Sappiamo tutti quanto sia utile, soprattutto nel lavoro scolastico, l’uso di disegni, grafici, diagrammi, mappe e tabelle. Danilo Mainardi, per esempio, da grande insegnante e divulgatore, appena può si mette alla lavagna e traccia un disegno, per spiegare la particolare intelligenza di un gatto o la innata curiosità, intrecciata con la paura, in una famiglia di topi.

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In un saggio recente, pubblicato nella rivista online «Between» (Tra biologia e cultura, 6, 2013) ha ricordato quanto l’uso del disegno sia «importante nella comunicazione umana perché è un mezzo immediato di trasmettere significati, uno strumento per dare forma a un’idea, fissare e memorizzare un pensiero in un tratto».
Naturalmente, e credo che Mainardi sarebbe d’accordo, gli strumenti grafici vanno utilizzati con prudenza, sapendo che essi ci aiutano a mettere chiarezza nei fenomeni sotto osservazione, ma spesso rischiano di semplificare troppo le realtà complesse che studiamo e cerchiamo di spiegare oppure di tradurle in schemi logici astratti, troppo lontani dal concreto e spesso contraddittorio spessore della realtà.

Quando, per esempio, il prestigioso pedagogista americano Howard Gardner costruisce un colorato diagramma delle intelligenze multiple possedute dal nostro cervello, egli mette in buon ordine, da bravo seguace del pragmatismo di Dewey e compagni, le cosiddette «facoltà» o «competenze» umane, con sezioni dedicate al linguaggio, alle abilità logico-matematiche, a quelle del rapporto con la natura (conoscenza, sfruttamento, cura), a quelle visive e spaziali, a quelle corporee e cinestetiche, a quelle musicali, a quelle che consentono la comunicazione interpersonale e l’introspezione personale. Tuttavia dal suo schema delle intelligenze (alcune privilegio esclusivo della specie umana, altre condivise con altri animali), sembrano restar fuori parecchi aspetti delle nostre conoscenze, azioni, emozioni: per esempio la capacità di combinare insieme esperienze diverse (sinestesia), quella di trasferirci in altri luoghi e periodi storici, quella di sognare o proiettarci in spazi immaginari, lontano dalla natura, e altre capacità ancora.

 

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Qualche tempo fa, il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) del Progetto Compìta ha elaborato un bel grafico sul rapporto fra le discipline di studio e insegnamento [lo schema è riportato nel capitolo 2. La ricerca di un nuovo paradigma: l'insegnamento della letteratura nella scuola delle competenze, di Carla Sclarandis e Cinzia Spingola - ne I Quaderni della Ricerca #5, Per una letteratura delle competenze, pag. 24, N.d.R.]. Ispirandosi in parte proprio agli schemi di Gardner e facendo ricorso ai modelli grafici del quadrato semiotico di Greimas, gli esperti del CTS hanno lodevolmente cercato di costruire uno schema di nodi e relazioni fra le diverse competenze dell’intelligenza multipla e in particolare fra conoscenze e abilità. Essi si sono mossi disinvoltamente, e a un livello molto astratto, elaborando modelli di comportamento facilmente applicabili alle realtà umane: come fare un viaggio, costruire una macchina, preparare un esperimento di fisica o chimica, studiare il corso di un fiume, fare una previsione meteorologica, stilare una statistica. Credo, tuttavia, che sarebbero in non poche difficoltà se volessero applicare lo stesso schema alla ricostruzione di un avvenimento storico, alla soluzione di un caso giudiziario, all’interpretazione di un testo letterario.

 

