Ho realizzato, per esempio, che nella mia top ten c’è il filone dominante della fantasia. Che i libri per me più importanti non me li sono scelti io, ma mi sono stati regalati o consigliati. E poi - ovvietà - che i libri sono legati a ricordi o persone particolari, e acquistano, in questo modo, un particolare valore affettivo.

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Ma perché solo dieci? Mi rimangono fuori alcuni libri importanti, mi sento in colpa verso di loro. Almeno li cito, ecco i primi degli esclusi: Il barone rampante di Calvino, Il Giuda di Leonardo di Leo Perutz, Il groviglio di vipere di François Mauriac, Il potere e la gloria di Graham Greene, Il gran sole di Hiroshima di Karl Bruckner, Antropologia. Storia e problemi di Carlo Tullio Altan.
In effetti non faccio molta fatica a compilare la mia lista. È già presente in un social network per lettori, anobii, dove ognuno può inserire e recensire i libri che ha letto. Ho iniziato a utilizzarlo dopo un difficile trasloco. Con i libri inscatolati in un deposito, cercavo di recuperare la memoria degli scaffali.
Il primo libro che ho inserito è il “mio” libro, ormai da anni: La maga delle spezie di Chitra Banerjee Divakaruni, consigliato da una libraia. Una vecchia (ma ne siamo proprio sicuri?) indiana ha una piccola bottega di spezie in California. Lei sa di che cosa hanno bisogno le persone che entrano nella sua bottega: seme di coriandolo per farti vedere chiaro, zenzero per avere il coraggio di dire di no...
Un libro di aromi e di sapori, che mi ha fatto scoprire la scrittura delle donne. Così vicina a me anche se l’autrice appartiene a una cultura tanto diversa dalla mia. Non lo regalo più, però, alle amiche. Quando si regala un libro per noi importante è come se si esponesse una parte di sé, e se il libro non viene apprezzato ci si rimane un po’ male.

E poi un altro libro ambientato in un mondo fantastico, La pentola dell’oro di James Stephens, il “gemello astrale” di James Joyce. Questo, invece, me lo aveva regalato mio padre. Molti ricordi di lettura, in realtà, sono legati a lui. Mi ricordo quando entrava in camera mia mentre studiavo, guardava i volumi in doppia o tripla fila nelle librerie e commentava: hai pochi libri. E poi, magari, una sera tornava a casa con una busta di plastica, come quelle della spesa, e mi rovesciava sul letto libri di tutti i tipi, così meravigliosamente privi di carta regalo, nastri o fiocchi e con il prezzo ancora attaccato, perché era assolutamente naturale, per lui, comprare libri come si fa la spesa. O quando, prima del mio compleanno o di Natale, mi portava in libreria: io facevo una specie di lista di nozze di quello che avrei voluto leggere e lui sceglieva all’interno della lista. Mio padre aveva sempre un libro in mano; alla sua morte abbiamo voluto regalargliene ancora uno: la sua lapide, al cimitero, è un libro aperto.
Anche un altro libro è legato al filone della fantasia, ma in questo caso non si tratta di narrativa: La strega e il panpepato, di Hans Traxler. Un piccolo saggio scritto come un giallo, che racconta come nascono le fiabe dei fratelli Grimm e ci fa capire che non sempre i cattivi sono quelli che ci vengono presentati come tali.

