Una pedagogia della fraternità, per questi giorni.

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SOLDATO

Di che reggimento siete
fratelli

Fratello
tremante parola
nella notte
come una fogliolina
appena nata
saluto accorato
nell’aria spasimante
implorazione
sussurrata
di soccorso
all’uomo presente alla sua 
fragilità

Mariano, il 15 luglio 1916

FRATELLI

Mariano 15 luglio 1916

Di che reggimento siete,
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

La poesia Soldato, divenuta poi nell’Allegria mondadoriana del 1942 Fratelli, dopo essere passata attraverso una serie di varianti che ne affinano i significati moltiplicandone la potenza, viene composta da Ungaretti in una pausa dalla guerra della trincea, mentre si trova nelle retrovie a Mariano col suo battaglione, il terzo dell’ottava compagnia del XIX Reggimento Brescia. Aveva abbandonato il fronte circa venti giorni prima e sarebbe tornato in linea il giorno successivo.
In una lettera a Papini, Ungaretti aveva raccontato il ritorno dal Monte San Michele sotto una pioggia scrosciante, cantando con altri soldati. «Era una felicità», aveva scritto. Nello stesso giorno in cui aveva scritto quella lettera, i battaglioni del Brescia, subentrati al posto del terzo, erano stati falcidiati dall’attacco austriaco col gas fosgene. Era il 29 giugno: l’impreparazione dei comandi che non avevano creduto alle voci circolate e la scarsa dotazione di maschere rudimentali non avevano posto alcun argine alla strage. Le radici di questa poesia affondano nell’angoscia ancora viva del massacro.

Eppure, per quanto indisgiungibile dal contesto, a me sembra che questa poesia si involi da quel tempo al nostro, proponendosi come una grande pedagogia della fraternità che può dire molto ai giorni difficili che stiamo vivendo.

In essa possiamo infatti rinvenire le quattro dimensioni della fraternità: quella di sangue; quella simbolica che fa sentire gli individui parte di una comunità che li trascende, come la nazione: traendo spunto dal celebre libro di Benedict Anderson, potremmo definirla una «fraternità immaginata»; la fraternità generata dall’appartenenza a un gruppo che condivide un’esperienza segnante e pone un diaframma rispetto a chi ne è escluso; la fraternità universale, quella tra tutti gli uomini annunciata dal messaggio evangelico, ma anche contenuta nel nostro corredo genetico.
La poesia di Ungaretti mi sembra si muova tra queste diverse accezioni del termine, non in maniera simultanea, ma attraverso un percorso dinamico: fin dalla prima versione il “fratelli” che risuona nella domanda iniziale mi sembra ontologicamente diverso da quello assertivo che segue (al singolare nel primo caso, al plurale nella versione definitiva). Mi atterrò tuttavia principalmente alla stesura del 1942. Il percorso di trasformazione è rapidissimo: passa da un tremore, da una nascita e da un’improvvisa epifania. Il tremito è duplice: è la conseguenza dall’«aria spasimante», l’aria dolorosa pregna dei terrori della guerra, ma al tempo stesso raccoglie la palpitazione primaverile di una foglia appena nata.
Germogliata prodigiosamente in un contesto inospitale, la parola «fratelli», fattasi suono, diventa «involontaria rivolta» (scelta lessicale ben più potente della sofisticata «implorazione/sussurrata/di soccorso»). Questa si compie dunque a prescindere dalla capacità della coscienza di coglierla come tale: il riconoscimento della fraternità è dunque già rivolta in sé. La genera tuttavia un’epifania improvvisa che trasforma radicalmente il primo «fratelli», connotato da dei confini precisi, in un altro proiettato verso una dimensione universale. Può essere annoverata tra i miracoli che costellano la poesia di guerra ungarettiana a cui accenna Stefano Verdino nel suo saggio Ungaretti: il sentimento e la guerra.

