Mýthos (mito), timé (onore), eros (amore), dóra (doni), dólos (inganno), pólemos (guerra), psyché (anima), móira (fato), nóstos (ritorno): chiunque abbia frequentato il liceo classico (anche in tempi lontani) non può non associare subito questi concetti all’epica omerica. E in effetti proprio a questa si riferiscono, in quanto titoli dei capitoli di un recente, affascinante, libro di Giulio Guidorizzi, Io, Agamennone. Gli eroi di Omero, Einaudi, Torino 2016.

La cosiddetta "Maschera di Agamennone", scoperta da Heinrich Schliemann nel 1876 a Micene – Atene, Museo Archeologico

Leggendolo non capisci bene se è un saggio o un romanzo; è in effetti un avvincente racconto (e dunque un mýthos) nel quale l’autore propone alcuni episodi e personaggi della saga troiana visti e filtrati attraverso il “punto di vista” del suo leader Agamennone, ai cui ordini combatterono i valorosi eroi achei a Troia: sì Agamennone, il “pastore di popoli”, il “signore di uomini” di cui parla Omero, il cui volto ci piace pensare sia raffigurato nella maschera funeraria trovata da Schliemann a Micene. 

Il racconto non è però in prima persona, e ciò – a parer mio – dà ancora più fascino ed equilibrio a questo libro. Lo studioso, infatti, sa che è impossibile per noi interpretare appieno la mentalità di un mondo, quello degli eroi omerici, che non solo è arcaico ma è anche in larga parte artificiale e letterario; eppure chi bazzica quel mondo da una vita, come Guidorizzi (e come, si parva licet, chi scrive…) non può rinunciare a una pur parziale partecipazione “attiva” a tanto straordinari eventi: anche noi dunque, con Guidorizzi-Agamennone siamo sotto le mura di Troia (magari tremanti e nascosti in qualche tenda) quando ci immergiamo in queste pagine! 

Agamennone con il suo scetto, vaso a figure rosse – Museo di Taranto

Dal libro emerge un re che appartiene a una stirpe macchiata di sangue già per opera del suo capostipite, Pelope, eroe eponimo del Peloponneso, e poi di Atreo, padre di Agamennone e Menelao: quell’Atreo che obbligò il fratello Tieste a mangiare la carne dei suoi figli!
Quanti orrori, dunque, per arrivare all’omicidio dello stesso Agamennone che, al ritorno (nóstos) dalla vittoriosa impresa troiana, cadde egli stesso sotto i colpi assassini della moglie Clitemnestra (“donna che pensa da uomo”) e del suo amante Egisto: chi ce lo mostra non è però Omero, bensì il grande tragediografo Eschilo. Tra tanto sangue, ecco la guerra: una guerra che il re di Micene intraprese per vendicare il fratello Menelao, cui il principe troiano Paride “rubò” la bellissima Elena. Scherzi di Afrodite, che talora ispira un amore (eros) dagli esiti nefasti. 

Ed è proprio la guerra (pólemos) l’orizzonte ideologico primario di un re miceneo; una guerra nella quale l’Atride comanda uomini che di lui sono più scaltri (Ulisse), più forti (Achille), molto più anziani (Nestore) o sensibilmente più giovani (Patroclo); una guerra nella quale combatte anche il fratello Menelao, per la cui sorte il “pastore di popoli” prova sincera apprensione; una guerra dove oltre ai contrasti coi nemici (in primis con il fortissimo Ettore), Agamennone deve gestire quelli con i suoi irascibili compagni, e soprattutto con Achille che, offeso proprio dal suo capo, abbandona la contesa; una guerra nella quale i capricci degli dèi e l’immutabile peso del fato (móira) sembrano talora rendere vano l’eroico agire, sempre teso alla ricerca di un onore (timé) personale e (in minor misura) di una vittoria collettiva; una guerra dove ogni giorno sei costretto vedere gli amici che cadono, il cui ultimo respiro di vita (psyché) li lascia cadaveri tra le braccia della morte. 

E come se la cava il Nostro in questo complicato ruolo? Beh, privo della capacità di problem-solving tipica di Ulisse, che consisteva nell’inganno (dólos), l’Agamennone di Omero riletto da Guidorizzi presenta la dolorosa solitudine di un capo, che prende talora decisioni avventate o sbagliate, ma che è anche pronto a ravvedersi, come quando propone doni (dóra) immensi per convincere Achille a tornare a guerreggiare; un capo che comunque non combatte dalle retrovie, ma che irrompe col carro contro i nemici, e – incurante delle ferite – fa spesso strage di Troiani. Egli sa infatti che ottenere la fama (kléos) dopo la morte richiede una vita vissuta senza disonore.
Sì, Agamennone – forse non il più affascinante ed “eroico” degli eroi (scusate il gioco di parole) – “non è uomo dappoco”, come Guidorizzi fa dire alla principessa-profetessa troiana Cassandra, divenuta sua schiava, ma “nel suo sangue c’è qualcosa di torbido e oscuro, che si ritorce su di lui: maledizioni antiche, che non si cancellano”. 

E così a macellare Agamennone nella sala di bagno di Micene (scena che è illustre antenata di quella di Psyco di Alfred Hitchcock…) con Clitemnestra ci sarà Egisto, l’unico, vendicativo, figlio di Tieste scampato all’orrendo banchetto imbandito da Atreo. Pertanto il potente Atride, eversore della rocca di Ilio, non fruisce neanche un giorno da vivo della gloria di tanta vittoria: più dell’impresa bellica, condizionò infatti la sua móira la necessaria espiazione delle colpe paterne.
Ma da morto è da circa tre millenni che il Nostro si è giustamente meritato – attraverso le opere di Omero – il kléos per le sue gesta; eppure Guidorizzi, quando lo raffigura nell’Ade con Ulisse, non ci propone due vecchi boriosi commilitoni che rievocano la vittoria troiana, ma ci presenta un dolente capo che ricorda a uno dei suoi uomini migliori l’orrenda mattanza avvenuta nel palazzo di Micene.
D’altronde è nella vivacità della poesia che gli eroi restano tali; nell’Oltretomba, dopo che la psyché li ha lasciati, non sono altro che pallide ombre.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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