Alcuni libri, una volta chiusi, non smettono di parlare, fino a che le loro parole non trovano in successive letture una specie di compimento. Ultimata la lettura de “La straniera di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, Milano 2019) ho sentito tornare i versi di “Dentro di noi” di Dario Voltolini (da “Pacific Palisades”, Einaudi 2017) ed è stata chiara la prima lezione di queste due opere evidentemente intrecciate nei miei pensieri: qualche volta è proprio la scrittura quella necessaria «pacifica palizzata» che disegna «un limite, un segno, un confine» per quel «territorio dove continuamente si nasce».

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Dentro ciascuno di noi c’è un territorio
non sappiamo quanto sia segreto
ma è simile a un midollo
appare dopo l’ultima difesa dura dell’osso
in questo spazio nasce continuamente
non sai cosa
e non ha un centro forse
forse è il centro […].
Quel territorio è dove si nasce di continuo.
Chi lo raggiunge può farne razzia.

L’ultima opera di Claudia Durastanti è un memoir, un’autobiografia per dirla secondo vecchie categorie, oggi più precisamente autofiction (dove fiction «non è qualcosa di falso ma qualcosa di costruito», p. 232). La sua storia di bambina e di giovane donna forse coincide e forse no con la cronaca reale (una fervida e libera immaginazione le appartiene sin da bambina), ma le si crede, perché l’autrice affida alla scrittura non già la “storia di una giovinezza”, ma la ricerca di un’identità, sin dal titolo complicata dall’estraneità.

La straniera è un libro adamantino, perché dei diamanti ha la durezza, gli spigoli e anche la poliedricità: può essere raccontato in molti modi in ragione delle sue molte dimensioni. Ne ho scelte tre, affidando il resto alla curiosità di chi legge.

La geografia degli affetti

È difficile ridurre a sola trama questo romanzo, anche se la storia è presto detta: infanzia e giovinezza di una ragazza nata a Brooklyn ma cresciuta in un piccolo centro della Basilicata (dunque né americana né italiana), figlia di genitori sordi da sempre o quasi, e tuttavia indisponibile a leggere l’esposizione precoce alla disabilità come una patetica predestinazione. La sua è una storia di migrazioni e diversità, esclusione e vergogna, per una condizione di estraneità che non nasce solo dalla sordità dei genitori. Del resto è in loro qualcosa di indefinibile che trascende l’impossibilità di sentire o forse la connota di un senso più ampio, talvolta sembra essere un modo per dire «io non sono qui» (p. 221). All’infanzia segue un’adolescenza “a suo modo” sofferta, che lascia anche nel corpo i segni indelebili di chi si è fatto del male, ossia, in effetti, di chi è rimasto, sopravvissuto. Il quadro include un fratello amatissimo («la prima materia attorno alla quale io mi sia addensata») e un amore, lo stesso dai tempi del liceo, a cui chi narra attribuisce il ruolo determinate nella definizione di sé («Non sono mai stata sulla luna, non ho imparato a nuotare, non ho ferito un’amica a duello, ma ho incontrato qualcuno»). 
Attorno e dentro questa vicenda c’è poi una costellazione di personaggi che potrebbero essere comparse, se una sorprendente dote di sintesi non condensasse in poche righe tratti da protagonisti e trame sufficienti per altrettanti romanzi.

C’è dunque una bella storia, ma il romanzo di Durastanti non è riducibile alla vicenda raccontata, molto di più importa (e resterà dopo la lettura) il modo in cui si declina l’atto stesso del raccontare:

La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e la biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato Scrivere te stessa significa ricordare che sei nata con rabbia e sei stata una colata lavica densa e continua, prima che la tua crosta si indurisse e si spaccasse per lasciar affiorare una specie di amore o che la forza inutile del perdono venisse a levigarti e ad appiattire ogni tuo avvallamento. Rileggere te stessa significa inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta: i cristalli di gioia o di solitudine sul fondo, le conseguenze di una memoria che è evaporata, tutto ciò che è stato scavato e poi inondato, solo per renderti conto che non è vero che il tempo guarisce […] e poi finalmente arrivi al margine di tuo padre e di tua madre, dopo anni in cui hai creduto che impazzire o morire fosse l’unico modo per essere alla loro altezza. E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo e tu sei solo l’eco di una mitologia anteriore (pp. 63-64). 

La straniera, come molti bei romanzi contemporanei, non afferma, indaga. L’autrice ha un’età e una prossimità ai fatti raccontati che non sono comuni nelle autobiografie, più spesso opere della maturità; la ragione è che scrittura non vale a ricostruire paradisi perduti, lasciati i quali si diventa adulti: non è questa la forma della nostalgia che chi legge vi troverà. Vi si racconta invece una possibilità di riconoscimento e di comunicazione conquistati con fatica, appresi come si impara una lingua, da stranieri. 

