Sceneggiatrice di serie cult come "Mr. Robot" e "Maniac", autrice di racconti brevi, weird e angoscianti: Amelia Gray in Usa è attiva da dieci anni e ha pubblicato quattro libri. Da noi è appena arrivato il primo, "Viscere". Ce ne parla Dario De Marco, che inaugura la sua collaborazione con «La ricerca». Benvenuto!

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Nella short story americana c’è un filone minore, eppure persistente. Il mainstream, si sa, è realista, dall’asciuttezza di Hemingway al minimalismo di Carver. Chi batte altre strade lo fa non solo e non tanto sperimentando con lo stile, ma soprattutto allargando lo sguardo al fantastico, alla fantascienza, e a qualcosa di più sottile e indefinibile, il "dark side".

Filone minore poi, si fa per dire: dato che il capostipite è E.A. Poe, e nei ranghi sono da annoverare penne distanti come Shirley Jackson e George Saunders. Ultime rappresentanti, due giovani donne: Rita Bullwinkel (Lingua Nera, edizioni Black Coffee, 2019) e soprattutto Amelia Gray.

Autrice di decine di racconti sparsi sulle riviste più prestigiose e oscure, ha pubblicato tre raccolte di storie brevi e due romanzi (per la blasonata Farrar, Straus and Giroux), è stata finalista del PEN/Faulkner Award for Fiction, è richiesta sceneggiatrice di serie TV. Il suo esordio risale a più di dieci anni fa ma in Italia arriva solo adesso, con la raccolta Viscere (traduzione di Stefano Pirone), grazie alla piccola Pidgin Edizioni. Meglio tardi che mai, per conoscere una voce perfetta per questi tempi angosciati e perplessi.

A fine 2018 la serie Netflix Maniac – con Emma Stone e Jonah Hill – è diventata un piccolo cult. Se siete tra quelli che l’hanno apprezzata, probabilmente vi è piaciuta non malgrado i suoi difetti, ma proprio per quelli: i momenti in cui gli orpelli sci-fi sembrano più plasticosi e improbabili, le scene in cui la vicenda subisce svolte imbarazzanti e finto ingenue; disturba e al contempo entusiasma il coraggio di deragliare rispetto ai cliché, in un contesto che è già non convenzionale in partenza. Vi sarete chiesti più di una volta: ma questi fanno sul serio o sono ironici? Ecco, no surprise che tra “questi”, cioè gli sceneggiatori reclutati per la serie, ci sia Amelia Gray.

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Viscere è un ottimo titolo, soprattutto abbinato al bisturi in copertina. Ma svia, perché richiama il viscerale, l’emozionale. Il titolo originale è Gutshot: una fucilata alla pancia. Perché questo sono, i racconti di Amelia Gray. Molti sono reperibili in giro, a partire dalla pagina di Wikipedia e dal suo sito. Letti quelli, immergersi in Viscere sarà obbligatorio.

Il «L.A. Times» ha accostato il suo stile alle «atmosfere assurde di Cronenberg e David Lynch». Tra i punti di riferimento c’è George Saunders: per inventiva, e capacità di immaginare il peggio, ricorda il folgorante esordio di CivilWarLand in Bad Decline; anche se rispetto agli scorci distopici di Saunders, Gray è meno politica e più spietata. Per la brevità – pezzi di una pagina e mezza, due pagine – ricorda Amy Hempel, e certe cose dell’ineguagliabile Lydia Davis. E la bravura nel costruire ambientazioni in un passato indefinito che in realtà è un altrove, discende da Shirley Jackson.

Insomma, le coordinate sono chiare: tra grottesco («William era un vomitatore. Le sue espulsioni – dal colore, dalla consistenza e dal volume di quelle di un bebè – si verificavano dopo ogni frase che pronunciava») e grandguignolesco, la letteratura di Amelia Gray cammina sul crinale sottile tra realtà e illusione: ma quando perde l’equilibrio cade molto più facilmente dal lato di quest’ultima.
I suoi altrove non sono così rassicuranti come certi paesaggi fantastici: l’inconcepibile fa ingresso nel nostro mondo, “qualcosa dove non dovrebbe esserci niente, niente dove dovrebbe esserci qualcosa”, come Mark Fisher definiva il weird (e Museum of the Weird si chiama un’altra raccolta di Gray) [qui un approfondimento su Fisher e sul weird, di Riccardo Donati, N.d.R.].

Le coordinate sono chiare ma c’è qualcosa in più. Qualcosa di molto contemporaneo. Amelia Gray è dell’82, millennial per il rotto della cuffia, ma le sue storie sembrano perfette per i nostri tempi, per le persone che siamo diventate: quella indecisione tra ironia e tragedia, quel modo di porsi ambiguo, impossibile da decifrare se non sfogliando un layer dopo l’altro. Uno sguardo serissimo, anti-ironico alla DFW, e contemporaneamente distaccato, assurdo, quasi beckettiano.
Non la letteratura che ci meritiamo, ma quella di cui abbiamo bisogno.

Dario De Marco

è nato a Napoli e vive Torino. Giornalista, è stato in redazione a Giudizio Universale e Esquire Italia. Collabora o ha collaborato con Blow Up, Prismo, Alfabeta2, Rivista Studio, Minima&moralia, L’Indiscreto, CheFare, Elle, Dissapore. Scrittore, ha pubblicato un’autobiografia in forma di romanzo ("Non siamo mai abbastanza", 66thand2nd, Roma 2011) e una in forma di saggio ("Mia figlia spiegata a mia figlia", LiberAria, Bari 2014); la prossima sarà in forma di racconti.

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