Livio Zerbini ci racconta nel dettaglio vittorie e sconfitte militari degli antichi Romani.

Oggi i parlamenti dei Paesi democratici discutono ogni volta se i nemici (veri o presunti) della nostra civiltà e dei nostri valori debbano essere affrontati con l’intelligence, i droni, pochi e mirati interventi aerei (ricordate quando si parlava di bombe intelligenti?), oppure se si debba massicciamente intervenire boots on the ground. E addirittura, poiché l’Italia nella sua Costituzione «ripudia la guerra» (art. 11), c’è chi ritiene che il nostro Paese debba sempre chiamarsene fuori, "senza se e senza ma", anche in presenza di coalizioni internazionali.

In realtà, anche la storia di Roma antica (specialmente in età repubblicana) ha visto affrontarsi leader e partiti più o meno bellicisti o imperialisti, e va dunque respinta l’idea semplicistica di un popolo dal DNA guerrafondaio. Quel che è certo è che i Romani (come quasi tutti i popoli antichi) consideravano la guerra come una prassi necessaria ed eticamente lecita; e quel che è ancora più certo è che a quei tempi combattere significava sempre agire boots on the ground, laddove i boots erano ovviamente le caligae dei milites di allora.

La guerra, le battaglie, le vittorie, le sconfitte erano pertanto qualcosa che si intersecava con la politica, interna ed estera, con i destini di generali o imperatori, ma anche con la vita di legionari, ausiliari, soldati nemici. Macrostoria e microstorie – in questo ambito – perdono così le loro differenze, come si evince dal bellissimo libro di Livio Zerbini, Le grandi battaglie dell’esercito romano, Odoya, Bologna 2015.

“Fare la storia” delle battaglie dell’esercito romano non significa, quindi, proporre un arido elenco di numeri di morti, feriti, prigionieri; significa riportarle al contesto politico e sociale del periodo (cause e conseguenze), indagare sulla psicologia e sulle competenze dei leader romani e stranieri, proporre informazioni strategiche e tattiche ben comprensibili anche ai lettori non specialisti. E proprio questo fa Livio Zerbini (docente all’Università di Ferrara), forte di un uso impeccabile delle fonti antiche, ma anche della sua esperienza diretta sul campo: non come soldato, intendiamoci, ma come direttore di missioni archeologiche in luoghi “sensibili” come la Romania, l’antica Dacia romana.

  • xLa copertina del libro
  • xRilievo con combattimento a cavallo
  • xRilievo con legionari romani
  • xBusto di Arminio
  • xBusto di Germanico

Il racconto del volume si snoda dunque per quasi mille anni, dal 496 a.C. (battaglia del Lago Regillo, contro una coalizione di Latini) al 447 d.C. (battaglia di Utus, contro Attila e altri barbari coalizzati), e comprende grandi vittorie e drammatiche sconfitte, e – come tutti sappiamo – anche scontri fratricidi durante le guerre civili: solo col sangue, infatti, Cesare sconfisse Pompeo a Farsalo (48 a.C.), Ottaviano sconfisse Antonio ad Azio (31 a.C.), Costantino sconfisse Massenzio a Ponte Milvio (312 d.C.).
Dal volume emergono figure militarmente più rilevanti (tra loro, Scipione l’Africano, Gaio Mario, Cesare, Augusto e Traiano), le cui vittorie hanno portato Roma a diventare un grande impero che ha dominato il mondo mediterraneo. Ma anche generali vinti da una stolida ambizione, come l’anziano Crasso, che nel 59 a.C. affrontò a Carre (tra le odierne Turchia e Siria) i pericolosi Parti senza alcuna prudenza, spregiando i consigli di chi conosceva un territorio tanto lontano, infido e diverso da quello italico: ci rimisero la testa lui e il figlio, e Roma provò il disonore delle insegne legionarie strappate dal nemico.

Uno dei segreti del successo di Roma fu fare tesoro delle sconfitte e degli errori compiuti e sapersi risollevare da drammatici e disastrosi insuccessi militari.Eh sì, perché le battaglie si vincono grazie all’organizzazione, alla preparazione e all’alta specializzazione delle truppe, ma anche grazie al concorso di elementi come il clima e le malattie, se è vero che il peggior nemico dei Cimbri ai Campi Raudii (101 a.C.) fu forse il caldo afoso della pianura padana, e che la malaria decimò le forze di Antonio prima di Azio (31 a.C.).

Potrei, a questo punto, ricordare qualcuna delle grandi vittorie di Roma, ma mi pare più interessante – e vedremo perché – accennare a una sua grande sconfitta. Mi riferisco a quella presso la selva di Teutoburgo, nella quale nel 9 d.C. tre legioni romane di stanza in Germania, capeggiate da Quintilio Varo, furono massacrate in un’imboscata. Alla base di tutto ci fu il tradimento di Arminio, un principe germanico filo-romano, educato “alla latina” e insignito della civitas, che ingannò il generale Varo spingendolo a sedare una finta rivolta. In realtà Arminio condusse il generale romano e i suoi al “macello”, poiché li aspettavano – ben occultati – 20-25.000 uomini di varie tribù germaniche armati fino ai denti, che in tre giorni ebbero ragione di loro.
I Romani (circa 20.000 uomini) furono uccisi quasi tutti, e Varo e i suoi ufficiali si suicidarono, il che provocò la rabbia e i deliri notturni dell’anziano Augusto, disperato per la sorte dei suoi soldati e per la perdita della Germania al di là del Reno.

Ma, come afferma Zerbini, uno dei segreti del successo di Roma fu “fare tesoro delle sconfitte e degli errori compiuti e sapersi risollevare da drammatici e disastrosi insuccessi militari” (p. 8). Così pochi anni dopo il generale Germanico, sotto il principato di Tiberio, dopo avere dato sepoltura ai morti di Teutoburgo, sconfisse Arminio (15 e 16 d.C.), vendicando la Variana clades e salvando l’onore di Roma e di un impero che doveva durare altri quattro secoli prima di cadere sotto gli attacchi, tra gli altri, dei “pronipoti” di Arminio; e che doveva ancora crescere – neppure di poco… – proprio con la forza di quelle armi delle quali ci parla con tanta chiarezza e precisione questo recente libro, che consiglio davvero a tutti.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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