Prima di analizzare il secondo «fratelli» che chiude la poesia mi sembra tuttavia necessario addentrarci nel primo e coglierne le radici. Giuseppe Ungaretti è un fante (una rarità tra gli intellettuali spesso promossi a gradi superiori) che crede nella necessità della guerra. È un interventista convinto, anche se forse confuso: come rilevano Lucio Fabi e Nicola Bultrini in Pianto di pietra, testo importante per comprendere il rapporto tra il poeta e la guerra, unisce un «anarchismo ingenuo e intellettuale», che guarda al conflitto come un’anticamera della rivoluzione, e un «nazionalismo verace», al quale l’esule Ungaretti si rivolge anche per «conquistare una patente di legittimità spirituale, diventare cioè “un italiano di popolo”». «Bubbole», avrebbe in seguito mortificato le infatuazioni di quegli anni. Ma quando l’Italia entra nel conflitto, egli vive con struggimento i primi mesi, in cui vorrebbe partire come volontario. Riconosciuto inabile, attende spasmodicamente nell’ospedale di Biella, in cui è ricoverato poi impiegato come infermiere, il momento di passare all’azione. La mattanza dei primi mesi nell’esercito italiano provoca una riammissione di soldati dichiarati inabili. Nel novembre del 1915, Ungaretti viene destinato al XIX reggimento Brescia. A dicembre si trova in linea. Tra le doline riarse del Carso comincia la sua catarsi, il lungo cammino che dal Porto sepolto approda alla Terra promessa. Passa in mezzo ai topi, al freddo ubiquo della vita di trincea, all’estenuazione macerante nell’attesa dell’attacco, all’odore di escrementi, di polvere da sparo, di sangue, di cadaveri in decomposizione.

Al rifiuto delle ragioni della guerra Ungaretti sarebbe giunto molto tempo dopo: negli anni al fronte non vi sono segni di un loro disconoscimento, se non nella nevrosi che lo porta sull’orlo del collasso nell’ultimo anno di guerra. Ma tra il fante e il poeta c’è uno scarto. Questo vive l’esperienza abnorme della guerra come un momento di riconoscimento di sé e di dispersione panica nel creato. Cerca un verso scarnificato, che racconti la precarietà, il lutto, la frammentazione delle percezioni. Il linguaggio ungarettiano è forgiato dal tempo di guerra: «come non essere laconici, con la minaccia di morte sospesa visibilmente sul vostro capo», avrebbe scritto in seguito. Ma anche dallo spazio concesso dalla guerra. La sua metrica si attaglia ai supporti che questa offre: cartoline in franchigia, margini di giornale, spazi bianchi di lettere ricevute. La poesia che ne scaturisce si muove lungo una doppia dimensione. È una sorta di diario interiore, scandito da date e luoghi: in esso il poeta rappresenta l’orrore fisico della guerra, ma al tempo stesso lo anestetizza in oniriche sospensioni che fuggono altrove. L’intimità tuttavia non si reclina sull’individualità. Ungaretti intende la sua poesia come una atto collettivo.
Nel 1963, nel testo Ungaretti commenta Ungaretti, afferma: 

Dovevo dire in fretta, perché il tempo poteva mancare (…) e se lo dovevo dire con poche parole lo dovevo dire con parole che avessero avuto un’intensità straordinaria di significato. E così si è trovato il mio linguaggio: poche parole piene di significato che dessero la mia situazione di quel momento: quest’uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, e che sentivano nello stesso tempo nascere nel loro cuore qualche cosa che era molto più importante della guerra, che sentivano nascere affetto, amore, l’uno per l’altro. E si sentivano così piccoli come erano di fronte al pericolo, si sentivano così disarmati con tutte le loro armi, si sentivano fratelli.

La poesia di Ungaretti nasce dunque, pur nella sua immane intimità, come canto fraterno. È la stessa peculiare fraternità che affiora nella prima invocazione della poesia.

Le quattro dimensioni della fraternità individuate all’inizio si dispongono lungo tre fasi temporali. Quella di sangue è assente nel testo. La precede tuttavia almeno come immagine suggestionante. Quattro mesi prima, nel marzo del 1916, Ungaretti aveva raccontato a Papini del suo incontro con una «crocina pallida» ornata con rami di pino, dedicata «a tre fratelli del 19» (ovvero del XIX Reggimento). Nell’incerto significato dell’epitaffio i suoi bracci si allargano da una fraternità di sangue a una comunità più ampia.

