L’ultimo libro di Luciano Canfora, Gli occhi di Cesare. La biblioteca latina di Dante, Salerno Editore, Roma 2015 (pp. 97, euro 8,90) è breve ma “tosto”.Tosto davvero, non solo perché – in alcuni passaggi – viene fuori il Canfora più strettamente “filologo”, che ci costringe a seguirlo nella ricerca dei testi classici, delle loro epitomi e dei loro codici medievali. Ma soprattutto perché affronta con coraggio (e con quella dose di spregiudicatezza che solo gli affermati Maestri possono manifestare…) due questioni da “far tremar le vene e i polsi”; citazione opportuna, quest’ultima, dato che si parla di Dante. Infatti da un lato vuole individuare con precisione le fonti “politiche” dell’Alighieri per la ricostruzione della figura di Cesare e, più in generale, della natura dell’Impero Romano. Dall’altro intende rileggere – in parallelo – quanto la Commedia e il De Monarchia dicono sulla funzione storica e provvidenzialistica dell’Impero stesso.

Temo, a questo punto, di dovere rassicurare i miei lettori prima che abbandonino questa pagina, dicendo loro che non commenterò in modo puntuale le singole, densissime, riflessioni di Canfora. Mi limiterò invece a tre ordini di osservazioni, che, spero, possano stimolare chi legge a procurarsi questo prezioso libretto.

In primo luogo voglio ricordare l’elenco della “biblioteca” di storia romana di Dante, e cioè le fonti alle quali egli maggiormente, secondo Canfora, si affidava. L’autore evidenzia così il ruolo di Svetonio (dal quale l’Alighieri mutua l’espressione “Cesare armato dagli occhi grifagni” in Inferno, IV, 123), del Livio “che non erra” (così si dice in Inferno XXVIII, 12) ma anche del poeta Lucano e del “maneggevole” testo Adversus paganos di Orosio, scrittore cristiano e dunque abbastanza rassicurante per un uomo del Medio Evo.

  • xLa copertina del libro
  • xDomenico di Michelino, Dante e i tre regni
  • xRitratto di Giulio Cesare
  • xIndice dei Libri proibiti
  • xMs. (Laurent. Plut. 68, 2) con le “Historiae” di Tacito

Il secondo livello di riflessioni che voglio proporre riguarda l’evidente comunanza di intenti che, secondo Canfora, Dante affida al racconto di Giustiniano (la famosa storia dell’aquila romana in Paradiso, VI) e all’intera stesura del trattato De Monarchia. L’Impero Romano, del quale l’Impero Bizantino prima e il Sacro Romano Impero poi derivano, non può che essere l’esito di un disegno divino che include anche eventi e personaggi della civiltà pagana: Giulio Cesare in primis, che dell’Impero è una sorta di capostipite. Mi piace molto, a tale proposito, l’espressione che Canfora usa per indicare questo atteggiamento dantesco verso l’istituto imperiale, da lui definito “sincretismo storiografico”: un sincretismo che include, come si è detto, pagani e cristiani ma anche personaggi tra loro rivali, accomunati però dal ruolo che loro ha affidato la Provvidenza, come Catone Uticense e Cesare.
Sì, proprio quel “Cesare” che nel tempo è divenuto da nome proprio un nome comune, ad indicare quell’imperatore che la Chiesa ha spesso visto come pericoloso competitor del papa. Non stupisce, dunque, che il De Monarchia sia stato avversato prima e messo all’Indice poi (1559), e che, pur “riabilitando” la figura di Dante, ancora papi come Benedetto XV (1921) e Paolo VI (1965), abbiano trovato in quell’opera elementi dai quali prendere le distanze.

Ma è forse l’ultima considerazione quella che propongo ai miei lettori con maggiore emozione, perché è senza dubbio la più innovativa. Infatti Canfora suppone che Dante, quando nel De Monarchia, 1 scrive Arduum quidem opus et ultra vires aggredior… alluda in forma emulativa al celebre (e meraviglioso) passo di Tacito, Historiae, 1, 2 Opus adgredior opimum casibus, atrox proeliis…, ipotizzando che il poeta fiorentino abbia visto un codice dello storico latino (oggi a Firenze, Laurenziana, Plut. 68, 2) nell’Abbazia di Montecassino.
Non entro (non è questa la sede adatta) nelle questioni più squisitamente tecniche, e mi rendo conto che – pur documentata che sia – questa è un’ipotesi che può anche non convincere del tutto. Ma solo l’idea che l’uomo più geniale del nostro Medio Evo (Dante) abbia letto e forse trascritto qualche passo del più lucido prosatore (e a mio avviso pensatore) della latinità imperiale (Tacito) è una cosa che mi affascina oltre misura. E che giocoforza deve portarci a non smettere di indagare su quel rapporto complesso e forse tormentato che Dante ebbe con la latinità classica e la cultura pagana, esperienze che la sua anima fine e la sua profonda cultura non potevano liquidare tout-court come peccaminose: infatti perché mai, se le avesse ritenute unicamente tali, si sarebbe scelto il pagano Virgilio come guida verso la salvezza?

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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