Quale umanesimo per il presente? Che cosa sono oggi gli studi umanistici? Quali cambiamenti hanno apportato i nuovi scenari mondiali alle categorie critiche che hanno sostenuto la formazione della maggior parte di coloro che siedono in cattedra? Una riflessione sulla scuola oggi e un richiamo a una didattica militante del sapere letterario, che possa educare al dialogo, alla consapevolezza della complessità del mondo, alla relazione e all'empatia, e a restare umani.

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Ho scoperto il potere della letteratura quando avevo nove anni e mezzo. Lo ricordo perfettamente. Ero a una cerimonia commemorativa della Shoah, insieme a molti altri bambini della mia età. L’oratore parlava e a un tratto io ebbi l’assoluta percezione che parlasse di me, della mia gente, della mia storia. […] Avevo quella sensazione perché mesi prima mio padre mi aveva portato un libro del grande scrittore yiddish Sholem Aleichem. Me lo aveva consegnato e mi aveva detto: “Leggi, David, e capirai”. Mi ci ero tuffato dentro e avevo scoperto come era stata la vita di mio padre prima che fosse costretto a lasciare la Polonia, nel 1936: per settimane, mesi, ero stato trasportato in un altro mondo. Allora non lo sapevo ma grazie a Sholem Aleichem avevo scoperto il potere della letteratura, quel tenere insieme i vivi e i morti, la presenza e l’assenza che è l’essenza stessa dello scrivere (dall’intervista a David Grossman di F. Caferri su «Robinson», 24 marzo 2019).

Il «tenere insieme», che per Grossman costituisce il potere della letteratura, si riattiva ogni giorno nelle nostre aule quando ridiamo voce e corpo ai testi letterari, garantendo a noi e agli studenti il «senso di appartenenza alla collettività umana nel tempo e nello spazio», che costituisce, secondo Mario Vargas Llosa, il più grande esito della cultura. 
Si può riflettere sul valore dell’insegnamento letterario nella formazione del cittadino, assumendo diverse prospettive. 

Quale umanesimo per il presente?

Una prima domanda riguarda il senso dei saperi umanistici nella realtà globale con la quale i nostri studenti avranno a che fare nella loro vita adulta, realtà nella quale, nonostante tutti i tentativi di chiusure identitarie, la permeabilità delle culture è un processo inarrestabile. Che cosa sono oggi gli studi umanistici? Quali cambiamenti hanno apportato i nuovi scenari mondiali alle categorie critiche che hanno sostenuto la formazione della maggior parte di coloro che siedono in cattedra? L’idea che chi coltiva gli studi umanistici abbia gli occhi rivolti al passato ha generato l’effetto di considerare questi studi come un lusso elitario, un passatempo raffinato, che le urgenze economiche e produttive della società attuale non possono più permettersi.
Da qui la crisi degli studi umanistici, che nelle università, non solo italiane, godono di sempre minore appeal, e la conseguente chiusura difensiva entro le cittadelle fortificate degli specialismi, in nome della tutela della tradizione e anche di una presunta “gratuità” di questi studi, che non possono tradursi in esiti, come si usa dire, “spendibili”.
Da questa concezione aristocratica è nato, nel XX secolo, il “canone occidentale”, che ha sacralizzato il culto del passato, come scrigno di una memoria da salvaguardare intatta. Tale visione dell’umanesimo ha avuto ampia fortuna nelle università americane ma anche in Europa, ha dominato a lungo nella nostra scuola e ha prodotto la separazione tra le due culture e la presunzione di superiorità da parte degli umanisti rispetto agli studiosi delle scienze dure.
Ne è nato un atteggiamento esclusivo e dogmatico, che non ha saputo stare al passo con la storia, e ha tradito così le radici dello stesso umanesimo europeo, come sottolinea Edward Said:

La letteratura e gli studi umanistici hanno finito così per consacrare un passato pastorale e ritenuto quasi sacro, senza preoccuparsi di comprendere il processo storico e i suoi cambiamenti.