Lingua materna, lingua letteraria, lingua di tutti

Insegnando letteratura, noi docenti ci accorgiamo di come sia difficile trasmettere la non coincidenza tra l’opera e la trama. I più faticano a riconoscere nel come lo specifico dell’arte e della letteratura. Per prima cosa vogliono dirti di cosa parla quel che hanno letto. Oppure non hanno letto il romanzo, ma hanno visto il film. E invece l’opera letteraria ha la sua essenza nella lingua, e in una lingua sempre e comunque artificiale, straniera. Della maggior parte degli scrittori non ci è dato conoscere la lingua parlata, neppure quelli che mimano un’oralità sono liberi dall’artificio proprio di ogni “finzione”, dunque la grande letteratura ci allena a riconoscere ciò che evidente non è: la forbice tra la lingua naturale, per definizione materna, e la lingua della scrittura.

Oggi in molte forme di comunicazione l’espressione (istintiva, non meditata e non mediata) prevale su tutto, la scrittura sembra patrimonio naturale e comune e l’abuso della prima persona (che ha soppiantato la terza sui social) regala l’illusione a buon mercato che poter dire corrisponda a saper dire – tralasciando ogni riflessione sul cosa dire. Il romanzo di Claudia Durastanti è quanto di più lontano ci sia da quel tipo di prima persona: la sua lingua è la lingua della letteratura, anche se non suona letteraria, perché non esprime un vissuto istantaneo, magmatico, ma al contrario scava con attrezzi linguistici la verità di ciò che è stato e di ciò che è. 

C’è poi nel romanzo una componente, per così dire, metalinguistica: Claudia, la protagonista, voce narrante e autrice, è figlia di una madre sorda, da cui non ha ereditato narrazioni orali. Se il valore più forte nella costruzione dell’identità sono le parole, possiamo affermare che il tema del romanzo è la possibilità di ereditare anche l’assenza delle parole, che è poi assenza di confini definiti a priori, di narrazioni in cui riconoscersi e da superare, eventualmente, quasi fossero argini da rompere.

Naturalmente anche nella vita di Claudia bambina ci sono figure parlanti (nel gergo dei migranti, in dialetto, in italiano), la cultura televisiva e le canzonette, tante parole lette su riviste, su libri e sui diari della madre; tuttavia la menomazione vocale, unita al rifiuto di usare la lingua dei segni e alla parsimonia nell’articolare i suoni che connotano la voce di chi è sordo, fa crescere Claudia in una sorta di zona frontaliera – condizione che la rende traduttrice fin da bambina (lo sarà poi da adulta, per professione), esausta nello sforzo continuo di codificare e decodificare le “astrattezze” della vita e del mondo per due genitori che non hanno alcuna dimestichezza con l’ironia, la metafora, la struttura polisemica della comunicazione diretta. Claudia Durastanti è bilingue perché conosce e parla la lingua di chi sente, la sua, ma comprende anche quella di chi non sente, sperimentando sin da bambina i margini dell’incomunicabilità trai due mondi: non tutto è traducibile e l’isolamento è una condizione esistenziale che nasce dall’inadeguatezza del linguaggio.

La straniera è dunque innanzitutto un romanzo sulla lingua delle relazioni; racconta una particolare forma di separazione e anche di riscoperta della propria madre, anzi, più precisamente, di riappropriazione di una lingua materna:

La separazione riguarda ogni figlio. La mia avviene per inflessioni e figure retoriche inaccessibili: ogni ironia ci separa, ogni metafora ci allontana. 

Ma anche 

ci sono tante sgrammaticature e tanti errori della sua lingua che ho preservato; continuo a chiamarlo “stiro da ferro” come facevo a scuola prendendomi le note rosse dai maestri e la mia sintassi è spesso contorta, è l’unico tributo che mi resta (p. 211). 

Personale è politico 

Nel racconto la disabilità – vissuta, percepita, negata – ha un grande spazio. Sarebbe però improprio liquidare il romanzo come una testimonianza su cosa significa crescere con genitori disabili: le due figure sono molto più sfaccettate e interessanti del sintomo o della menomazione di cui sono portatori. La madre di Claudia è di una stramberia ingombrante e a tratti geniale che sarebbe impossibile ridurre alla sordità; a complicarla, imprecisate patologie psichiatriche e gli acufeni, «fischi costanti capaci di far impazzire anche gli udenti», che in sua madre che non sa riconoscerli si trasformano in «voci di defunti che parlano dal mattino alla sera, oppure in ultrasuoni di un macchinario azionato a distanza». Quelle voci sono una sorta di «sinestesia della disabilità», una malattia ignota e senza nome, perciò incurabile, il che «a volte può agire come una forma di consolazione. (Non si tratta di una mancanza personale. Non sono io che posso guarirla: è una guarigione che non esiste)» (p. 210). 

La narrazione fa posto a riflessioni importanti sulla malattia, sulla disabilità e sulla disuguaglianza in genere: da un lato abbiamo la rappresentazione in soggettiva, dalla prospettiva della figlia; dall’altro la ricognizione antropologica. Antropologia è proprio la disciplina che l’autrice ha scelto di approfondire all’università e che ora applica alla sua stessa vita, facendo del proprio vissuto il tema d’indagine – forse è anche questa la via per la quale «un grande dolore» si traduce in «un sentimento formale», secondo i versi di Emily Dickinson posti in esergo. 

