I nomi epicèni (dal gr. epíkoinon "comune", sottinteso génos "genere"), o promiscui, sono nomi che hanno un’unica forma per il maschile e il femminile, indipendentemente dal sesso dell’essere animato a cui si riferiscono (il pesce, la volpe). Tendono a comportarsi allo stesso modo nomi di professioni e cariche un tempo appannaggio degli uomini, come preside. In questo caso, però, il genere può essere indicato dall’articolo che precede il nome (il/la preside o il/la dirigente) e dagli eventuali aggettivi e participi passati accordati al nome: è arrivata la nuova preside.

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Oggi, del resto, sono caduti in disuso (perché sentiti come spregiativi) i femminili di nomi di professione formati col suffisso -essa, applicato a nomi come professore/professoressa, vigile/vigilessa: si preferisce avvocato ad avvocatessa, nonché ad avvocata. Da un nome in -o, infatti, ci aspetteremmo un femminile in -a, sul modello di maestro/maestra; sempre più spesso, invece, ci troviamo di fronte a forme invariate: è il caso di nomi di professioni e cariche la cui femminilizzazione è storia recente. Negli ultimi anni abbiamo avuto la ministra per lo Sport Giovanna Melandri, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, e oggi la ministro del Lavoro Elsa Fornero. Quest’ultima soluzione sembrerebbe la più ragionevole: da un lato evita l’occultamento linguistico del nome al maschile, dall’altro mette al riparo da facili ironie (anche se al plurale impone un ritorno alla forma femminile del nome: le ministre e non le ministri). La scelta tra l’una e l’altra formula, tuttavia, dipende spesso dalle preferenze esplicite delle donne che esercitano una certa carica: si tratta infatti di una questione non puramente grammaticale, ma ricca di implicazioni ideologiche.

A certe denominazioni, comunque, non siamo abituati, come testimonia la storia raccontata da Paola Di Nicola nel bel libro La giudice. Una donna in magistratura (Ghena, 2012), preceduto da un’introduzione di Melania Mazzucco intitolata “Articolo femminile”. Il maschile, come la toga, “traveste e nasconde”. Con l’espressione il giudice, preferita dalle donne magistrato (e non magistrate!), si dà la precedenza alla funzione rispetto alla persona che la svolge, ma si finisce anche per replicare “lo stereotipo millenario della calza e non della toga, della domus e non della polis”, così duro a morire, prima di tutto dentro le donne, che pure costituiscono il 46% della magistratura italiana. Ma Paola, che sopra alla toga porta la pettina bianca che sua mamma Isabella ha bordato con i pizzi delle nonne abruzzesi, ha deciso di firmarsi nelle sentenze, e di presentarsi nel suo biglietto da visita, come “la giudice”, convinta che l ’eccezione grammaticale debba diventare veicolo di un’eccezionalità del significato. L’ha fatto dopo aver sentito su di sé lo sguardo svalutante di un detenuto a Poggioreale, restio ad accettare l’autorità impersonata da una donna, per di più giovane e bella; dopo aver ascoltato, dallo scranno, un altro imputato (ergastolano) rivolgersi a lei (togata) con disprezzo: “Signurì vacci a chiamà lu giudice”. Ma anche dopo aver capito, da donna, quanto sia difficile per un’altra donna rompere il silenzio sulla violenza e sulla discriminazione.

Eppure, già nelle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, scritte da Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna nel 1987, si diceva chiaramente no a formule come “il giudice”, “la giudice donna” e “la donna giudice”, sì a “la giudice”. Queste raccomandazioni sono state ribadite nel Manuale di stile ad uso delle amministrazioni pubbliche curato da Alfredo Fioritto per il Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri (il Mulino, 1997).

A distanza di vent’anni, il documento intitolato Il genere femminile nell’Italiano di oggi: la norma e l’uso (2007), redatto da Cecilia Robustelli su incarico della Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea, ribadisce l’attualità del problema. Non solo ci è difficile dire e accettare la giudice, ma anche evitare di usare l’articolo femminile prima dei cognomi di donne (la Robustelli), nonché fare l’accordo sulla base del genere maschile (considerato come non marcato: i miei due figli sono una femmina e un maschio), anche quando il genere femminile è prevalente e il nome femminile è quello più vicino alla parola da accordare (mio padre e le mie sorelle sono stati…).

Eppure la moda del “politicamente corretto” ha diffuso (sul modello dell’inglese he/she, her/his) formule come bambino/a, studente/studentessa (dove l’esplicitazione del femminile, significativamente, è in seconda posizione), care e cari (nell’intestazione delle lettere, in cui si usa anche car*), persona al posto di uomo, la cittadinanza per i cittadini, il corpo docente per i professori, e così via.

Ripenso a quanto suonò strano e straniante incontrare, nelle pagine del libro della psicolinguista Marina Mizzau E tu, allora? Il conflitto nella comunicazione quotidiana (il Mulino, 2002), espressioni come l’interlocutrice al posto di l’interlocutore, l’altra anziché l’altro, tutte per tutti: l’autrice aveva deliberatamente scelto di usare il maschile e il femminile a caso, svincolandosi dalla regola del maschile generico, per far riflettere i lettori e le lettrici sull’asimmetria della lingua.

Mi torna in mente anche il progetto POLiTe (Pari Opportunità e Libri di Testo), promosso dagli editori italiani nel 1998 per  evitare il sessismo e gli stereotipi sessuali, sia nelle scelte linguistiche che nelle illustrazioni, fornendo rappresentazioni equilibrate delle differenze di genere. Dal  progetto sono nati il vademecum I e il vademecum II: ma, sfogliando oggi i libri di testo di mia figlia, scritti da autrici, mi rendo conto che certi stereotipi sono duri a morire.

Rifletto, con Paola, sul fatto che “esserci, come donne, nei luoghi decisionali non basta affatto. Bisogna esserci con il coraggio e la consapevolezza del proprio diverso punto di vista, dopo averlo focalizzato e valorizzato”.

Sulla questione del femminile di nomi di professioni e cariche si possono consultare online anche il Prontuario di Stefano Telve e l’articolo di Cecilia Robustelli L’uso del genere femminile nell’italiano contemporaneo: teoria, prassi e proposte.

Cristiana De Santis

Ricercatrice di Linguistica italiana presso l’Università di Bologna (sede di Forlì). È coautrice della grammatica Sistema e testo (Loescher, 2011).

 
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