Riflessioni su uno dei più raffinati oggetti dell’arte tardo-romana
Se parliamo di Flavio Stilicone (365 ca.- 408 d.C.) ci riferiamo sicuramente a uno dei personaggi di maggior spicco dell’epoca cosiddetta “tardo-antica”: non per nulla fu oggetto privilegiato degli studi di uno dei più noti interpreti di questo affascinante periodo, il grande storico Santo Mazzarino: ancora fondamentale è infatti il suo Stilicone. La crisi imperiale dopo Teodosio, Roma, 1942.

Di origine vandala, figlio di un ufficiale dell’esercito romano, percorse anch’egli una brillante carriera militare tanto da diventare, sotto Teodosio, il comandante in capo di tutte le truppe dell’Occidente romano. E Teodosio, alla sua morte (395 d.C.), gli affidò la tutela del giovane figlio Onorio, cui aveva lasciato l’Occidente, e probabilmente anche di Arcadio, Augusto d’Oriente. Stilicone non mancò certo di spirito di iniziativa e di progettualità politica, convinto com’era che l’atteggiamento teodosiano “inclusivo” nei confronti dei barbari che premevano alle frontiere fosse l’unico possibile.
Si trattava di una politica non gradita però né alla corte d’Oriente né a larga parte della miope aristocrazia latina occidentale: quest’ultima osteggiò il grande generale anche quando nel 402-403 d.C. sconfisse i Visigoti di Alarico (a Pollenzo e a Verona) e nel 405 d.C. gli Ostrogoti di Radagaiso (a Fiesole). Stilicone – pur vincitore – non aveva infatti ritenuto opportuno continuare la guerra contro quelle popolazioni barbariche, preferendo la ricerca di accordi e di mediazioni.
Tale eccessiva prudenza suscitò i sospetti di Onorio che, convinto dai senatori più tradizionalisti, prese le distanze dal suo vecchio tutore, ucciso poi a Ravenna nel 408 d.C. insieme con la moglie Serena (nipote e figlia adottiva di Teodosio) e il figlio Eucherio.
Sì, proprio quella donna e quel ragazzo che appaiono raffigurati con lui in uno dei capolavori artistici della cosiddetta “rinascenza teodosiana”, e cioè il cosiddetto “Dittico di Stilicone”, oggi conservato nel Museo del Duomo di Monza.

  • xIl dittico di Stilicone
  • xCorona ferrea, Monza
  • xMoneta d’oro con l’imperatore Teodosio
  • xParticolare del cosiddetto “Sarcofago di Stilicone”
  • xNatività sul “Sarcofago di Stilicone”

Si tratta di un dittico d’avorio alto cm. 32, 5 e largo cm. 16, le cui tavolette sono incorniciate da una sottile struttura architettonica: le figure umane spiccano per quella “frontalità” – tipica di questo periodo – che le ammanta di ieraticità. Sulla destra c’è Stilicone, con una tunica ricamata e con tanto di scudo, lancia e spada, a ricordare la sua funzione di magister militum. Sulla sinistra c’è Serena, riccamente ingioiellata (notevoli sono la collana e gli orecchini) e pettinata con un ampio chignon; nella mano destra reca una rosa. E accanto a lei troviamo Eucherio, pettinato e agghindato in modo simile al padre; invece delle armi reca una tavoletta, forse la precoce nomina avvenuta nel 395 a tribunus e notarius. È presumibile che l’oggetto, di eccelsa fattura, sia stato realizzato come "gadget" celebrativo in occasione della nomina a console di Stilicone nel 400 d.C., esaltata anche dai versi del poeta Claudiano, che del generale fu uno dei maggiori estimatori.

Voglio chiudere questo mio articolo con tre brevissime considerazioni, di natura tra loro assai diversa.
La prima è di ordine strettamente storiografico. Se Roma, poco dopo la morte di Stilicone, venne messa a ferro e fuoco da Alarico (410 d.C.), ciò potrebbe farci pensare che la sua politica fatta anche (e non solo) di accordi e compromessi non fosse poi così sbagliata. In effetti l’attendismo e la prudenza stiliconiana, se attuati fino in fondo, avrebbero potuto forse attenuare o ritardare certi fenomeni traumatici, e perfino rafforzare temporaneamente la coesione dell’impero. Credo però che il “cuore” della questione stia ancora nell’analisi fatta oltre sessanta anni fa dal Mazzarino, il quale parlava apertamente del fallimento della politica di Stilicone; e tale fallimento non consistette tanto nella ricerca dei patteggiamenti (quasi obbligati) coi barbari, ma nell’illusione di poter tenere ancora uniti (o almeno non troppo divisi…) un Oriente ormai bizantino – con una solida alleanza tra Stato e Chiesa – e un Occidente politicamente e socialmente disgregato. La tematica, come si può ben vedere, è comunque troppo complessa per potere essere trattata cursoriamente in questa sede.

La seconda riguarda la collocazione del nostro dittico, che si trova a Monza perché fu donato – insieme ad altri oggetti di grande valore – al locale Tesoro del Duomo da Berengario dei Friuli, re d’Italia dall’888 e imperatore del Sacro Romano Impero dal 915, il quale incrementò il lascito precedente della regina Teodolinda (570-627 d.C.). Riaperto nel 2007, il “Museo e Tesoro del Duomo” di Monza ha oggi una struttura moderna e un’ottima esposizione degli oggetti, resa possibile anche (e soprattutto) dalla generosa contribuzione di due “mecenati” locali, Franco e Titti Gaiani. Chi lo visiterà – oltre al dittico – ci troverà davvero molto altro, a cominciare dalla celeberrima Corona Ferrea (in realtà conservata in Chiesa), che di Monza è il simbolo, fino alle non meno note opere di oreficeria longobardica e carolingia.

La terza è una curiosità. Nella Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, vi è un poderoso sarcofago paleocristiano che sorregge l’ambone in marmo medievale ed è circondato da una serie di colonne antiche di riuso. Per la sua elegante fattura, tale monumento è stato arbitrariamente definito “Sarcofago di Stilicone”, senza alcuna concreta pezza d’appoggio, come se la definizione “di Stilicone” fosse un brand legato al lusso e alla bellezza, per contaminazione con la bellezza del suo dittico! Ma il sarcofago in questione è importante anche per un particolare che non è oggi troppo visibile, a causa del posizionamento dell’oggetto: tra le sue decorazioni vi è la rappresentazione della Natività, tra le più antiche che si conoscano in Italia. E si tratta di una rappresentazione del tutto speciale: infatti il Bambino è accudito solo dal bue e dall’asino, in un contesto decorativo e simbolico-allegorico dove gli uccelli che beccano i frutti sono allusivi della successiva Risurrezione.

È dunque una Natività, per così dire, “animalista”, che mi piace pensare sarebbe molto piaciuta a San Francesco, il santo amante degli animali, che è da tutti ritenuto l’inventore del presepe!

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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