Almeno tre libri per me molto importanti, sono legati a esami universitari. Uno è Pittura ed esperienze sociali nell'Italia del Quattrocento di Michael Baxandall. Mi ha aperto un mondo: quella era la storia dell’arte che volevo studiare! Il rapporto dell’arte con la società del tempo, i committenti, l’economia: una storia dell’arte inserita nella storia della cultura.
Ma anche I persuasori occulti di Vance Pakard, un classico della pubblicità e del marketing, uscito nel periodo dei “messaggi subliminali”. Un libro che mi viene in mente tutte le volte che entro in un supermercato e scopro che hanno cambiato la disposizione dei prodotti, per indurci a girare fra gli scaffali e scoprire prodotti nuovi da acquistare.
Un altro libro che mi ha aperto un mondo nuovo è La dimensione nascosta di Edward T. Hall. Ritrovare i nostri gesti in una teoria più generale, la prossemica, studio del nostro rapporto con lo spazio. Leggendolo, si scoprono i meccanismi di difesa che mettiamo in atto quando siamo accalcati in autobus, o la distanza che creiamo fra noi e gli altri, permettendo solo a certe persone di entrare nella nostra “bolla d’aria”. O, ancora, le differenze fra le culture del contatto e quelle del non-contatto. E ho capito, con sollievo, che è perfettamente naturale avere bisogno di ampi spazi di libertà e solitudine.
Non mi ricordo, invece, perché ho letto Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, ma mi ricordo l’impressione che mi ha lasciato, tanto da spingermi, adolescente, a leggere freneticamente altri libri dell’autore. Allora era quella la guerra. Il messaggio di denuncia di Remarque deve essermi rimasto bene impresso, se ancora oggi mi occupo di guerre.

Di tutt’altro genere un altro libro della top ten, letto e riletto: Little Nemo, di Winsor McCay, un fumetto, con straordinarie illustrazioni, nato nel 1905 come supplemento al “New York Herald”. Il protagonista è un bambino che ogni notte sogna incredibili avventure, per poi risvegliarsi bruscamente, cadendo dal letto o prigioniero delle sue coperte. In effetti, io e Little Nemo abbiamo ancora molte cose in comune.
Uno dei periodi in cui ho letto di più sono state sicuramente le medie. A causa di un problema di allergia che mi costringeva a cure continue, avevo fatto un patto con mia mamma: ogni analisi del sangue, un libro. Ma le analisi, io, dovevo farle ogni giorno... Così i miei genitori sono riusciti a trasformare quello che poteva essere un periodo difficile in un periodo leggero e sereno. Risale a quel periodo la lettura di un libro che certo non ha cambiato il mio mondo, ma che mi ha fatto capire quanto poteva essere piacevole e gratificante far ridere le persone: Fiori di banco di Ada Trerè Ciani, una delle prime raccolte (se non la prima) di “amenità” scolastiche. Si presentava come un quaderno a quadretti. Ricordo ancora la frase in copertina: “Carlo Magno quando morì divise tutti i sudditi in tre parti”, ma anche un brano nella sezione religiosa, “San Martino vide un povero che aveva freddo e allora con la spada lo tagliò in due”, o una scena di vita familiare contadina: “Mio padre faceva il maiale e mio zio lo aiutava”. Questo libretto ha dato il via alla lettura di tutto un filone di libri umoristici.

E infine il primo libro che mi ricordo e il più importante di tutti. Questo, quando cambio casa, non lo affido ai traslocatori, ma viaggia con me: Le fiabe del focolare dei fratelli Grimm, in una vecchia edizione Einaudi. Ancora una volta, mio padre. La sera, prima di dormire, lo leggeva a me e a mio fratello. Io guardavo ammirata le illustrazioni, che pure non erano per bambini e non avevano una corrispondenza diretta con il testo. Erano particolari tratti da dipinti di Bruegel il Vecchio. E ancora amo quel pittore.

Elena Franchi

è storica dell’arte, giornalista e membro di commissioni dell’International Council of Museums (ICOM).
Candidata nel 2009 all’Emmy Award, sezione “Research”, per il documentario americano “The Rape of Europa” (2006), ha recentemente partecipato al progetto europeo “Transfer of Cultural Objects in the Alpe Adria Region in the 20th Century”.
Fra le sue pubblicazioni: “I viaggi dell’Assunta. La protezione del patrimonio artistico veneziano durante i conflitti mondiali”, Pisa, 2010; “Arte in assetto di guerra. Protezione e distruzione del patrimonio artistico a Pisa durante la Seconda guerra mondiale”, Pisa, 2006.
Ambiti di ricerca principali: protezione del patrimonio culturale nei conflitti (dalle guerre mondiali alle aree di crisi contemporanee); tutela e educazione al patrimonio; storia della divulgazione e della didattica della storia dell’arte; musei della scuola.

 
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