Riflessioni sul romanzo storico su Ottaviano Augusto dell'autore di "Stoner", John E. Williams.

Ha sicuramente ragione Luciano Canfora quando, in una sua recensione del 2010 sul Corriere della Sera, afferma come il libro di John E. Williams, Augustus. Un romanzo, Castelvecchi, Roma 2010 (riedito nel 2013) abbia alcune imprecisioni di carattere storiografico. Di Canfora ovviamente mi fido, e inoltre – poiché bazzico da decenni sia la storia romana sia l’epistolografia latina (si tratta infatti di un romanzo epistolare) – me ne ero accorto da solo. Eppure non condivido per nulla il suo lapidario giudizio finale: «Insomma il libro non sembra ben riuscito: nello stesso, discutibile, genere letterario c' è di meglio». Cercherò ora di spiegare il perché, anche se la prima cosa che mi verrebbe da dire è che il romanzo mi ha molto appassionato, in certi tratti commosso; e che, nonostante le 382 pagine, è volato via d’un soffio, lasciando alla sua fine quella piacevole (e mai scontata) sensazione di vuoto associata alla mesta domanda: “e cosa leggo, adesso”? Ma andiamo con ordine.
Il libro è stato pubblicato nel 1972 e nel 1973 vinse il prestigioso National Book Award, con un buon successo di critica e pubblico: si trattava del quarto romanzo di John E. Williams (1922-1994), scrittore e professore statunitense, che nel 1965 aveva già edito quello Stoner che è considerato il suo capolavoro. Ma, nonostante il genere del romanzo storico in Italia “tiri” abbastanza, nella nostra lingua è stato pubblicato solo nel 2010, con una traduzione (qui faccio anch’io il pignolo…) non sempre all’altezza: ad esempio, non si può usare – considerando l'epoca storica, appunto – l’aggettivo italiano, né parlare per l’Italia di province, e neppure tradurre con un futuribile legione marziana la famosa legio Martia. Si tratta comunque di un aspetto sul quale (forse) si può sorvolare.
Romanzo epistolare, dicevo. Romanzo le cui lettere (o commentari memorialistici) sono scritte dai protagonisti della Roma a cavallo tra Repubblica e Impero: Cesare, Cicerone, Bruto, Cassio, Antonio, Cleopatra, Mecenate, Virgilio, Orazio, Ovidio, Agrippa, Giulia, Livia, Tiberio etc…, mentre all’ormai anziano Ottaviano è riservata un lunga corrispondenza finale con il dotto storico e filosofo Nicola Damasceno, a lungo vissuto a Roma in età augustea.
640px-Agrippa_Gabii_Louvre_Ma1208Ne emerge un quadro per molti aspetti veritiero, per altri fantasioso, della fine della Repubblica e della prima età dell’Impero. Un quadro dove si dà il giusto peso alla figura di Mecenate e dei poeti del suo circolo (splendido a questo proposito anche il romanzo di Sebastiano Vassalli, Un infinito numero, Einaudi, Torino, 1999: impossibile non proporlo agli studenti…), ma anche a quella di un personaggio troppo spesso lasciato in ombra, e cioè quel Marco Vipsanio Agrippa, amico e poi genero di Ottaviano Augusto. Agrippa fu infatti il vero “generalissimo” dell’età augustea, il fautore di tutte le principali vittorie militari del princeps; e fu colui che sposò Giulia, figlia di Ottaviano, già vedova del bellissimo e sfortunato cugino Marcello (tu Marcellus eris…, Eneide, VI, 883), e che da lei generò cinque figli. Infatti se Agrippa nel 12 a.C. non fosse morto all’improvviso – proprio lui che aveva un salute di ferro – sarebbe stato sicuro erede dell’Impero; e forse la moglie Giulia non si sarebbe “persa” del tutto tra quegli amori proibiti e (soprattutto) quelle congiure vere o presunte che costrinsero il padre ad esiliarla a Pandataria nel 2 a.C. Un recente libro dello storico Lorenzo Braccesi, che ho recensito per La ricerca, rafforza l’ipotesi del coinvolgimento di Giulia in un progetto sovversivo anti-augusteo; Williams, da consumato romanziere, immagina però un Augusto che la fa esiliare per adulterio soprattutto per evitare che possa essere condannata a morte per alto tradimento, conferendo così un taglio romantico, quasi poetico alla vicenda. Così come sono poetiche le considerazioni che – da una nave diretta verso Capri – il moribondo Augusto scrive all’amico Nicola Damasceno nell’agosto del 14 d.C. Egli immagina tra l’altro di avere vissuto da “personaggio”, e di avere impersonato sia l’eroe epico, sia quello tragico, sia – in vecchiaia – quello comico, tanto che come ogni misero guscio d’attore, [l’uomo] finisce per rendersi conto di avere recitato tante di quelle parti da non essere più se stesso. La frase riecheggia un celebre passo di Svetonio (Vita di Augusto, 99), ma è reinterpretata con tutta l’inquietudine “moderna” che Williams ha voluto dare al suo Augusto.
Insomma, leggendo questo romanzo mi è venuta in mente la lettera che Manzoni scrisse a Monsieur Chauvet nel 1820, nella quale spiega la differenza tra vero storico e vero poetico, dove quest’ultimo aggettivo (poetico) incarna non solo la poesia in senso stretto ma la letteratura in generale.
Sostiene infatti il Don Lisander:

