"Perché narrando il duol si disacerba: Virtù terapeutiche della letteratura" è il titolo del contributo di Natascia Tonelli sul Quaderno della Ricerca "Imparare dalla lettura". Narrando il mal d'amore, traducendolo in parole, esso diventa meno aspro - e così leggendone: ecco il balsamo del racconto (poetico, letterario) a venire in soccorso di noi lettori nelle nostre quotidiane afflizioni sentimentali. Pubblichiamo online a puntate il testo integrale: la seconda e ultima parte.

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In soccorso e rifugio di quelle che amano
Boccaccio, evidentemente, era ben addentro a tale questione, vuoi per ragioni di cultura scientifica diffusa o sua propria, vuoi per via letteraria: le due facce della medaglia nel suo caso stanno insieme e si contemperano, visto che Boccaccio è trascrittore (e al suo lavoro si deve la conservazione del testo), l’unico trascrittore del primo approfondito commento alla Canzone d’amore di Cavalcanti. Un grande medico fiorentino, Dino del Garbo, professore a Bologna, aveva infatti analizzato il testo poetico di Cavalcanti con gli strumenti professionali della sua arte, e Boccaccio si fece copista di quella densa analisi, ben assimilando, evidentemente, ogni aspetto, signa cause cure, dell’amore qui et ereos dicitur che Dino del Garbo aveva riconosciuto e commentato nel testo poetico.
Boccaccio se ne appropriò in modo così profondo da permearne l’intero suo capolavoro, innovando al contempo radicalmente la tradizione nella quale lo inscrive. Dei rimedi d’amore infatti si parla fin dal principio assoluto del testo: dal proemio, ancor prima dunque di avviare la descrizione della peste con tutto quel che ne consegue; l’autore, per spiegare le ragioni profonde della sua opera, parla di sé stesso come di chi, beneficiando dei consigli di un amico, poté guarire dai dolori dell’amore. La cura di cui lui aveva goduto, cura della parola, ma ‘parlata’, orale, cura tradizionale già raccomandata dai medici (“sono utili i buoni consigli degli amici”: “Iuvat loqui cum amicis dulcissimis”, secondo Guglielmo da Brescia), viene trasformata, col suo libro, in cura della parola scritta. Anche questa si trova in alcuni medici fra i plausibili rimedi del mal d’amore (in particolare, Boccaccio è vicino ai precetti di Guglielmo da Brescia, il quale suggerisce che il paziente “narrationibus et rumoribus impediatur variis”, cioè venga involto, avviluppato, quasi frastornato al fine di distrarlo, da chiacchiere e racconti), ancorché, come abbiamo visto, non sia dei più usitati e sia di qualità intellettuale, di livello quindi certamente ben diverso e qualificato rispetto ai più crudi e di consenso esteso fra i trattati, meramente fisici o brutalmente psicologici.

 


tap1In cosa consiste allora la novità radicale della sua posizione? Dapprincipio, nel proemio, in modo assolutamente coerente con i dettami medici, analizza le cure possibili per gli innamorati sofferenti:

Essi [li innamorati uomini], se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l'animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o diventa la noia minore.

Dove è da notare come l’elenco dei rimedi corrisponda alla lettera a quello dei trattati, che viene ricalcato (in particolare quello di Guglielmo da Brescia: “Equitatio et exercitium sint temperata; patiens negociis et actionibus continue impediatur… Iuvat etiam secundum Avicennam venatio et species ludi, et similiter piscatio et aucupatio. Et universaliter omnes species exercitii delectabiles, et ire de una terra ad aliam multum valet”), e nello stesso tempo, per quella commistione e reciprocità fra medicina e letteratura caratteristica di questo specifico male, anche ai remedia che l’esperto d’amore per eccellenza, Ovidio, aveva elencato nei suoi libri dell’Ars amatoria. Ma non vi corrisponde più quanto al destinatario, la destinataria della sua specifica, raffinatissima cura. Infatti:

Esse [le donne] dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l’hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia, mossa da focoso disio, sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. […] Adunque, acciò che in parte per me s’amendi il peccato della fortuna, la quale dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago e ’l fuso e l’arcolaio, intendo di raccontare cento novelle, o favole parabole o istorie che dire le vogliamo.