L’interrogazione che apre la poesia contiene altre due dimensioni della fraternità. In essa confluisce innanzitutto quella patriottica. È una corda abbondantemente vibrata dalla retorica di guerra. Se ne può apprezzare la pervasività in uno dei testi più celebri dell’epoca, l’Esame di coscienza di un letterato, pubblicato sulla «Voce» nell’aprile del 1915. Renato Serra presentava l’imminente entrata in guerra come occasione di una rigenerazione della comunità nazionale: « Forse il beneficio della guerra, come di tutte le cose, è in se stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie. Si impara a soffrire, a resistere, a contentarsi di poco, a vivere più degnamente, con più seria fraternità, con più religiosa semplicità, individui e nazioni». Si tratta di un topos diffuso tra i giovani intellettuali. Renato Serra individua la rigenerazione della comunità in un mutamento antropologico che inaugura una «più seria fraternità». Approfondisce la correlazione poche pagine più avanti. Anche qui l’invocazione “fratelli” risuona in una domanda:

Fratelli? Sì certo. Non importa se ce n’é dei riluttanti; infidi, tardi, cocciuti, divisi: così devono essere i fratelli in questo mondo che non è perfetto. E accanto a quello che brontola o si ritrae diffidente, ci sono tutti quelli che si aprono a un sorriso istintivo nell’incontrarmi […] quelli che mi stendono la mano dura con una timidezza affettuosa; quelli che posano sopra di me i loro occhi un po’ turbati con un senso di improvvisa fiducia, come avendo ritrovato, nel momento dubbioso, la guida di ieri […]. Mi contento di quello che abbiamo di comune, più forte di tutte le divisioni. Mi contento della strada che dovremo fare insieme e che ci porterà tutti egualmente: e sarà un passo, un respiro, una cadenza, un destino solo per tutti. Dopo i primi chilometri di marcia, le differenze saranno cadute come il sudore a goccia a goccia dai volti bassi giù sul terreno, fra lo strascicare dei piedi pesanti e il crescere del respiro grosso. […] Andare insieme. Uno dopo l’altro per i sentieri fra i monti, che odorano di ginestre e di menta […] Così, marciare e fermarsi, riposare e sorgere, faticare e tacere, insieme; file e file di uomini che seguono la stessa traccia, che calcano la stessa terra […].In quell’Italia che è sembrata sorda e vuota quando la guardavo soltanto; ma adesso sento che può esser piena di uomini come sono io […] capaci di appoggiarsi l’uno all’altro, di vivere e di morire insieme.

L’Esame di coscienza ha una larghissima diffusione tra gli scrittori al fronte, incoraggiata anche dalla morte precoce di Renato Serra, uno dei primi intellettuali a cadere. Il «fratelli» della domanda di Ungaretti attinge dunque a un milieu patriottico di cui lui stesso si fa portavoce nella lirica Italia, facendovi confluire la propria identità di poeta in un fervido unanimismo comunitario: «Sono un poeta/un grido unanime […]/ Ma il tuo popolo è portato/ dalla stessa terra/ che mi porta/ Italia/ E in questa uniforme/ di tuo soldato/ mi riposo/ come fosse la culla/ di mio padre».

La fraternità patriottica non esaurisce il significato dell’invocazione inizale. È il sostrato astratto su cui si innesta un’altra dimensione fraterna, fondata su un legame non di sangue, ma non meno dermico, quello generato dalla comune esperienza di guerra. Hannah Arendt, nell’introduzione al libro di Glenn Gray, The Warriors. Reflection on Men in Battle ricorda che ciò che dava a un soldato il coraggio di andare avanti non era il nazionalismo o l’addestramento, ma la lealtà verso i compagni con cui condivideva la precarietà e il lutto quotidiani. Il ragionamento che la Arendt rivolge alla seconda guerra mondiale, vale anche per la prima. Quella cameratesca è una fratellanza di morituri, che soffrono assieme. «Tra voi ho ruminato il mio dolore», scrive Mario Mariani, in Sott’ la naja. Vita e guerra d’alpini. Come annota Marco Mondini, nel suo bellissimo La guerra italiana. Partire raccontare tornare, lo stesso racconto di guerra è pegno nei confronti dei fratelli perduti, che in esso tornano a vivere. La caducità estrema della guerra, inizia Ungaretti a un profondo legame fraterno con uomini dai quali sarebbe lontanissimo per formazione ed estrazione culturale. Lo vive così profondamente da rifiutare la possibilità di diventare ufficiale, percependo il grado come rottura della comunità di guerra. La sua stessa poesia, come abbiamo visto, è canto intimo e corale. In un primo momento è perfino restio alla pubblicazione delle sue liriche sul Porto sepolto, proprio perché la pubblicità che ne poteva venire non ponesse una separazione tra lui e il gruppo nel quale aveva sciolto la sua individualità. «Mi ero fatto un’idea così rigorosa dell’anonimato, in una guerra destinata a concludersi colla vittoria del popolo», avrebbe affermato poi, «che qualsiasi cosa m’avesse minimamente distinto da un altro fante, mi sarebbe sembrato un odioso privilegio e un gesto offensivo verso il popolo». 

