Un libro di Jenny Poletti Riz dà ai docenti italiani la possibilità di apprendere e sperimentare il laboratorio di scrittura (Writing Workshop) del Teachers College della Columbia University. Ed è il modo migliore per cominciare ad attuare le nostre “Indicazioni nazionali per il curricolo del primo ciclo di istruzione”.

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Lo so, può sembrare paradossale, ma sono convinto che oggi un insegnante italiano che voglia applicare fino in fondo lo spirito delle leggi vigenti si trovi in difficoltà: sicuramente in minoranza nella sua istituzione scolastica, e costretto a rispondere alle interrogazioni e ai dubbi dei genitori, dei colleghi e perfino di molti dirigenti.

La cosiddetta scuola delle competenze, ovvero la scuola che ha l’ambizione di preparare alla vita tutti gli alunni – sia quelli che usciranno dalla scuola dell’obbligo e andranno a fare gli apprendisti o i percorsi di formazione professionale, sia quelli che proseguiranno gli studi fino al diploma e alla laurea –, dotandoli dei saperi e delle competenze necessari a continuare a imparare per il resto della vita, ha finalmente concluso il suo lungo iter legislativo, iniziato nel 2007 e terminato con il D.M. 742/2017 e con la trasmissione alle scuole, il 9 gennaio 2018, delle Linee guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo di istruzione.
La scuola delle competenze ha concluso il suo iter legislativo, iniziato nel 2007, eppure, nonostante le riforme, il servizio pubblico erogato è ancora quello di venti e trent’anni fa.E, tuttavia, mai come adesso sembra che tutto sia ancora da fare, e che le tante norme emanate altro non siano che parole scritte sull’acqua. Non tanto per gli errori ancora da correggere (tra cui spicca la coesistenza forzata di un doppio sistema di valutazione, uno fondato sulla verifica e valutazione delle competenze e uno legato alla valutazione degli apprendimenti e dei comportamenti, secondo una suddivisione che non è conciliabile con la logica sottesa alla didattica centrata sulle competenze, che crea confusione e incertezza, ma che è funzionale a rassicurare gli insegnanti e i genitori), ma perché – inutile nasconderlo – la scuola dei nostri giorni è ancora fin troppo simile a quella degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Le riforme sono state fatte, i ministri possono sedersi ai tavoli di coordinamento dell’Unione Europea sfoggiando le loro carte in regola, ma il servizio pubblico erogato ogni anno a centinaia di migliaia di alunni è ancora quello di venti e trent’anni fa, e nonostante un generalizzato miglioramento del sistema di istruzione, permangono – si legge nel rapporto Istat BES 2017-Il benessere equo e sostenibile – «forti differenze territoriali e di genere, in particolare per quanto riguarda la partecipazione al sistema di istruzione e formazione, gli abbandoni precoci, i tassi di conseguimento di un titolo terziario e il livello delle competenze di base».
Tutto è cambiato affinché tutto potesse rimanere uguale? 

Non voglio esprimere un punto di vista pessimista, anzi vorrei spronare tutti a prendere atto della situazione di stallo e a fare uno sforzo per superarla, poiché sono convinto che le norme vadano nella direzione giusta e che sia sempre meglio camminare lentamente che rimanere fermi a guardare gli altri che si danno da fare.
Per questo, di fronte a un libro ricco, coraggioso e incisivo come Scrittori si diventa. Metodi e percorsi operativi per un laboratorio di scrittura di classe di Jenny Poletti Riz (Erickson, Trento 2017), non riesco a limitarmi a parlare di didattica della letteratura, di metodologie laboratoriali o di insegnamento dell’italiano. Con questo libro – e con il grande lavoro di ricerca e di pratica che lo ha preceduto e accompagnato – è finalmente possibile cominciare a parlare seriamente del ruolo della letteratura nella scuola dell’obbligo, degli eventuali effetti dell’adozione di approcci didattici finalizzati allo sviluppo delle competenze, e, inoltre, di cosa dovrebbe e potrebbe fare un insegnante di italiano per sperimentare sulla sua pelle e su quella dei suoi alunni questi approcci.

