A casa mia, il dialetto milanese si è sempre parlato. E non solo perché lo usavano le mie milanesissime nonne, nate entrambe alla fine del XIX secolo e per le quali il dialetto era una sorta di prima lingua. Ma anche perché il milanese era usuale nella comunicazione più intima, personale, tra i miei genitori.

  • xAngelo Inganni, Il teatro alla Scala nel primo Ottocento (Museo teatrale alla Scala)

Mio padre, inoltre – un uomo d’affari, che abitualmente si esprimeva in altro modo – era solito usarlo anche con i figli nelle rampogne più decisamente moralistiche, quelle nelle quali evocava la sua difficile giovinezza passata sotto le bombe della Seconda guerra mondiale comparandola con quella “scioperata” mia e dei miei fratelli. Così, quasi senza accorgermene, ho imparato il dialetto; dialetto che la frequentazione giovanile di anziani pescatori amici di famiglia, con i quali ho condiviso giornate intere sui fiumi o laghi lombardi, ha ulteriormente corroborato.

La grande letteratura dialettale milanese

Sì, parlo (bene, ahimè, molto meglio dell’Inglese…) e capisco il milanese da sempre. Ci sono voluti però gli anni dell’Università, e in particolare le lezioni in Statale di Gennaro Barbarisi e dei suoi assistenti, per farmi conoscere la grande letteratura dialettale milanese, quella seicentesca di Carlo Maria Maggi, quella settecentesca di Domenico Balestrieri e Carl’Antonio Tanzi, e quella – impareggiabile – di Carlo Porta, una delle figure maggiori del nostro Romanticismo (definizione, però, che gli sta stretta). Molto ci sarebbe da dire anche su Ottocento avanzato e Novecento: pensiamo infatti allo sperimentalismo scapigliato, in particolare a quello di Carlo Dossi, e poi a quello di Carlo Emilio Gadda; per tacere dell’opera di Delio Tessa o di quella del vivente Franco Loi.

Alessandro Garioni, erudito domenicano

Alessandro Garioni (1743-1818), però, non lo conoscevo affatto, e solo da poco so qualcosa di questo erudito milanese vissuto tra Settecento e Ottocento. Per questa scoperta devo ringraziare Francesco Sironi, un giovane e brillante studioso della “scuola milanese” dell’Università Statale, il quale mi ha generosamente donato copia di un recente suo lavoro dal titolo La Batracomiomachia di Alessandro Garioni. Greco, italiano e milanese alla fine del Settecento (Franco Angeli, Milano 2019).

Si tratta dell’edizione, da Sironi dottamente commentata e annotata, della Batracomiomachia pseudo-omerica, tradotta dal greco in milanese e pubblicata nel 1793 a Milano proprio dal suddetto Alessandro Garioni, un religioso domenicano di solida cultura classica, nonché abile versificatore in dialetto. Tanto abile da meritarsi amicizia e stima del grande Porta, che di lui disse ch’el Signor ne l’ha daa apposta / per conservà la gloria de Milan («che il Signore ci ha dato apposta / per conservare la gloria di Milano»); amicizia che Garioni ricambiò con trasporto, scrivendo al “Carlino” nientemeno dò voeult te me see car («due volte mi sei caro»). Insomma: Garioni non fu proprio un “Carneade” – manzonianamente parlando – ma un letterato consapevole dei propri mezzi, che riteneva che il milanese avesse la dignità per sostenere la traduzione di una poesia “alta” come quella omerica.

Dal greco al milanese: un’operazione classicistica

Il poemetto eroicomico greco che narra di un’improbabile lotta dei topi contro le rane, oggi considerato opera di età ellenistica o imperiale, è da lui attribuito senz’altro all’autore dell’Iliade e dell’Odissea. D’altra parte anche Giacomo Leopardi, che lo tradurrà qualche anno dopo aggiungendovi i famosi Paralipomeni (davvero significativo tanto interesse per un’opera cosiddetta minore…) non sembra avesse dubbi sulla paternità omerica.

  • xUn'edizione settecentesca della Batracomiomachia
  • xUn'edizione dei Paralipomeni di Leopardi

Ma come si pone Garioni davanti a un testo greco così particolare e composito? Secondo Francesco Sironi, Garioni traduttore «si pone arditamente come confluenza ideale tra Omero, Maggi e Balestrieri», e «il mezzo per compiere una simile operazione non fu tuttavia fornire a Meneghino [figura tradizionale della poesia milanese, N.d.A.] gli abiti di Omero, bensì, stando alle parole del Garioni, vestire il secondo con gli abiti del primo» (p. 37). Nessuna indulgenza, dunque, a un campanilistico uso del dialetto di suggestione pre-romantica, perché la sua è una traduzione fatta con animo da classicista, il quale vuole dare prova concreta delle presunte ascendenze elleniche del milanese; e che ritiene che Milano e il mondo greco non siano spiritualmente poi così lontani, se è vero che Gonfia-gote (Sgonfia-ganass), il re delle rane, sarebbe stato concepito – secondo il testo antico – “presso il fiume Eridano”, e cioè nientemeno che in riva al Po, perché suo padre Fanghino sul Po l’ha faa lott lott el spusalizi / con la regina diaqu Idromedusa («sul Po ha fatto quatto quatto lo sposalizio/ con la regina della acque Idromedusa») .

Ne consegue la necessità di un lavoro complesso, che vede il nostro erudito domenicano affiancare al testo greco una traduzione italiana – per così dire – “letterale”, ad uso dei non grecisti, e riservare invece maggiore libertà e creatività alla versione milanese in ottave (che egli definisce pertanto “parafrasi”) nella quale mescola al linguaggio popolare, con ardito sperimentalismo ma senza intenzioni parodistiche, tecnicismi ed espressioni letterarie.

  • xRitratto di Giuseppe Parini
  • xRitratto di Carlo Porta
  • xRitratto del Cardinale Angelo Maria Durini

La complessità di cui ho parlato emerge con chiarezza dalla fatica di Francesco Sironi, che a propria volta – oltre al commento e alle note cui già ho accennato – correda la pubblicazione di cui stiamo parlando con una traduzione della traduzione milanese, utilissima per chi non ha passato l’infanzia con due nonne come le mie…: di più, credo, non si potesse fare.

Garioni, Durini, Parini, Porta e… Manzoni

Una nota, per concludere. Garioni dedicò l’opera al cardinale Angelo Maria Durini (1725-1796), letterato e mecenate, per il quale Giuseppe Parini nel 1791, quando divenne Soprintendente delle Scuole pubbliche a Brera, scrisse un’ode dal titolo La gratitudine. In una sorta di “domino”, quindi, Garioni si connette, oltre che (direttamente) al Porta, anche (pur se indirettamente) a quel Parini che fu il massimo intellettuale della Milano in bilico tra Rivoluzione e Restaurazione. Una Milano che vide alternarsi al governo gli Asburgo e Napoleone, e che fu sede del miglior Neoclassicismo architettonico e fu nel contempo culla dei primi vagiti romantici italiani. Quando nel 1818 Garioni morì, Sironi immagina che in San Fedele, al suo funerale, fosse presente l’amico Carlo Porta e – perché no? – anche quel giovane Alessandro Manzoni cha abitava poco lontano da lì. Se così fosse stato, al “domino” che abbiamo ipotizzato avremmo aggiunto un’altra, prestigiosa, tessera.

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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