L’invocazione «fratelli» non incontra tuttavia i suoi compagni di reggimento. Sono altri soldati sconosciuti, nei quali tuttavia può riconoscere la medesima vita di trincea. Il momento esperienziale e quello nazionale sono i due confini entro i quali la parola «fratelli» è contenuta. Non si accede ancora a una dimensione universale. L’appello non riguarda tutti i reggimenti. A scrivere è comunque l’Ungaretti interventista: la stesura di Soldato (il cui primo verso si sarebbe mantenuto quasi identico anche nelle successive varianti) segue di poco altre due liriche, inviate pochi giorni prima in una lettera a Papini, Inno di guerra e Coro latino. Sono poesie particolari, scatenate dall’emozione seguita alla strage compiuta dal gas austriaco. Nella prima gli italiani sono «leoni» balzati fra le «iene». Il riferimento all’impiego del gas è esplicito: «Ho saputo questa dolcezza suprema/due italiani congestionati/ dall’asfissia tedesca/ cercandosi un sorso d’aria pura/ si sono baciati/ e sono rimasti».
Nella seconda Ungaretti chiama a raccolta i popoli slavi e latini contro la «Mitteleuropa lebbrosa»: ad entrambe dedica acute osservazioni Massimo Lucarelli nel saggio Frontiera ed esilio nel primo Ungaretti. La dimensione quasi sciovinista delle due liriche si posa subito. Fratelli, anche nella sua prima versione, ne rappresenta l’immediato superamento. Pochi giorni dopo, in una nuova lettera a Papini che reca la data del 29 luglio, Ungaretti le avrebbe rinnegate come «due vere infamie, perpetrate in chi sa quale stato di bestialità». A tratti quella «bestialità» sarebbe inevitabilmente riemersa nella consunzione ferina della trincea: nel suo primo articolo noto, apparso sul «Tempo» nel gennaio del 1918, di fronte al «subdolo intrigante inquinamento dei tedeschi» che agiscono da «sicari», Ungaretti avrebbe definito «delinquente» chi «parla oggi di pace». Ma non intacca più la poesia.
In una nota d’autore all’Allegria stesa nel 1969 egli avrebbe potuto rileggere la propria lirica di guerra con queste parole: 

Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte, non dal pericolo, che era rappresentato da quella tragedia che portava l’uomo a incontrarsi nel massacro. Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. 

Se tuttavia nella poesia ungarettiana edita, non troviamo odio nei confronti del nemico, nemmeno vi riscontriamo quell’immedesimazione, alla quale giungono ad esempio Siegfred Sassoon in Nemici o Wilfred Owen in Strano incontro, dove il poeta immagina di incontrare all’inferno gli occhi pieni di pietà di un uomo che si rivolge a lui così.

Io sono il nemico che tu hai ucciso,
amico mio. 
Ti ho riconosciuto in questa oscurità
Perché eri così corrucciato ieri
mentre mi colpivi, e trucidavi.
Provai a schivarti,
ma le mie mani  erano fredde e pesanti.
Dormiamo ora….

Il nemico, dalla lirica ungarettiana, sembra invece abraso. Tuttavia, se guardiamo la traiettoria che compie la parola «fratelli», un prodigio si compie. Divenuta suono tremante nell’aria, cessa di avere un confine. Il semplice fatto di averla pronunciata la espande ineluttabilmente verso il campo avverso, e più in là ancora, verso tutta l’umanità sofferente. Il secondo «fratelli» acquisisce una dimensione universale: non nasce più da un’esperienza segnante dentro una prospettiva nazionale, ma dal riconoscimento dell’uomo di una fragilità di specie, come sottolinea la forza fonetica dell’allitterazione. Sperimentando la fragilità in maniera immane, il soldato può accedere a una fraternità universale. 

La rivolta di una fraternità che nasce dalla fragilità sembra essere il compimento della leopardiana constatazione che Ungaretti aveva il giorno prima affidato ad altri versi, noti con il titolo Destino: «Volti al travaglio/ come una qualsiasi/ fibra creata/ perché ci lamentiamo noi?». Compimento a sua volta leopardiano se pensiamo al legame tra la fraternità universale rivelata da Ungaretti e la «social-catena» della Ginestra, che, come ricorda Andrea Cortellessa in Le notti chiare erano tutte un’alba, «segue, logicamente ed esistenzialmente le suggestioni dell’Infinito nella metafora del “naufragio”». Naufragio che è figura dell’intero Porto sepolto.