Intanto, va detto che l’autrice, Jenny Poletti Riz, è una docente di scuola secondaria di primo grado, ed è anche una formatrice di insegnanti e una blogger già nota per il suo sito www.scuolaumentata.it e per il gruppo Facebook “Italian Writing Teachers”.
Con questo libro è finalmente possibile cominciare a parlare seriamente del ruolo della letteratura nella scuola dell’obbligo.Il libro è frutto di molti anni di lavoro, durante i quali Poletti Riz ha potuto sperimentare e verificare l’efficacia di molti strumenti didattici basati sulla metodologia del Writing and Reading Workshop ideata dal Teachers College della Columbia University.
Grazie al lavoro utradecennale di autori come Nancie Atwell, Lucy Calkins, Ralph Fletcher, Penny Kittle, Kelly Callagher, Frank Serafini e molti altri (ancora non tradotti in italiano), Poletti Riz ha potuto compiere l’impresa di produrre un metodo di lavoro in grado di soddisfare pienamente le esigenze della normativa italiana e, soprattutto, capace di valorizzare il significato più profondo dell’esperienza letteraria in età infantile e adolescenziale (dalla quarta primaria alla terza secondaria di primo grado).
Secondo l’autrice, infatti,

Il primo e più importante motivo per cui occorre cambiare approccio all’insegnamento dell’italiano rinvia a una ragione pratica. Dobbiamo cambiare perché, molto semplicemente, quello che abbiamo fatto e stiamo facendo per insegnare la scrittura e per far diventare i nostri studenti lettori-scrittori-critici-appassionati-per-tutta-la-vita non ha funzionato e non funziona.

Quel che abbiamo fatto non funziona, perché gli alunni e le alunne leggono e scrivono – le due azioni che rendono possibile l’esperienza della letteratura – solo sotto forma di esercizi scolastici. E per quanto scrivano moltissimo soprattutto durante la scuola primaria, una volta usciti dalla scuola del primo ciclo abbandonano quest’attività, così come la lettura. I dati Istat sul numero di lettori sono lì a testimoniarlo. Ma è sufficiente guardarsi intorno, a scuola, e verificare non solo la qualità della scrittura e delle letture dei docenti, ma anche la quantità di tempo esigua che qualsiasi adulto dedica a una scrittura e a una lettura che siano funzionali al proprio personale sviluppo e al proprio benessere.

La scrittura è un esercizio fine a sé stesso e ha perso il suo senso più alto. Non è espressione di sé. Non ha un destinatario reale, Non serve a uno scopo pratico e ancor meno a soddisfare il senso estetico di studenti e docenti. Non seve a comprendersi, a comprendere il mondo, a provare a migliorarlo un pochino o molto. È soltanto un esercizio scolastico.

Per far sì che gli apprendimenti siano duraturi e che la scrittura e la lettura divengano pratiche quotidiane, comportamenti diffusi, stili di vita, è dunque necessario cambiare l’approccio pratico all’insegnamento, che, secondo una visione assai vicina a quella dell’americano Doug Lemov, è inquadrato tra le attività artigianali, fondate sull’uso sapiente di strumenti da maneggiare con cura e con costanza.

E di strumenti, in questo libro, ne sono forniti in abbondanza. Strumenti di ogni tipo, accompagnati dalla descrizione puntuale delle procedure d’uso, e perfino di indicazioni su come allenarsi a utilizzarli in classe. A partire dal modello di lettera da inviare ai genitori degli alunni per coinvolgerli nel laboratorio, per finire alle rubriche di valutazione e all’utilissima “rublist” (vale la pena acquistare il testo anche solo per scoprire di cosa si tratta), questo libro contiene tutto ciò che serve per iniziare – a settembre 2018 – un laboratorio di scrittura: poster da appendere alle pareti, modelli per gli alunni, esempi di prodotti già elaborati dagli alunni, eccetera. 