 

tap4

 

È alle donne, alle donne innamorate, che si rivolge il Decameron, per disacerbare, narrando, le loro pene; donne per la prima volta, dopo Ovidio, e dunque nell’era volgare, considerate soggetto di passione, cioè degne di un’attenzione psicologica e ‘medica’ che le veda protagoniste. E Boccaccio sceglie per loro i rimedi più raffinati contro la malattia d’amore e la sua nefasta conseguenza, la malinconia: le narrazioni (“cento novelle, o favole o parabole o istorie”) e le canzoni (“alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto”). Inserisce dunque nel suo testo anche quella musicoterapia e quelle cantilene delle quali i medici discutevano l’utilità, non giungendo a un parere concorde, e che Ovidio invece rifiutava come affatto pericolose (“Enervant animos citharae lotosque lyraeque…Carmina qui potuit tuto legisse…?”).
La letteratura, nello specifico le narrazioni, diviene dunque il rimedio per eccellenza a quella sofferenza d’amore che, traendo alimento dalla solitudine e dalle condizioni di limitata libertà che le donne a metà Trecento vivevano, rischiava di trasformarsi rapidamente nella ben più grave patologia malinconica: le donne a cui il Decameron è rivolto non avrebbero certo potuto svagarsi andando a torno, cacciando o mercatando... epperò sono donne ormai alfabetizzate (e non solo in grado di leggere, come si vedrà), al punto da poter fruire, quali destinatarie privilegiate, di novelle, di storie e di poesie; in modo tale che la letteratura sia per loro principale risorsa terapeutica e di vita.
Se accogliamo questa lettura complessiva dell'opera, d'altra parte chiaramente esplicitata sia in apertura, come ben si vede dal passo sopra citato, sia in chiusura:

[...] le mie novelle, scritte per cacciar la malinconia delle femmine,

il Decameron tutto si propone come una sorta di trattato specifico contro il mal d’amore e la malinconia; viene ad appartenere di diritto al genere (fino ad allora esclusivamente – a parte il caso, diverso, di Ovidio – destinato all’altro sesso) dei remedia amoris, in cui le singole novelle fungono da ‘pillole’ di distrazione e di svago quotidiano “a chi per tempo passar legge”, di modo che, distratte le “oziose” – positivamente e raffinatamente distratte – dalle narrazioni, queste non incorrano nella patologia malinconica, e la loro pena d’amore si allevii.

 

tap5

 

Artefici della propria guarigione e del proprio destino
Verso la fine dell’opera assistiamo ad un passo ulteriore compiuto da Boccaccio in materia di consapevolezza sugli usi terapeutici dell’arte narrativa, poetica e musicale: tanto più straordinario in quanto la consapevolezza è tutta femminile e immediatamente messa a frutto con sapiente uso dei tempi, dei modi e dei mezzi.
La Lisa, figlia di uno “speziale”, si salverà infatti dalla passione malinconica per il re Pietro d’Aragona (“crescendo in lei amor continuamente e una malinconia sopr’altra agiugnendosi, la bella giovane più non potendo infermò” X 7, 8) grazie all’intervento del musico Minuccio d’Arezzo, richiesto da lei stessa al padre dopo che tutti i medici avevano fallito il tentativo di curarla:

[…] Per la qual cosa avvenne che, crescendo in lei amor continuamente e una malinconia sopr'altra agiugnendosi, la bella giovane più non potendo infermò, e evidentemente di giorno in giorno come la neve al sole si consumava. Il padre di lei e la madre, dolorosi di questo accidente, con conforti continui e con medici e con medicine in ciò che si poteva l'atavano; ma niente era, per ciò che ella, sì come del suo amore disperata, aveva eletto di più non volere vivere.
Ora avvenne che, offerendole il padre di lei ogni suo piacere, le venne in pensiero, se acconciamente potesse, di volere il suo amore e il suo proponimento, prima che morisse, fare al re sentire; e per ciò un dì il pregò che egli le facesse venire Minuccio d’Arezzo. Era in que’ tempi Minuccio tenuto un finissimo cantatore e sonatore e volentieri dal re Pietro veduto, il quale Bernardo avvisò che la Lisa volesse per udirlo alquanto e sonare e cantare: per che fattogliele dire, egli, che piacevole uomo era, incontanente a lei venne e, poi che alquanto con amorevoli parole confortata l’ebbe, con una sua viuola dolcemente sonò alcuna stampita e cantò appresso alcuna canzone, le quali allo amor della giovane erano fuoco e fiamma là dove egli la credea consolare.

In un primo momento pare che le cantilenae abbiano sulla giovane un effetto ‘paradosso’, producendo peraltro esattamente quello che paventava Ovidio, secondo il quale musica e versi sono benzina gettata sulla fiamma della passione. Ma qualcosa interviene nella psicologia di Lisa, che le consente di dare una svolta radicale alla sua vita:

Appresso questo disse la giovane che a lui solo alquante parole voleva dire; per che partitosi ciascun altro, ella gli disse: “Minuccio, io ho eletto te per fidissimo guardatore d’un mio segreto, sperando primieramente che tu quello a niuna persona, se non a colui che io ti dirò, debbi manifestar già mai, e appresso che in quello che per te si possa tu mi debbi aiutare: così ti priego. Dei adunque sapere, Minuccio mio, che il giorno che il nostro signore re Pietro fece la gran festa della sua essaltazione, mel venne, armeggiando egli, in sì forte punto veduto, che dello amor di lui mi s'accese un fuoco nell'anima che al partito m’ha recata che tu mi vedi; e conoscendo io quanto male il mio amore a un re si convenga e non potendolo non che cacciare ma diminuire e egli essendomi oltre modo grave a comportare, ho per minor doglia eletto di voler morire; e così farò. È il vero che io fieramente n’andrei sconsolata, se prima egli nol sapesse: e non sappiendo per cui potergli questa mia disposizion fargli sentire più acconciamente che per te, a te commettere la voglio e priegoti che non rifiuti di farlo; e quando fatto l’avrai, assapere mel facci, acciò che io consolata morendo mi sviluppi da queste pene”; e questo detto piagnendo si tacque.