Circa un mese dopo, il Monte San Michele viene riconquistato dalle truppe italiane. Su Cima tre il Duca d’Aosta fa affiggere questa lapide: «Su queste cime/ italiani e ungheresi/ combattendo da prodi/ si affratellarono nella morte». Conoscendone l’autore si può escludere un afflato pacifista e scorgere l’intento propagandistico dell’iscrizione, filo-ungherese e anti-austriaco, volto a dividere il mosaico nazionale del campo avverso.
Al di là dell’intenzione, il messaggio solo all’apparenza, può sembrare un prolungamento della fraternità ungarettiana. La prospettiva è in realtà opposta. Per Ungaretti la fraternità non nasce dalla morte, ma da una percezione vitale: la precarietà è una sensazione del vivente che in essa si riconosce fratello di un altro vivente. Questo riconoscimento, anche se percepito prima ancora che compreso, diventa rivolta al fratricidio rappresentato dalla guerra. Non è la morte che affratella, ma la vita sospesa.

Si potrebbe ora intendere questa come un’interpretazione postuma, lontana dalle intenzioni dell’Ungaretti interventista. Va ricordato, come ricorda ancora Cortellessa, che i presupposti ideologici del soggetto storico perdono peso rispetto a quelli del poeta che si scopre «docile fibra nell’universo». Inoltre quell’universalità che si libra lungo lo snodarsi del verso racchiude un’intuizione che lo stesso Ungaretti avrebbe fatto propria. Le varianti che trasformano la poesia Soldato in Fratelli mi sembrano da sole una prova. Ma non ci sono solo queste.

Ungaretti torna sul Carso nel 1966. È invitato a Gorizia a un convegno dell’Istituto per gli studi mitteleuropei, intitolato La poesia oggi. Tiene un breve discorso, di commovente bellezza. Ve lo ripropongo quasi per intero.

Il nome di Gorizia, dopo cinquant’anni, mentre si compie il primo cinquantennio dalla vicenda che l’ha mutata, torna a significare per me ciò che per noi, soldati in un Carso di terrore, significava allora. Non era il nome di una vittoria – non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega – ma il nome d’una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico, ma che noi, pure facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello.

Ho ripercorso ieri qualche luogo del Carso. Quella petraia – a quei tempi resa, dalle spalmature bavose di fanga colore di sangue già spento, infida a chi, tra l’incrocio fitto delle pallottole, l’attraversava smarrito nella notte – oggi il rigoglio dei fogliami la riveste. È incredibile, oggi il Carso appare quasi ridente.

Pensavo: ecco, il Carso non è più un inferno, è il verde della speranza; ecco, pensavo, invita a raccolta chi si propone di diffondere poesia, cioè fede e amore.

Ho sbagliato tante volte – chi oserebbe contarle, tante sono –: e sono difatti un uomo, posso vantarmi di essere stato sempre un uomo anche sbagliando – sono un uomo, sono in ogni momento che passa, fallibile; patisco come ogni altra persona umana, d’abbagli.

Ma qui, sul Carso, quando mi cavavo dall’anima le parole, le mie povere parole, non sbagliavo. Ero solo, in mezzo ad altri uomini soli. Di null’altro eravamo possessori, noi poveri uomini, se non della propria solitudine, ciascuno. Il luogo era un luogo nudato, un luogo di spavento, ma non ne era spaventata la nostra anima, era sola, offesa che il nostro corpo fosse, in mezzo a tanta impazienza della morte, tanto, e solo, presente alla propria fragilità.

Fu allora per in qualche modo guarirci dall’ossessione della fragilità, che nell’anima ci nacque e crebbe una forza maggiore e molto più importante della guerra e della morte; fu allora che riudimmo nascere, crescere nell’anima la forza vera, quella che può annientare nell’oblio la solitudine, quella che può muoversi inerme e incolume anche in mezzo al fulmineo, visibile, continuo mietere della morte; era il sentimento, ancora tremulo, ancora cauto, ma, come di solito succede alle voci di scoppio primaverile, già, per eccesso della delicatezza, troppo impetuoso; era il sentimento che ogni uomo è, senza limitazioni né distinzioni, quando non tradisce se stesso, il fratello di qualsiasi altro uomo, fratello come se l’altro non potesse essergli meno simile di un altro se stesso. Tornava a nascere tra lo scheggiarsi della roccia in voli di sventagliature micidiali, un sentimento al quale è ancora all’uomo urgente di abilitarsi, finalmente.