Lo sguardo dell’antropologa non sopporta la lingua dell’eufemismo pietistico e della rimozione, e vota ogni sforzo a sottrarre il disabile dallo stereotipo che lo vuole soltanto portatore di un bisogno, oggetto o strumento di compassione, come se in quel bisogno e nella pietà che muove si determinassero il destino e l’essenza stessa di una persona. 

Il discorso si fa dunque politico, ma (di nuovo) in un senso innanzitutto linguistico, perché «di solito i sordi si concepiscono come comunità linguistica» e perché le parole non sono neutre: esiste un modo di raccontare la mancanza di un arto o di un senso che condiziona la relazione e la comprensione culturale e dunque anche quella che (impropriamente) chiamiamo integrazione.

Le parole, insomma, sono importanti, alcune volte sono tutto. C’è un passaggio in cui la protagonista si concentra sull’insegna Cancer center all’ingresso del reparto oncologico di un ospedale milanese; la scelta dell’inglese evoca efficienza e rassicura, ma il corto circuito è immediato: 

inevitabile pensare al grado di rimozione che la lingua può offrire a una persona nel relazionarsi alla propria malattia, soprattutto quando non la padroneggia. […] Mi chiedo se sia possibile che la percezione della disabilità cambi, che il vocabolario con cui raccontiamo la disabilità cambi, fosse anche nel corso di una sola vita, di una sola persona (p. 207).

Le parole non sono l’unico codice che condiziona un immaginario difficile da smuovere e, a ben vedere, radicato anche in chi è più prossimo: 

Il desiderio che mia madre fosse muta [anziché sorda] esplose quando vidi Lezioni di piano. […] La disabilità deve essere erotica, o speciale, per avere diritto a una vita fatta di pianoforti inabissati e colonne sonore maestose. Forse in un altro tipo di società i miei genitori avrebbero avuto altri poteri. Anche se il vero potere a cui sono interessati loro è uno solo: avere pena degli altri. I disabili sono un fine o uno strumento di compassione, ma non sono quasi mai agenti dell’empatia. Di chi possono avere compassione loro? […] A volte li ho messi io nella condizione di farlo, mi sono esibita in esercizi acrobatici pur di sovvertire i nostri rapporti (p. 204). 

Il tema della disuguaglianza è centrale in molti modi, ed è nel rifiuto della retorica delle disuguaglianze il primo ingrediente dell’estraneità. La straniera Claudia demistifica luoghi comuni, quelli impiegati per dire la disabilità, come quelli che definiscono le relazioni con il lavoro e il denaro. Si prenda il mito della meritocrazia americana, la metafora della corsa: 

Mettere tutti nelle stesse condizioni ai nastri di partenza non è sempre sufficiente, perché c’è una differenza nascosta dentro chi partecipa alla corsa. […] Lì in attesa ai nastri di partenza, una ragazza può decidere di andarsene nei boschi. La sua vita può essere anche un bellissimo spreco; eguaglianza significa metterla nelle condizioni di diventare un’astronauta, se vuole, ma anche esercitare la libertà di esercitare l’ozio di chi non sa bene cosa vuole fare. […] Cos’è la libertà se non l’impossibilità di fare sbagli con il denaro e dare al proprio disordine il nome di eccentricità (p. 248). 

E ancora, sul giudizio morale che grava su chi è povero (di una povertà che Durastanti ha conosciuto, «tutto un affanno per trovare risorse necessarie a comprare cose che non hanno diritto di comprare»): 

Dal povero ci si aspetta non solo che faccia la rivoluzione, come se avesse del tempo libero invece di dedicare ogni energia nervosa a capire come ottenere qualcosa in più, con tutti i mezzi possibili, ma che abbia anche una buona educazione e si comporti bene. […] Mia madre è stata una povera maleducata che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Il povero senza debiti è moralmente superiore al povero con debiti. Me lo ha insegnato la Bibbia, me lo ha insegnato la televisione; oggi nei confronti di questo insegnamento non posso fare altro che nutrire un feroce sospetto (p. 251). 

Concludo questo invito alla lettura dicendo che La straniera di Claudia Durastanti è, però, anche e soprattutto un romanzo d’amore e sull’amore: non l’amore dei romanzi, «di cui vogliamo leggere solo se qualcuno ci promette che finirà, che voltando pagina quell’amore sarà solo uno struggimento del passato» (p.267), ma (ancora la lingua) l’amore come una «conversazione» che un giorno hai cominciato e non hai più smesso, perché «possiamo contenere una radice etimologica, ma chi ce la rivela?» (p. 269)

L’autrice scrive e rilegge se stessa per dire infine: 

So di non essere scomparsa perché qualcuno mi ha trovata prima che potessi farlo. […] Quando tutto cade, indomito l’amore resta (p. 285). 

«Ma è una storia vera?» – domanda nell’ultima riga del romanzo. A chi ha letto ormai non importa più: la scrittura è ciò che permette l’incontro e insieme protegge quello spazio «dentro» in cui – per tornare ai versi di Voltolini – «si nasce continuamente». 

Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Nel 2014 è uscito il suo primo romanzo, "Marta nella corrente" (Neri Pozza).

 
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