 

tap3Lisa si rende conto all’improvviso delle potenzialità della parola, ascoltata e detta, e a sua volta racconta la propria storia. “Narrando il duol si disacerba”: Lisa capisce che narrando del proprio amore può affrontare diversamente la pena e il blocco che la attanagliano; solo attraverso questo passaggio fondamentale saprà farsi artefice della propria guarigione. Minuccio metterà la sua arte al servizio “dell’altezza dello animo di costei e del suo fiero proponimento”; con l’aiuto di un poeta, Mico da Siena, mette in versi la passione della giovane, la canta al re che, ammaliato dalla canzone, vuol conoscerne fonti e ragioni. Il racconto fatto da Minuccio commuove il re; Minuccio si reca da Lisa e le racconta gli effetti ottenuti presso il re dal suo intervento. Questo nuovo racconto comincia a guarire la Lisa:

Minuccio, lietissimo di portare così piacevole novella, alla giovane senza ristare con la sua viuola n’andò; e con lei sola parlando ogni cosa stata raccontò e poi la canzon cantò con la sua viuola. Di questo fu la giovane tanto lieta e tanto contenta, che evidentemente senza alcuno indugio apparver segni grandissimi della sua sanità.

La soluzione, la lieta fine della novella (con matrimonio di Lisa ad un “gentile uomo”), è raggiunta grazie ad una sorta di travaso di virtù benefica dall'uno all’altro racconto: per ‘vasi comunicanti’ le narrazioni collegate, di volta in volta ripetute e mediate dagli artisti della parola e della musica, ottengono risultati sorprendenti e con diretta efficacia sugli eventi della realtà.
Non credo sia un caso che la novella della Lisa si trovi a ridosso della conclusione del Decameron, a mostrare l’efficacia e la riuscita dell’opera tutta sia in campo ‘terapeutico’ sia in campo educativo-formativo. La Lisa rappresenta con esattezza, e si comporta come, una di quelle donne cui il libro è dedicato: preda di un amore impossibile, ‘oziosa’ e chiusa in casa, non può che deperire e rovinare nella passione malinconica che rischia di sopraffarla. A lei vengono profuse le cure più ‘nobili’: la musicoterapia per l’esattezza, le quali però nemmeno sembrano poter essere d’aiuto per il suo caso disperato. Ma la Lisa nello stesso tempo viene ad illustrare col suo esempio il tipo di donna ‘educato’ dalla letteratura, idealmente incarna la donna cresciuta e formatasi alla lettura del Decameron: resa perciò consapevole delle potenzialità di quegli strumenti, è in grado di adottarli e utilizzarli in proprio (o attraverso la mediazione di un ‘professionista’ degli stessi).
Splendidamente complesso e articolato trattato ‘terapeutico’, il Decameron non solo ottiene il suo dichiarato scopo, ma di conserva anche il risultato parallelo di una educazione specifica e di una formazione alla vita: non è certo un caso che le donne cui il libro è rivolto siano appellate ‘graziosissime’ proprio nel dare principio all’opera (“Quantunque volte, graziosissime donne...”); poi ‘carissime’ in quella sorta di rinnovato inizio che è l’introduzione alla quarta giornata, e appunto in apertura (“Carissime donne...”); per divenire poi ‘nobilissime’ in conclusione:

Nobilissime giovani, a consolazion delle quali io a così lunga fatica messo mi sono, io mi credo, aiutantemi la divina grazia, sì come io avviso, per li vostri pietosi prieghi non già per li miei meriti, quello compiutamente aver fornito che io nel principio della presente opera promisi si dover fare...

La nobiltà riconosciuta alle destinatarie, e proclamata in posizione di tale rilievo come è quella conclusiva di un’opera, sarà quella d’animo e di cuore conseguita attraverso la lettura della ‘lunga fatica’: lettura che non è già di sola ‘consolazione’, ma che è anzi in grado di trasformare le lettrici di Boccaccio in attrici-autrici del proprio destino.

[Qui la prima parte dell'intervento.]

Natascia Tonelli

È professore straordinario di letteratura italiana all’Università di Siena. Condirige la rivista “Per leggere. I generi della lettura” (Pensa Multimedia) e la collana di Quaderni della Ricerca “QdR / Didattica e letteratura” (Loescher Editore). Il suo ultimo libro pubblicato è “Fisiologia della passione” (Sismel-Edizioni del Galluzzo).

 
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