Gaio Cilnio Mecenate è universalmente riconosciuto come uno dei fautori del successo politico e culturale di Ottaviano Augusto, del quale fu amico della prima ora, nonché potente "ministro della cultura". Si deve infatti a lui la costruzione di quei solidi legami tra il principe e il fior fiore dei poeti del tempo, che non si tirarono indietro al momento di fungere da "cassa di risonanza" delle parole d'ordine del nuovo regime.
Operazione, questa, di enorme portata ideologica e propagandistica, eppure gestita con garbo e senza troppe forzature. Infatti da un lato Mecenate seppe trattare "da amici" i vari Orazio, Virgilio, Properzio, facendoli sentire non poeti di corte, ma indispensabili protagonisti di una nuova stagione della storia di Roma; dall'altro ebbe la sapiente accortezza di indirizzare i big del suo "circolo" letterario verso generi letterari diversi, evitando rivalità e gelosie che altrimenti avrebbero vanificato l'intero progetto.

Ma chi era davvero questo Mecenate? Un contributo significativo alla conoscenza della sua figura viene da una recentissima pubblicazione degli scarsi frammenti dei suoi scritti, e delle testimonianze latine sulla sua persona, nel pregevole e accessibile volume a cura di Stefano Costa, Mecenate. Frammenti e testimonianze latine, La vita felice, coll. Saturnalia, Milano 2014.
Consiglio vivamente la lettura di questo lavoro a tutti i colleghi docenti di Latino, poiché consente – tra l'altro – un'agile consultazione di materiale documentario (qui tradotto e ben annotato) altrimenti reperibile solo attraverso poco accessibili edizioni critiche. E io l'ho potuto subito sfruttare a scopo didattico, nell'ambito di alcune lezioni su Orazio nella "mia" seconda Liceo Classico; ed è stato interessante scoprire – insieme con gli studenti – come dei sedici frammenti mecenaziani rimasti ben tre (4 Costa = 21 Lund; 11 Costa = 2 Lund; 16 Costa = 3 Lund) menzionino il poeta di Venosa, e che in uno di essi Mecenate si rivolga ad Augusto chiedendogli Horatii Flacci ut mei esto memor (4 Costa, cioè "Ricordati di Orazio Flacco come di me"). Dimostrazione non peregrina – questa – del fatto che la confidenza con la quale Orazio tratta il suo protettore, invitandolo a bere con lui modesto vino sabino (Vile potabis modicis Sabinum: Orazio, Carmina, 1, 20), non è millanteria, ma deriva da una reale condizione di amicizia nella quale il cavaliere di origini etrusche (Maecenas atavis edite regibus: Orazio Carmina, 1,1) e il poeta di origine libertina (me… libertino patre natum: Orazio, Sermones, 1,6 ) sembrano dimenticare le loro differenze sociali.

  • Charles François Jalabert, Virgilio e Vario a casa di Mecenate Charles François Jalabert, Virgilio e Vario a casa di Mecenate
  •  Busto di MecenateBusto di Mecenate
  • "Stefano Bakalovich, Orazio declama poesie presso il circolo di Mecenate, 1863
  •  Bakalovich, Circolo di Mecenate,1890, Galleria Tret'jakov, Mosca Stefano Bakalovich, Circolo di Mecenate, 1890, Galleria Tret'jakov, Mosca
  • " Auditorium di Mecenate, Roma

Non è questa la sede per una trattazione completa della figura di Mecenate, né per una recensione articolata del volume: mi limiterò dunque a due brevissime osservazioni scaturite dall'approccio a questo materiale.
La prima considerazione è sulla qualità dei frammenti rimasti. Eterogenei, poco contestualizzabili, alcuni in prosa e altri in versi, non appaiono certo tra gli esiti migliori della letteratura latina. Altro che classicità di epoca augustea!
Mecenate sembra il "barocco" cultore di una forma eccessivamente elaborata, carica di neologismi linguistici e figure retoriche. E mi piace credere che – nelle loro conversazioni private (e riservate!) – Virgilio e Orazio prendessero un po’ in giro il fondatore del loro circolo, che scimmiottava i neóteroi, cedeva al gusto asiano, talora anticipando alcune esperienza di età neroniana. Cosa avranno allora pensato i "sobri" poeti del circolo leggendo di un'amante che labris columbatur ("fa il colombo con le labbra", fr. 1 Costa = 11 Lund), o ascoltando i complessi gliconei nei quali si filosofeggia sulla vita e la morte (fr. 8 Costa = 1 Lund) e i rarissimi galliambi di un inno a Cibele fera montium dea che ci richiama al Catullo doctus (fr. 8 Costa = 1 Lund)? Avranno probabilmente pensato che la scarsa vena poetica di Mecenate era la loro fortuna: loro erano indispensabili perché Augusto non poteva certo affidare direttamente a un tale "pasticcione" il compito di glorificare la gens Iulia e il destino di Roma!