Ma, obietterà qualcuno, se si toglie al poeta ciò che lo distingue dallo storico, cioè il diritto di inventare fatti, cosa gli resta? Cosa gli resta? la poesia; sì, la poesia. Perché, in sostanza, cosa ci dà la storia? avvenimenti noti, per così dire, solo esteriormente; ciò che gli uomini hanno fatto; ma ciò che hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro deliberazioni e i loro progetti, i loro successi e insuccessi, i discorsi con i quali hanno fatto e cercato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni e altre volontà, con i quali hanno espresso la loro collera, effuso la loro tristezza, con i quali in una parola,hanno manifestato la loro individualità, tutto ciò, tranne pochissimo, è passato sotto silenzio dalla storia, e tutto ciò forma il dominio della poesia. Eh! sarebbe ingenuo temere che manchi ad essa l’occasione di creare,nel senso più serio, forse il solo serio ,di questa parola! Ogni segreto dell’anima umana si svela, tutto ciò che genera i grandi avvenimenti, tutto ciò che caratterizza i grandi destini, si rivela alle immaginazioni dotate d’una sufficiente forza di simpatia. Tutto ciò che la volontà umana ha di forte o di misterioso, e la sventura di religioso e di profondo, il poeta può indovinarlo; o, per meglio dire, scorgerlo, afferrarlo e esprimerlo.

 

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L’Augusto talora risoluto e talora scettico, talora spietato e talora comprensivo di Williams incarna allora molto bene l’idea manzoniana di vero poetico; così come lo incarnano – ad esempio – Marco Antonio e Cleopatra, in bilico tra passione e calcolo politico, o il dandy Mecenate, insieme con il mite Virgilio e il bonario Orazio.
Lasciamo dunque ad altri il compito di ricostruire il vero storico augusteo; facciamoci però travolgere dalla melanconica poesia del libro del romanziere americano, che in qualche frangente – si parva licet – mi ha ricordato le Memorie di Adriano della Yourcenar. So che qualcuno su questo avrà da ridire, ma, come avrà forse capito chi mi legge ogni tanto, sono un recensore parziale e talora un po’ fazioso, quando un libro mi è davvero piaciuto. E l’episodio del maturo Augusto, già pater patriae e signore del mondo, che incontra le vecchia nutrice Irzia (la quale ancora può chiamarlo con il nomignolo Tavio) e le chiede della salute sua e dei sui figli sarà pure inverosimile, ma riporta un semidio al rango di uomo: ed è questo che – manzonianamente parlando – gli conferisce una sufficiente forza di simpatia, in quanto il personaggio manifesta sentimenti… passioni… volontà. Umano, forse troppo umano, ma senza dubbio poetico.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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