Una recensione di "Elogio del Politeismo" di Maurizio Bettini, il Mulino 2014.

politeismo1In un’epoca tanto mondanizzata e spoglia di ricerca spirituale, come pare essere quella in cui viviamo, che è al tempo stesso attraversata da potenti rigurgiti di fondamentalismo religioso da parte islamica e cattolica, Maurizio Bettini, studioso di lungo corso del mondo antico, ci propone in un agile libretto un confronto fra le religioni antiche e quelle giudaico-cristiane-islamiche a partire dalla principale differenza che le contraddistingue: le prime veneravano una pluralità di dèi con una gerarchia di valori flessibile e aperta, le seconde un solo Dio, assoluto, unico e intollerante di qualsiasi altra divinità. Nel libro dell’Esodo si stabilisce infatti questa univocità, che lo studioso Jan Hassmann ha individuato come la disperata ricerca della propria identità e del proprio riscatto del popolo giudaico, il patto di esclusività fra Mosè e il Dio che si rivela e si consegna in parola alla propria gente, chiedendo in cambio una devozione esclusiva che arriva a vedere nelle altrui pratiche una minaccia e un nemico da osteggiare: “Osserva dunque ciò che io oggi ti comando (...) Guardati  bene dal fare alleanza con gli abitanti della terra nella quale stai per entrare, perché ciò non diventi una trappola in mezzo a te. Anzi distruggerete i loro altari, farete a pezzi le loro stele e taglierete i loro pali sacri. Tu non devi prostrarti ad altro dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso”.
Al contrario, nell’antichità cosiddetta pagana (ma pagano insieme a politeismo nascono già come termini dispregiativi da parte dei cristiani) gli dèi altrui sono sempre considerati con rispetto, tanto che prima dell’attacco di una città i romani solevano evocarne le divinità allo scopo di non recare loro offesa, come se l’ordine dei traffici umani si collocasse su un piano diverso dal rispetto dovuto alle cose sacre di ogni popolo.
Secondo Bettini ciò ha delineato due quadri mentali opposti, che vanno ben oltre le pratiche religiose e il culto. Nell’antica Roma, ma anche in Grecia, le guerre non avevano mai una motivazione religiosa: vigeva semmai il rispetto per gli dèi altrui e la curiosità verso l’olimpo dei popoli conquistati o avversari. Era infatti invalsa la pratica dell’interpretatio, ovverosia della mediazione nel trovare non già il perfetto equivalente da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, ma l’elemento mediano di somiglianza e prossimità, come ci è testimoniato da numerose fonti in cui si parla di Giove in parallelo allo Zeus greco o all’egiziano Serapide. E per annettere divinità altrui nel culto di una città si usava la stessa terminologia, e procedure simili, a quelle in uso per la concessione della cittadinanza a testimoniare come la religione fosse intesa principalmente come un collante sociale, un potentissimo motivo di aggregazione e pacificazione. E tanto per rimanere sul piano dei segni e dei simboli, l’esperimento che compie Bettini è quello di vedere se pratiche cultuali come il presepe dei cristiani possa avere un parallelo nelle statuette di gesso e terracotta regalate ai bambini durante la celebrazione dei Saturnalia e dei Sigillaria a fine anno. Tuttavia, mentre il presepe nelle scuole italiane è diventato, con l’arrivo di molti immigrati, motivo di disagio, tanto che per non offendere altre religioni in certi casi è stato bandito, le statuette votive a Saturno non pare entrassero in concorrenza con nessuno degli altri, numerosissimi, dèi venerati a Roma oltre a quelli indigeni. Eliminando il presepe, nel tentativo di rispettare la religione altrui, si ribadisce il fatto che per entrambe le tradizioni, quella cristiana e quella islamica, il dio è uno solo, il proprio, e non esiste un possibile terreno di confronto, proprio perché il quadro mentale fornito dal monoteismo non prevede la pluralità. Se ne deduce che il monoteismo dei cristiani, al pari di quello giudaico e islamico, è per sua natura intollerante e proprio là dove predica la tolleranza lo fa sempre da una posizione di superiorità, come se si dovesse avere pazienza con chi è nell’errore, poiché caratteristica delle religioni monoteistiche è la presunzione di possedere la verità assoluta, quella rivelata in un libro scritto da Dio in persona, rispetto alla quale ogni forma di mediazione è percepita come degradazione. Ben diverso è il quadro mentale fornito dal politeismo per il quale non esiste un libro sacro, o scritto da Dio, ma la consapevolezza, dichiarata da Erodoto ad esempio, che il sistema degli dèi sia una creazione umana, un tentativo empirico, e dunque sempre confrontabile e migliorabile, di dare ordine all’esperienza umana, al vivere civile, al sentire e al sapere. Il cristianesimo non ha potuto tenere conto della grande lezione di pluralità, rispetto e apertura di cui era portatore il culto antico, essendo fondato sulla presunzione della verità rivelata in senso assoluto. La conseguenza, al netto dello spostamento verso un’uguaglianza di tutti gli uomini di cui sicuramente il cristianesimo è stato portatore, è stata un’intolleranza diffusa che ha spinto il cristianesimo stesso a frantumarsi al suo interno e a sollevare secoli di guerre religiose. Non si ricordano molto spesso, eppure dagli Spagnoli e in nome della fede cattolica, sono stati uccisi circa centocinquanta milioni d’indigeni delle Americhe, nell’arco di due secoli.
Se gli dèi antichi sono ormai congelati in una mitologia che ce li fa percepire come personaggi di racconti non più riesumabili, vale, secondo Bettini, la lezione di pluralità, curiosità, apertura che viene da quel sistema di pensiero e che può costituire una via di salvezza rispetto a un mondo dove la conflittualità su base religiosa è crescente. Il declino della parola scritta e del testo, che Bettini vede incarnato nella diffusione di nuove tecnologie di comunicazione, nella perdita di autorialità e di responsabilità delle proprie affermazioni incoraggiato da social network e dalla traduzione digitale di un sapere un tempo affidato solo al libro, potrebbe essere d’altra parte la premessa a un declino della sacralità unilaterale del testo che sta alla base dei monoteismi.

Alessandra Sarchi

Ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi in storia dell'arte; ha poi svolto un dottorato di ricerca a Ca' Foscari, Venezia. Ha lavorato alla Fondazione Federico Zeri di Bologna, occupandosi di catalogazione fotografica. Collabora con vari giornali e blog culturali. Con Einaudi Stile libero ha pubblicato due romanzi: «Violazione» (2012), «L'amore normale» (2014) e l'ultimo, «La notte ha la mia voce», uscito nel 2017.

 
 
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