In estrema sintesi, possiamo descrivere il laboratorio di scrittura come una comunità di pratiche di scrittura e di lettura che si basa su un setting e su una routine molto controllati, il cui scopo è assicurare agli alunni le risorse necessarie a svolgere le loro attività in modo autonomo, mettendoli in condizione di scegliere cosa fare con le tecniche di scrittura e con i libri che sono messi a loro disposizione dall’insegnante.
L’aula è organizzata in cinque diverse aree: la biblioteca di classe (uno scaffale con i libri che gli alunni possono consultare durante le attività di scrittura e devono leggere durante il pomeriggio a casa); le isole della scrittura (i banchi disposti in modo da garantire la possibilità di scrivere); lo scaffale del centro materiali; l’area consulenza, dove ogni alunno può usufruire del supporto dell’insegnante o di un compagno; la sedia dello scrittore, usata per la condivisione delle opere finite.
Il tempo è gestito seconda la seguente tripartizione:
- minilezione: 10-20 minuti per fornire agli alunni indicazioni puntuali su tecniche di scrittura da provare subito e poi, eventualmente, da utilizzare durante la fase di scrittura autonoma;
- scrittura autonoma: 30-45 minuti di tempo durante i quali gli alunni devono scrivere, revisionare ed eventualmente editare i loro testi;
- condivisione:10-15 minuti dedicati alla pubblicazione dei testi realizzati.
Per completare questa descrizione sommaria di un’attività ricca di sfumature e straordinariamente complessa, è necessario almeno ricordare che il laboratorio coinvolge le famiglie, alle quali è richiesto di presidiare due cose: 
- la lettura individuale del bambino-ragazzo (almeno mezz’ora al giorno);
- la scrittura nel “taccuino dello scrittore” (che rimane al legittimo proprietario e non è sottoposto a valutazione) di almeno due testi di mezza pagina, uno dedicato alla lettura in corso e l’altro a un’esperienza qualsiasi.

Il docente, che ha il ruolo fondamentale di garante e di animatore del laboratorio, è il consulente esperto di lettura e di scrittura, ed è anche il valutatore delle attività. La valutazione del processo avviene attraverso schede di osservazione che servono a monitorare la partecipazione alle diverse attività, mentre i prodotti sono valutati con rubriche per la verifica della qualità delle opere.
Non ci sono interrogazioni né compiti in classe: oltre a non dare informazioni specifiche sulle competenze sviluppate, renderebbero impossibile la creazione di una comunità di lettori e di scrittori autentici.Ovviamente non ci sono interrogazioni né compiti in classe: oltre a non dare informazioni specifiche sulle competenze sviluppate, renderebbero impossibile la creazione di una comunità di lettori e di scrittori autentici che lavorano non per restituire all’insegnante ciò che hanno imparato o per dimostrare la propria ubbidienza, ma per il gusto di leggere e di scrivere, per imparare a leggere a scrivere meglio, per conoscere sé stessi e il mondo circostante attraverso gli strumenti della lettura e della scrittura. I testi scritti da sottoporre a valutazione sono scelti dal docente insieme all’alunno.
Tuttavia – e questo è un elemento fondamentale e assolutamente innovativo rispetto alle attuali pratiche didattiche – il docente ha l’occasione, attraverso le consulenze individuali, le revisioni e l’osservazione degli alunni mentre scrivono, di acquisire una grande quantità di informazioni sugli alunni, sui loro punti di forza e sui loro limiti. Le schede di valutazione elaborate da Poletti Riz alla fine di ogni anno ne sono una testimonianza straordinaria.

Questa è la descrizione sintetica del laboratorio elaborata dall’autrice:

il laboratorio è un’autentica comunità di lettori e scrittori che insieme si immergono nella letteratura, impiegano regolarmente tempo nella scrittura, si danno feedback, scoprono e sperimentano tecniche, si sostengono, si confrontano, compiono scelte e trovano piacere in ciò che leggono e ciò che scrivono.

Non saprei dire – ma mi piacerebbe approfondire la questione – se questo metodo possa davvero ottenere quel che promette, ovvero un incremento di lettori e scrittori per la vita, di persone che, una volta uscite da scuola, continuano a leggere a scrivere perché hanno provato sulla loro pelle il potere di queste attività, la loro capacità di incidere effettivamente sulla qualità della vita: proprio come è successo a me, ma per caso e non a scuola, quando mi sono imbattuto nell’ascolto di The Wall e di The Final Cut dei Pink Floyd, o quando, imitando Roger Waters e i poeti simbolisti della mia antologia, ho cominciato a scrivere versi. Di sicuro, Poletti Riz ci mette a disposizione quel che serve per fare la prova. 

Finalmente noi insegnanti di italiano abbiamo uno strumento pratico per verificare se questa scuola orientata allo sviluppo delle competenze sia effettivamente praticabile senza rinunciare alle peculiarità della nostra disciplina, che in una parola continuo a definire “letteratura". E per fare in modo che ciò che scrivevano Tzvetan Todorov o Ezio Raimondi sul lettore comune e sul ruolo fondamentale della lettura nella vita possa diventare, da privilegio di pochi, una risorsa per tutti.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura, e ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, e, insieme a Francesca Latini, il sesto QdR / Didattica e letteratura, “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

 
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