Ecco, questo discorso del 1966 mi sembra una sorta di parafrasi della poesia scritta cinquant’anni prima, rivisitata nel 1942. Vi compare la nascita (il verbo «nasce» ricorre due volte e si accompagna allo «scoppio primaverile» di cui la foglia appena nata della poesia appare una sineddoche), il tremito («era il sentimento, ancora tremulo»), il senso di rivolta (la «forza maggiore e molto più importante della guerra e della morte»), generata dal corpo offeso d’essere «presente alla propria fragilità».
Alla luce di questo brano non mi sembra possano esserci equivoci sulla dimensione universale espressa dal «fratelli» che chiude la lirica: «era il sentimento che ogni uomo è, senza limitazioni né distinzioni, quando non tradisce se stesso, il fratello di qualsiasi altro uomo, fratello come se l’altro non potesse essergli meno simile di un altro se stesso».

Ma possiamo spingerci oltre, andando a cogliere le conseguenze del binomio tra fraternità e riconoscimento della fragilità. Vale infatti anche il contrario: la negazione della fraternità passa dalla negazione della fragilità. È infatti il primo attributo di cui l’uomo viene spogliato quando si innesca un processo di disumanizzazione. Il riconoscimento della fragilità è un ostacolo insormontabile a qualsiasi propaganda discriminatoria: il fragile non può essere odiato. Questo appare evidente analizzando tutti i congegni genocidiari. Se consideriamo ad esempio la shoah, troviamo all’origine la costruzione di un’immagine fittizia di potenza dell’ebreo, presentato simultaneamente, con un’inconcepibile fallacia logica che tuttavia non ne avrebbe inficiato la diffusione, come guida dell’internazionale oro e dell’internazionale rossa.

Un simile processo di annichilimento della fragilità lo possiamo riscontrare anche nell’isterica campagna antimigratoria, imperversata nel nostro paese prima che la pandemia si imponesse con il suo dato di realtà. La retorica xenofoba costruisce infatti l’immagine del nemico cancellando dalla vita del migrante la povertà asfissiante, il distacco dalla famiglia, le sofferenze della guerra, le violenze inenarrabili subite durante il viaggio, il terrifico attraversamento del Mediterraneo. Al posto di questi elementi viene rilanciato uno stereotipo basato esclusivamente su immagini di forza: l’invasione, la sostituzione etnica, la robustezza fisica, la propensione allo stupro e alla delinquenza, i vantaggi ottenuti nella distribuzione delle case popolari, la maggiore appetibilità nel mondo del lavoro, fino alla paranoica insistenza su dettagli come il possesso di uno smartphone.

La rivelazione di una fragilità di specie da parte del coronavirus ci offre la possibilità di porre a pilastro della società una fraternità universale, che si concentri in un atto politico («rivolta»). Risuona ancora quella chiamata a raccolta dell’umanità, contro la potenza distruttiva della natura, che avviene nella Ginestra, la brace che arde nel sottosuolo di Fratelli. Lo stesso Ungaretti, in Difficoltà della poesia, individuava uno snodo decisivo della sua poetica nel messaggio della poesia leopardiana «dove chiede all’uomo che finalmente riconosca il suo nulla e sia uomo fratello all’uomo, a ogni uomo». Il contesto leopardiano è tuttavia ribaltato: non è più la potenza distruttiva della natura a essere cieca, ma quella scatenata sulla natura stessa da un fenomeno umano, un capitalismo onnivoro e irresponsabile.
Il recupero planetario dell’allitterazione tra fraternità e fragilità può dunque configurarsi come nuova rivolta che inserisce la fragilità dell’uomo nella fragilità del creato.

Marco Labbate

è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici e assistente di storia contemporanea presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino. Collabora con l’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche, con l’Istituto di Storia contemporanea della provincia di Pesaro e Urbino e con il Centro studi “Sereno Regis” di Torino. Per Ediesse ha pubblicato nel 2016 il libro “Là sotto nell’inferno. Da Pesaro a Marcinelle”.

 
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