È una pratica molto comune, un vezzo storiografico, quello di dividere il percorso della storia, farne una specie di salame affettato, in blocchi cronologici precisi: una volta si procedeva per secoli (il Trecento, il Cinquecento, ecc.), poi si è proceduto per decenni, cercando di definirli e caratterizzarli (gli speranzosi anni Sessanta, gli inquieti anni Settanta, gli orribili anni Ottanta, ecc.). La tendenza è abbastanza diffusa, iniziata credo in Germania con una serie di nostalgiche mostre d’arte sui «dorati anni Venti».

1910Ora si è arrivati a dividere il salame in fettine più sottili, fermandosi sui singoli anni. Questo modo di procedere ha forse qualche utilità pratica (per gli autori di manuali scolastici, gli allestitori di mostre, gli organizzatori di archivi); non ha grande validità teorica, perché la storia procede a modo suo, senza troppo rispettare i fogli del nostro calendario, e in ogni suo periodo presenta contraddizioni, ritorni al passato, anticipazioni del futuro. In ogni caso, concentrarsi su un decennio è operazione meno astratta di quella che ragiona per secoli e concentrarsi sui singoli anni, spesso avvertiti come anni cruciali, diversi dai precedenti e dai successivi, può avere una certa utilità ermeneutica, e anche didattica.

Il periodo storico che più si è prestato, in anni recenti, a sottoporsi all’impiego dell’affettatrice è quello dei primi tre decenni del Novecento. Ha cominciato un critico americano, Thomas Harrison, studioso della letteratura, della filosofia e del cinema italiani, professore all’università della California a Los Angeles, che nel 1996 ha pubblicato un libro intitolato The Emancipation of Dissonance (Berkeley-Los Angeles, University of California Press, 1996; ora tradotto in italiano con il titolo 1910. L’emancipazione della dissonanza, Roma, Editori Riuniti, 2013). Ispirandosi a una famosa nota scritta da Virginia Woolf sul suo diario «intorno al dicembre 1910, il carattere dell’umanità cambiò», Harrison ha puntato sull’anno 1910. Sicuramente si tratta di un candidato a essere considerato un «anno cruciale» e Harrison ha avuto buon gioco a trovare coincidenze temporali di grande suggestione avvenute in quell’anno e relative non solo a fatti politici e culturali ma anche a momenti della sensibilità collettiva.

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Il centro focale del libro di Harrison va cercato in quella che un tempo si chiamava la Mitteleuropa e in particolare nella città di Gorizia, dove in quell’anno si uccise Carlo Michelstaedter. Da lì si estendono molte imprevedibili convergenze, che vanno nelle più varie direzioni, verso fenomeni naturali come la cometa di Halley, sistemi di pensiero come quelli di Georg Simmel, Max Weber, Carl Schmitt, György Lukács e Martin Buber, arte fortemente innovativa come quella di Kandinsky, Schiele, Kokoschka, letteratura d’alto impegno come quella di Trakl, Rilke, Slataper, Campana. Ecco, per esempio, una significativa convergenza: mentre il 19 aprile di quell’anno a Vienna Sigmund Freud e la Società psicanalitica, colpiti dai frequenti suicidi in città, dedicano una seduta a una discussione del fenomeno, il 17 ottobre a Gorizia il ventitreenne Michelstaedter mette fine alla sua giovane vita. Il gesto sembra rappresentare simbolicamente il disagio di un’intera generazione e l’imminente tramonto dell’Occidente

 

