha portato a fare numerose riflessioni, alcune delle quali tanto banali da non meritare alcuna menzione: infatti il legame tra sport e politica internazionale è cosa di ieri come di oggi, e di ciò sono testimonianza passata non solo l’arcaica (e arcinota) “tregua olimpica”, ma anche i monumenti che grandi leader come Filippo II di Macedonia o Tolomeo II d’Egitto fecero erigere in loco, oppure le scorribande coi carri di Nerone, che partecipò ai giochi e li vinse – dicono le fonti… – pur non essendo arrivato primo. 

Forse meno banale è stata invece la considerazione che ho fatto quando ho scoperto che la punizione per gli atleti che cercavano di imporsi tramite inganni o corruzione degli avversari avveniva esponendo pubblicamente i loro nomi, sotto i quali veniva incisa la scritta “non è col denaro, ma con le gambe veloci e il corpo robusto che si conquista la vittoria olimpica”. Mi sono così venuti in mente i recenti episodi di doping, i “tira e molla” sull’esclusione degli atleti russi, la squalifica – arrivata a giochi iniziati, ma ampiamente prevista – del marciatore italiano Alex Schwazer… E ho ripensato alle incessanti pubbliche dichiarazioni di dirigenti e allenatori, alle ripetute (e ripetitive) interviste, ad alcune allucinanti conferenze stampa, a offensivi titoli di giornali, oppure ai sempre più noiosi #hashtag di twitter pro o contro queste decisioni. 

Sicuramente anche nell’antichità atleti e tifosi rivaleggiavano, discutevano, litigavano pure, e di certo alcune squalifiche o punizioni non saranno state accolte con favore unanime; ma di questo nulla rimane oggi nella maestosa piana di Olimpia, oltre a quelle sobrie iscrizioni di cui si è detto (“non è col denaro…”). Temo invece che alle generazioni future l’odierna, esuberante produzione cartacea, televisiva e (soprattutto) informatica non risparmierà per lungo tempo la memoria di queste polemiche da cortile: una produzione che la bulimica pubblica opinione sembra gradire quasi più della visione del fatto sportivo in sé. 

Formulo dunque un’anacronistica (e provocatoria) proposta, da vecchio epigrafista qual sono: per vincitori e vinti, per atleti “regolari” e per quelli “dopati”, per i vip e gli sconosciuti… si lasci alla posterità una sola immagine e una breve epigrafe!
Sicuro di non essere ascoltato, formulo un altro auspicio che – in teoria (ma solo in teoria, temo…) – dovrebbe essere più realizzabile. Spero cioè che da oggi in poi si preservino, si mantengano e si frequentino per molti anni gli impianti sportivi costruiti ad hoc per i giochi moderni; e che si eviti che strutture costosissime come quelle delle Olimpiadi di Barcellona (1992) e Atene (2004) rapidamente deperiscano, e diventino – come è già avvenuto – soltanto degradati “luoghi del delitto” per i gialli catalani di Manuel Vázquez Montalbán (detective Pepe Carvalho) o per quelli ateniesi di Petros Markaris (commissario Charitos). Sarà pure suggestivo (parlo da antichista) ma non è giusto (parlo da cittadino) che i “sassi” dell’antica Olimpia di molti secoli fa siano “messi meglio” di costruzioni di edificate da pochi decenni: per i romanzi polizieschi si può benissimo trovare un’altra ambientazione!

Leggi anche la seconda tappa, Il Mani (Peloponneso), tra realtà e letteratura, e la terza, Mistrà, Monemvasia e il senso della civiltà bizantina.

 

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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