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A proposito di quadrato semiotico ricordo che anni fa, nel periodo di grande entusiasmo per le teorie di Greimas, un suo allievo, Joseph Courtés, ha scritto un libro di introduzione alla semiotica narrativa e discorsiva in cui riferiva una ricerca fatta su molte versioni della favola di Cenerentola. Arrivava alla conclusione che in tutte le versioni si parla del figlio di un re e non del re stesso e ne traeva uno schema semiotico in cui il rapporto fra Cenerentola e il principe, fondato da una parte sull’attrazione sessuale e dall’altra l’aspirazione all’ascesa sociale, si intrecciava con quello fra il padre, investito del potere, e il figlio, aspirante al potere. Peccato che nell’antica versione egiziana della storia di Rodopi, lontana fonte di Cenerentola, il protagonista maschile sia il faraone e non il figlio del faraone e che nella Novellaja fiorentina di Vittorio Imbriani l’innamorato di Cenerentola sia Sua Maestà il re in persona, e non un suo figliolo.
Fra gli studiosi che hanno dedicato la loro attività teorica in modo molto originale all’uso negli studi letterari di grafici, alberi genealogici e mappe geografiche va annoverato Franco Moretti. All’argomento egli ha dedicato alcuni saggi pubblicati nella rivista «New Left Review», poi raccolti in un libro delle edizioni Verso intitolato Graphs, Maps and Trees for a Literary History (traduzione italiana: La letteratura vista da lontano, Einaudi). Usando i metodi della storia quantitativa, della genetica darwiniana e della cartografia geografica Moretti si è messo coraggiosamente a costruire diagrammi, alberi, mappe. Si è anche tirato addosso critiche feroci ed è stato accusato di usare in modo spregiudicato, neopositivistico, i metodi delle scienze naturali e di sottoporre a riduzione e appiattimento la ricca complessità delle vicende letterarie e dei testi (soprattutto romanzi) da lui sottoposti ad analisi quantitativa.
Il critico inglese Christopher Prendergast, in un lungo saggio sulla «New Left Review», intitolato Evolution and Literary History (34, luglio 2005) ha preso di petto la teoria critica di Moretti, smontandone logica e metodo. Moretti ha risposto in modo calmo e articolato, difendendo le sue posizioni. Cito il passo in cui Prendergast tratta quello che a lui sembra il nodo del problema: «Gran parte delle difficoltà poste dalla concezione che Moretti ha della storia letteraria derivano, secondo me, dallo sforzo abbastanza azzardato di avvicinare fra loro le leggi della natura e quelle della cultura, in misura assai superiore a quanto non si faccia normalmente. Questa è la sua scommessa più audace. Nemmeno gli studiosi dell’evoluzione o gli storici della scienza sono disposti a seguirlo. Se si eccettuano certi balbettii abbastanza noiosi emessi da alcuni sostenitori della socio-biologia o, più recentemente, certe chiacchiere abbastanza frivole sul «gene egoista», gli specialisti di scienze naturali (compresi quelli citati da Moretti) sono inflessibilmente convinti che, mentre la vita biologica è governata da proliferazione, differenziazione e divergenze, la vita culturale è governata da mescidanze, anastomosi e convergenze. Secondo George Basalla (le cui parole appaiono anche nel saggio di Moretti) «le diverse specie biologiche di solito non fanno incroci genetici… Le creazioni artistiche, invece, di norma combinano elementi diversi fra di loro per produrre nuove fruttuose entità». Moretti è disposto a concedere che cultura e natura costituiscano regni discontinui. Ma la sua sembra soltanto una concessione retorica, perché egli passa rapidamente dal riconoscimento della discontinuità al sostegno dell’affinità [...]. La cultura, sostiene Moretti, è sia convergenza che divergenza, anche se alla divergenza, nella sua argomentazione, è data più decisa prominenza».
Nonostante le critiche, Moretti è andato avanti imperterrito e di recente ha pubblicato un saggio sulla funzione di calcoli e misure nella teoria letteraria (Operationalizing, in «New Left Review» 84, Nov./Dic. 2013, pp. 103-113: «operationalizing è forse la parola più brutta che mi sia mai capitato di usare, e tuttavia è l’eroina di queste pagine»). Mi limito a dare un esempio del suo discorso. Appoggiandosi ai lavori di un suo collega professore di inglese a Stanford, Alex Woloch, Moretti propone di mettere in rapporto l’importanza e il significato dei personaggi in un romanzo o in un’opera teatrale con lo spazio a loro dedicato (in numero di parole) nel corso del testo. Nella Fedra di Racine, per esempio, Fedra pronuncia il 29 per cento delle parole, Ippolito il 21, Teseo il 14 e così via fino allo zero per cento delle guardie che eseguono gli ordini di Teseo nell’ultimo atto della tragedia.

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Difficile dire se l’insegnante di letteratura può trarre grande profitto da questi dati quantitativi per l’interpretazione del testo, a parte la constatazione che le guardie, ubbidienti al tiranno, eseguono gli ordini senza dir parola (forse maggior profitto può trarlo l’insegnante di matematica, se deve far fare esercizi sulle percentuali).
Forse più utile, se si deve spiegare la struttura dei Promessi sposi, il diagramma a suo tempo costruito (quasi per scherzo, senza crederci troppo) da Franco Fido sui rapporti fra i personaggi, istituendo fra di loro relazioni più di tipo qualitativo che quantitativo (e mettono in tensione valori come protezione, oppressione e mediazione, giustizia e grazia, ecc.). 

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Il diagramma di Fido, decisamente greimasiano, a me pare che sia molto utile e metta in risalto non pochi significati profondi del romanzo.

Remo Ceserani

È stato professore di letterature comparate all'Università di Bologna.

 
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