1926È poi venuto uno studioso tedesco, Hans Ulrich Gumbrecht, ultimo rappresentante della scuola di Costanza, che insegna a Stanford in California, con un libro dedicato all’anno 1926, significativamente intitolato In 1926. Living at the edge of time (Nel 1926. Vivendo sull’orlo del tempo, Cambridge, Harvard University Press, 1997; il libro è stato tradotto in tedesco e in spagnolo, mai in italiano). Gumbrecht dichiara di aver scelto a caso il 1926 (non so se dobbiamo credergli), ma certamente si tratta di un anno per tanti aspetti cruciale. Le esperienze di chi ha vissuto in quell’anno sono catalogate attentamente, offrendo molte sorprese al lettore, in rubriche tipo aeroplani, ascensori, brillantina, corride, catene di montaggio, americani a Parigi, grammofoni, Jazz, scioperi, radiofonia, Jazz, danze di moda, rumore e silenzio, sobrietà ed esuberanza, alpinismo, transatlantici, centro e periferia, città capitali come Berlino, New York, Parigi, Buenos Aires, romanzi, riviste, il primo film di Hitchcock, protagonisti della società e della cultura come Greta Garbo, Josephine Baker, Ernest Hemingway, Luigi Pirandello, ecc. ecc. L’autore pensa che non ci sia più posto nel nostro mondo per qualsiasi racconto ordinato della storia; egli invita i suoi lettori a immergersi nel passato, senza seguire nessun ordine neppure nella lettura, per afferrare, attraverso una documentazione frammentaria e casuale, il «senso» di un’epoca, il modo come un anno particolare è stato vissuto da quelli che abitavano quel mondo, oggi in gran numero morti.

downloadPoi è venuto (almeno a quanto ne so io) il libro di un giornalista tedesco, Florian Illies, storico dell’arte, editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung». Il libro è intitolato 1913. L’anno prima della tempesta (Venezia, Marsilio, 2013, edizione originale tedesca l’anno prima). Il libro di Illies scandisce l’anno mese per mese (ecco che si scende a una misura cronologica ancora più breve) e cerca di dare il clima culturale di quell’anno che precedette la tragedia collettiva della prima guerra mondiale. Illies punta a cogliere lo Zeitgeist scegliendo a una mescolanza di avvenimenti politici e culturali, spesso scendendo al livello delle mode e della sensibilità collettiva (soprattutto dei paesi di lingua tedesca). Il mese di gennaio, per esempio, comincia così: «È in questo mese che Hitler e Stalin si incontrano a passeggio nel parco del castello di Schönbrunn, Thomas Mann arriva quasi a dichiararsi omosessuale e Franz Kafka a impazzire d’amore. Una gatta si installa furtiva sul divano di Sigmund Freud. Fa molto freddo. La neve scricchiola sotto i piedi. Else Lasker-Schüler è povera in canna e innamorata di Gottfried Benn, riceve da Franz Marc una cartolina raffigurante un cavallo…» e così via).

waste_land1Lasciando da parte i numerosi libri che raccontano gli anni della grande guerra e in particolare il 1914, per definizione «anno cruciale» e oggetto di studio specializzato degli storici delle diplomazie e delle guerre (da Luigi Albertini ai recenti volumi di Margaret MacMillan, Charles Emerson, Sean McMeekin, Christopher Clark, Max Hasting), mi soffermo su un altro libro recente, che fa una proposta diversa. Il giornalista britannico Kevin Jackson, autore di trasmissioni radio e TV, film e libri divulgativi ha dedicato un libro che punta l’attenzione all’anno 1922 e che già nel titolo riprende una famosa dichiarazione di Ezra Pound, secondo cui il 1922 «era l’anno Uno di una nuova era». Titolo: Constellation of Genius. 1922, Modernism Year One, London, Hutchinson – New York. Ferrar, Straus and Giroux, 2012.  Il 1922, si sa, è l’anno di pubblicazione dell’Ulysses di Joyce e della Waste Land di Eliot ed è stato sempre considerato un anno cruciale nella storia del modernismo.  Jackson costruisce, attorno a questi fatti seminali, una fitta rete di coincidenze e organizza anche lui il suo materiale mese per mese, città per città: Parigi, Hollywood, New York, Londra, Berlino, ecc. Privilegia nettamente i fatti artistici, letterari e culturali: i quadri di Klee, la Bauhaus, il cinema di Hitchcock, il jazz, il premio Nobel a Einstein e così via.

Restano le domande degli scettici: perché il 1910 e non il 1911, il 1922 e non il 1921, il 1926 e non il 1927?

Remo Ceserani

È stato professore di letterature comparate all'Università di Bologna.

 
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