A fronte di questa posizione antimodernista, va recuperato, secondo Said, lo spirito autentico dell’umanesimo, che è dinamico, aperto alla ricerca, fondato su una visione del passato «irrisolta, ancora in formazione, aperta alla presenza e alle sfide di ciò che emerge via via e risulta ancora inesplorato, degno di attenzione». L’umanesimo correttamente inteso rivela quindi un carattere antidogmatico, critico, attento ai processi storici, che oggi possiedono una dimensione globale. Inevitabile che chi coltiva l’umanesimo guardi alle culture diverse dalla propria, accolga punti di vista e approcci al sapere divergenti, assuma una posizione democratica, non separata «dal mondo della storia e del lavoro umano».

Letteratura e politica

Un secondo passaggio conduce al rapporto tra la letteratura e la politica e ai suoi riflessi nella scuola, che in questo momento storico tenta di metabolizzare riforme che apporteranno imponenti modifiche all’insegnamento. In passato, negli anni del dopoguerra, in cui l’Italia si è trasformata in un paese industriale, la letteratura ha subito le pressioni dell’ideologia e la richiesta di prendere posizione, di sostenere le battaglie per il progresso sociale e politico. Ancora Vargas Llosa ricorda la relazione stretta che c’era tra letteratura e politica negli anni Cinquanta e Sessanta:

[…] quando ero giovane io […] la politica e la letteratura sembravano indissolubilmente associate, seppur diverse, in un’impresa comune. Scrivere era agire: attraverso i racconti, i romanzi, le poesie, l’individuo esercitava la sua condizione di cittadino, di membro di una comunità che ha l’obbligo sociale e civico di prendere parte a un dibattito e alla risoluzione dei problemi della sua società. Questa era l’idea che condividevano scrittori di posizioni politiche diversissime.

Quell’epoca è ormai consegnata alla storia: da allora il mondo è cambiato ed è cambiato anche il rapporto tra la letteratura e la politica. La globalizzazione dei mercati, le crisi economiche e il dissesto ecologico del pianeta hanno infranto le speranze (o illusioni) di costruire una società più giusta, in cui tutta l’umanità possa godere di pari diritti e accedere alle stesse opportunità. 

La crisi della politica, almeno nelle sue forme tradizionali, oggi convive con le irrisolte conflittualità sociali, rese sempre più stridenti dall’allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Si è così creata una situazione che ha quasi capovolto gli scenari di quaranta-cinquant’anni fa: nell’attuale contesto culturale, sociale e politico, scrive Claudio Magris, «è piuttosto il volgare o sgomento rifiuto della politica a minacciare la visione del mondo e indirettamente pure la poesia, […] L’eclissi del sole dell’avvenire sta comportando il tramonto del senso del futuro, la speranza del mondo».

Nella scuola si è insinuata una sospettosa diffidenza verso la politica, sulla scorta delle contrapposizioni ideologiche che, secondo un preciso disegno, stanno lacerando il tessuto sociale del paese. Questo fa sì che venga nascosta sotto la bandiera della neutralità l’indifferenza verso le tragedie che ci circondano. In nome di un malinteso efficientismo formativo si sta rafforzando una pervasiva mentalità pragmatica, tecnocratica, aziendalistica. 

