Le piccole città sono posti bastardi, meticci, fondati sulla contaminazione di architetture, di paesaggi urbani, di lingue e di persone. Grosseto, al centro di un territorio denominato Maremma, la cui densità abitativa (48 abitanti per chilometro quadrato) è pari alla media mondiale, è il simbolo dell’identità smarrita di un paese, l’Italia, che non riesce da tempo a trovare il filo del proprio racconto e a rappresentarsi, al di fuori e all’interno dei suoi confini, in un modo che sia apparentemente dotato di un senso, di una direzione qualsiasi. Di questo territorio, narrato da Dante Alighieri e da Luciano Bianciardi, si racconta una breve storia fatta di parole e di altri segni visibili. [prima storia]

selva

 

Alle soglie del secondo girone del cerchio settimo, il pellegrino Dante è atteso da un’esperienza visiva inenarrabile. Il bosco dei suicidi, le cui piante incarnano le anime dei peccatori, è un posto terribile, orribilmente popolato da creature dalle grandi ali piumate, i piedi artigliati e il volto umano: le Arpie. Due anime in forma di cinghiale sono braccate da una muta di nere cagne. Il cinghiale scappa e si tuffa nei cespugli, si graffia, si lacera le carni, poi viene raggiunto e sbranato dalle cagne. Uno dei cespugli quello a cui il cinghiale si aggroviglia, rivela anch’esso l’anima di un suicida, il quale, ferito e sanguinante per le ferite provocate dall’urto, si lamenta.
Questo mondo delirante e cupo, disperato come il suicidio, è introdotto da Dante con un paragone assai chiaro. Il poeta, che ha bisogno di far immaginare, di far vedere ai suoi contemporanei quella selva incredibile, sceglie di spiegarsi attraverso l’esempio di un’altra selva, stavolta concreta e presente allo sguardo o alla memoria degli uomini del Medioevo: la Maremma.

… noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi colti.

Un bosco senza fronde verdi, né rami dritti, né frutti da mangiare, fatto di colori cupi, rami contorti e stecchi velenosi. Non frequentano sterpeti così aspri e così folti nemmeno quei cinghiali e gli altri animali che rifuggono i terreni coltivati tra Cecina e Corneto (il vecchio nome di Tarquinia, nel Lazio settentrionale), cioè della Maremma. Neanche la terribile Maremma, dunque, è paragonabile al bosco infernale. Forse, però, essa rimane un buon esempio di inferno sulla terra. Da rappresentare attraverso le sue caratteristiche più severe, capaci di render conto dell’inospitalità del luogo. Ne terranno conto, in tutti i tempi, i viaggiatori e i narratori italiani e stranieri che raccontando la Maremma non risparmieranno i particolari più sgradevoli e feroci, primo tra tutti la malaria, malattia misteriosa, almeno fino alla fine dell’Ottocento, che infetta e uccide.
La Maremma diventa, per l’autorevolezza della Divina Commedia e del suo poeta, ma non senza merito, l’immagine stessa della desolazione e del pericolo. L’inferno sulla terra è un buco nero nella storia e nella geografia della penisola italiana. Un gradino, uno sprofondamento improvviso che conduce gli uomini in un’altra dimensione, più crudele e astratta allo stesso tempo.
I viaggiatori stranieri del XVIII e XIX secolo, interessati a visitare quel che rimane dell’antica Etruria, ancora raccontano una terra diversa, appartata, selvaggia, sopraffatta da una natura esuberante, capace di ingoiare ogni forma di civiltà, i cui resti vengono poi custoditi come fossero da sempre delle antiche rovine. D.H. Lawrence nelle sue pagine di viaggio sintetizza il punto di vista di un’intera epoca intenta a osservare con piacere questo singolare miscuglio di civiltà decaduta e di natura selvaggia, popolato da forme di vita rudi e primitive, ormai assediate dal mondo moderno.

Noi si andava per un pendio roccioso verso l’orlo del burrone, il quale era anch’esso colmo di vegetazione, come gli altri. Lontano sulla destra dietro a noi, c’era il solitario torrione nero del castello, di là da tutta la maremma attraversata. Dall’altra parte del burrone si alzava una lunga, bassa collina, erbosa e acquitrinosa. E sotto, dove scorreva il torrente, c’erano lavori di bonifica. La campagna era vuota e abbandonata all’aspetto, carica però di quel senso acuto di minaccia chè particolare dei luoghi in cui una volta la vita è stata intensa.

Così, da Dante fino alle soglie della modernità, della complessa realtà di un territorio vasto e variegato è percepito il solo aspetto insano e decadente. Come se esso fosse riconducibile a due soli elementi naturali, la macchia (il forteto) e la palude: maledizione e fonte di lavoro, motore economico della produzione di carbone e di legname, delle attività ittiche e venatorie, ma a prezzo della salute, se non della vita stessa, come per secoli hanno sperimentato i migranti, poveri e disperati, provenienti da luoghi più sviluppati e salubri ma sovrappopolati e, forse, iniqui.
E nelle parole dei migranti trova conferma il mito di una terra crudele e inospitale, e tuttavia, per alcuni, necessaria. E a questo mito, confermato e amplificato dai racconti di Renato Fucini, che si ribelleranno, negli anni Cinquanta del Novecento, Carlo Cassola e Luciano Bianciardi. Un mito rappresentato alla perfezione da una delle canzoni popolari più famose e strazianti, espressione straordinaria di un punto di vista femminile:

Tutti mi dicon Maremma, Maremma
a me mi pare una Maremma amara
l’uccello che ci va perde la penna
io ci ho perduto una persona cara
sia maledetta Maremma Maremma
sia maledetta Maremma e chi l’ama
sempre mi trema il cor quando ci vai
perché ho paura che non torni mai.

 

N.d.r. Dicono che Simone Giusti, quando non scrive per La ricerca, faccia occasionalmente da guida in Grosseto e per le maremme. Pare anche che talvolta alle spedizioni si unisca il cantante Filippo Gatti, che si dice ami intonare a mezza voce questa canzone. Se volete provare a ingaggiarli per un tour multisensoriale, o semplicemente sentirli raccontare delle storie e del loro potere, trovate entrambi al convegno Le storie siamo noi, proprio a Grosseto il 6 e 7 settembre.

Qui gli interventi di Simone Giusti: venerdì 6, tarda mattinata: Sulla pelle degli altri: la scrittura nelle professioni sociali e educative; nel pomeriggio, cantiere sui giochi narrativi per la prevenzione della dispersione scolastica, insieme a Federico Batini: Non mi vedo, non so che fare, non m'importa di voi (Loescher Editore – La Linea); sabato pomeriggio, La Chiesa vostra padrona, laboratorio di produzione e ascolto di un audiolibro (PhP) insieme a Giuseppe Mantovani, Filippo Gatti, Tommaso Carosi e Mirio Tozzini.
Filippo Gatti legge e racconta e canta Ulisse, a partire dalle 21.30 di venerdì sera.

Il programma completo di venerdì e quello di sabato.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

 
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