La seconda considerazione è sull'immagine non troppo positiva che emerge dalle testimonianze latine sulla figura di Mecenate. Infatti − se si eccettuano i poeti del suo entourage (ovviamente) e un anonimo poema di età giulio-claudia denominato convenzionalmente Laus Pisonis – sembra prevalere nei Romani delle generazioni successive un giudizio negativo sulla sua personalità, in quanto il suo l’amore per l’arte, la moda, il lusso, la gastronomia – la "bella vita", insomma – era ritenuto tanto esagerato da confondersi col vizio.

Gli storici, dal cortigiano Velleio Patercolo al grande Tacito, ne esasperano infatti la mollezza "femminile" e l'indole capricciosa, se è vero che Augusto avrebbe organizzato degli spettacoli solo per compiacere l'amico invaghitosi del pantomimo Batillo (Tacito, Annales, 1, 54). E se accuse non diverse gli vengono dai poeti Marziale e Giovenale, per Quintiliano Mecenate è soprattutto un cattivo esempio di stravaganza e eccentricità stilistica (Quintiliano, Istitutio oratoria, 9, 4, 28). Chi però esagera davvero è Seneca, che menziona il Nostro più e più volte, e non certo per lodarlo. Per lui è un rammollito, un pessimo scrittore (si esprime "come un ubriaco": Lettere a Lucilio, 114, 4) e quasi un "anti-uomo", se è vero che lo oppone all'eroico Attilio Regolo – exemplum di coraggio e lealtà – come exemplum di dissolutezza (De providentia, 3, 11). Certamente Seneca ha finalità moralistiche che lo spingono in questa direzione, eppure non nego che tale livore mi ha un poco stupito (non conoscevo infatti tutti i passi citati), e mi ha portato a fare una riflessione. E poiché denuncio – da qui in poi – di non parlare più da addetto ai lavori, ma di ragionare come semplice osservatore, posso pure permettermi qualche nota conclusiva del tutto personale.

Affermo dunque che la simpatia che già provavo per Mecenate non fa che essere rafforzata dalle accuse di Seneca, che mi paiono cariche di invidia e risentimento postumo, perché l'amico di Augusto aveva avuto successo in quello in cui il precettore e consigliere di Nerone aveva fallito. Mecenate aveva infatti creato intorno al princeps un clima di consenso e gli aveva facilitato i rapporti con gli intellettuali e la pubblica opinione; invece Seneca era stato prima inascoltato maestro, poi silenzioso complice, infine egli stesso vittima del bizzoso Nerone.
Certo, Ottaviano era stato un "ragazzo perbene" e Nerone era invece un giovane megalomane e sospettoso, e dunque l'azione di regia di Mecenate era stata più facile di quella fallimentare del filosofo cordovese. Ma tant’è, la storia era stata quella, e Seneca rosicava (come dicono oggi a Roma) perché a quel bellimbusto mezzo etrusco che girava in bigodini le cose erano girate per il verso giusto, mentre lui – austero seguace della Stoà – doveva assistere compiacente sia ai deliri poetici del principe sia agli assassinii di Britannico e Agrippina… Certo, poteva ben consolarsi con qualche buona lettura e con gli ingenti beni che Nerone gli aveva regalato; ma la Storia con la S maiuscola non gli avrebbe perdonato i crimini neroniani, mentre avrebbe glorificato il ruolo di mediatore di Mecenate, fautore insieme con Agrippa del Saeculum Aureum di Augusto.

Si tratta come è ovvio di una boutade senza nessuna pezza d'appoggio, che nasce dalla scarsa empatia per il ripetitivo moralismo senecano da parte di chi scrive, che è invece affascinato dalla cultura d'età augustea. Me ne scuso dunque in forma preventiva con i lettori de La ricerca, tra i quali – sono sicuro – si annidano molti fan di Seneca, autore molto amato dai colleghi (e soprattutto dalle colleghe) più seri di me.
Ma lo ribadisco: se potessi scegliere con chi andare a cena tra lui (cioè Seneca) e Mecenate, ci andrei con Mecenate, sicuro di mangiare bene (a sue spese) in un ristorante "stellato". E se tra i commensali ci fossero anche Orazio e Virgilio, e – perché no? – il Divino Augusto, sublimi feriam sidera vertice ("toccherò il cielo con un dito": Orazio, Carmina, 1, 36).

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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