Letteratura come conoscenza

Che c’entra questo, si potrebbe chiedere, con le osservazioni precedenti sull’umanesimo? Non poco: incrociando la crisi dell’umanesimo con l’evoluzione del rapporto tra istruzione e politica, e sottolineando alcuni rischi che lo stato attuale della scuola comporta, arrivo a qualche considerazione propositiva.
Mi pare che proprio in questo contesto così burocratizzato ed efficientista si affacci il pericolo di ritornare ad una visione retriva delle discipline umanistiche, alle quali si affida, in ogni occasione utile, il ruolo imprescindibile di custodi della tradizione e di una identità culturale che si paventa sempre più minacciata. E questa celebrazione viene fatta in una chiave esclusiva, snob, recuperando se è il caso anche il vecchio canone occidentale. Senza, però, la solidità culturale che in passato veniva garantita da una didattica conservatrice, statica, ripetitiva, ma almeno rigorosa sul piano dei contenuti.
Oggi i saperi sono frantumati in pillole, e, per le discipline umanistiche, ridotti a piccoli cammei inoffensivi. Private del loro potenziale critico, che richiede tempo e rielaborazione per tradursi in competenza interiorizzata, le discipline umanistiche perdono ogni potenziale eversivo e diventano innocue, accessorio decorativo di una generica e approssimativa infarinatura culturale (non uso l’espressione “cultura generale”, che francamente mi pare troppo ambiziosa). 

L’attuale congiuntura storica richiederebbe quindi di andare decisamente controcorrente: nel momento in cui il sentire comune, non solo in Italia, sta pericolosamente declinando verso chiusure identitarie di stampo addirittura razzista, mentre si erigono muri concreti e metaforici per tentare di impedire le mescolanze e i contatti tra le culture, nella scuola l’insegnamento letterario potrebbe recuperare la funzione politica di educare al dialogo, alla consapevolezza della complessità del mondo, di insegnare a problematizzare il pensiero contro la desolante e pervasiva banalizzazione che ci affligge. È la letteratura che può aiutare gli studenti a proteggere le proprie capacità di relazione e di empatia e a restare umani.
Tabucchi, nel noto Elogio, scrive: «la letteratura è una forma di conoscenza. Una conoscenza pre-logica, come ha detto Maria Zambrano, di ordine puramente intuitivo, senza la quale tuttavia la conoscenza logica non potrebbe darsi, perché come insegnano gli epistemologi la pura logica non è sufficiente alla conoscenza, neppure a quella scientifica».

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Per una didattica militante

In questa prospettiva viene chiamata in causa la responsabilità degli insegnanti. La didattica per competenze non significa affatto rendere pragmatico l’insegnamento, privilegiare il fare rispetto al pensare, adeguarsi ai modelli neoliberisti imperanti e crescere degli esecutori pronti a inserirsi nei ben oliati meccanismi del sistema. Significa piuttosto mettere al centro dell’attenzione i discenti e i loro apprendimenti: l’insegnante deve assumere un nuovo ruolo di mediazione culturale, attiva e non più solo trasmissiva, tra la tradizione e le domande del presente.
C’è bisogno di docenti di lettere attrezzati per una didattica militante, che faccia dell’incontro con il testo letterario un’esperienza viva, e non la visita ad un museo, e che sappia governare lo sviluppo cooperativo dell’attitudine critica, di quella che Citton chiama la cultura della “interpretazione inventiva”, che non si limita a riprodurre conoscenza, ma integra le conoscenze molteplici e diverse per creare un pensiero nuovo:

L’interpretazione letteraria offre […] un terreno di esperienza privilegiato per predisporre la messa in dialogo di tutte le visioni del mondo potenzialmente conflittuali che coabitano in ogni civiltà multiculturale.>

Le parole di Vargas Llosa ridefiniscono il valore politico dell’insegnamento letterario agli albori del terzo millennio:

La grande letteratura è grande non solo per ragioni strettamente letterarie, ma perché in essa il talento, la padronanza del linguaggio, la sapienza nell’uso delle forme servono per produrre dei cambiamenti in noi, non solo come individui amanti della bellezza letteraria, ma anche come cittadini, come membri di un agglomerato sociale. L’effetto politico più visibile della letteratura è quello di risvegliare la nostra coscienza rispetto alle lacune del mondo che ci circonda per quanto riguarda la soddisfazione delle nostre aspettative, delle nostre ambizioni, dei nostri desideri, e questo è politico, è un modo di formare cittadini attenti e critici su quanto li circonda.

La letteratura dunque, dice lo scrittore peruviano, «è il migliore antidoto che ha creato la civiltà contro il conformismo».

Lezione come esperimento

Una didattica attiva ed euristica rivela agli studenti il carattere dialogico e progressivo del sapere letterario. Ezio Raimondi ne rende testimonianza, raccontando l’incontro con Bachtin attraverso un gruppo di studenti americani, incontro che per lui, giovane professore, fu la conferma della «fede nella letteratura, non come celebrazione di un possesso, ma come percorso mai compiuto di conoscenza»:

Il mondo accademico statunitense mi aveva insegnato un rapporto diverso fra docente e studente, rispetto alle ritualità europee. Era un rapporto quasi alla pari, dove la parte dell’adulto esperto non si esauriva mai nell’esporre, ma stava piuttosto nell’ascoltare, nel ripetere, nel cercare di chiarire e la lezione era sempre un esperimento, dove due culture si incontravano e, avendo davanti un testo, si confrontavano per farlo parlare, c’era un’idea implicita di dialogicità in atto, nella pratica didattica, che forniva una sorta di verifica empirica, di corrispettivo esistenziale dell’interdiscorsività – il termine non è suo, ma il concetto sì – bachtiniana.

Nella scuola, come nell’università, la relazione educativa non è tra pari, e il docente non può retrocedere rispetto alle proprie responsabilità culturali, ma se saprà guardare alla lezione come “un esperimento”, come diceva il grande maestro bolognese, saprà rendere giustizia alle inesauribili possibilità formative della letteratura.
E anche l’insegnante impara, in un nutrimento culturale intergenerazionale; il classicista Daniel Mandelsohn, nel libro autobiografico Un’Odissea, racconta di aver recuperato il rapporto con il padre grazie alle sedute di interpretazione dell’Odissea con i suoi studenti, che gli hanno rivelato sguardi inediti sul testo omerico e anche sui suoi affetti.

Insegnare è un gesto politico

In un piccolo elenco riepilogo i benefici politici della letteratura, nel mondo che oggi sempre più ha purtroppo i tratti dell’inferno dei viventi di calviniana memoria, che non ci attende nell’aldilà, ma è già qui, è quello «che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme». 

- È la letteratura che insegna a «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

- È la letteratura che insegna a coltivare l’immaginazione e a pensare che si possa costruire un mondo diverso e migliore.

- È la letteratura che insegna la precisione e le sfumature del linguaggio, per tenere insieme res e verba, descrivere gli stati d’animo e sfuggire alla sottocultura dello slogan.

- È la letteratura che educa al pensiero divergente, che insegna che c’è sempre un altro punto di vista per raccontare i fatti e per giudicarli.

- È la letteratura che educa ai tempi lunghi della riflessione, dell’analisi, del dubbio, contro la fretta della superficialità che divora ogni esperienza.

- È la letteratura che contrasta l’inganno della semplificazione con il richiamo alla complessità.

Concludo convocando nuovamente Antonio Tabucchi che, nel suo Elogio, condensa in una felicissima e attuale metafora la salutare instabilità della letteratura:

La letteratura non è stanziale, è nomade. Non solo perché ci fa viaggiare attraverso il mondo, ma soprattutto perché ci fa attraversare l’animo umano. Inoltre è correttiva, è l’unica possibilità che ci è concessa di modificare gli avvenimenti e di correggere la Storia più matrigna.

Lucia Olini

insegna Lettere al liceo scientifico “A. Messedaglia” di Verona, Scuola Amica de La ricerca. Si occupa di didattica dell’italiano e del latino e da anni è impegnata nella formazione dei docenti. Suoi interventi e percorsi didattici sono reperibili sia in rete che su pubblicazioni cartacee. Dal 2014 è vicepresidente del'ADI-sd (Associazione degli Italianisti - sezione didattica).

 
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