Da poco in libreria, “Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto”, di Leonardo Luccone (Laterza, Bari 2018), è un viaggio nei labirinti della punteggiatura e anche una meravigliosa, ricchissima antologia di brani di duecento scrittori, perlopiù italiani (tra cui Calvino, Pavese, Arbasino, Ginzburg, Veronesi – ma c’è anche Proust tradotto da Raboni).

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Con grazia e intelligenza, e con l'autorevolezza gentile data dal mestiere e da una lunga frequentazione di testi (Luccone è anche traduttore), il volume fa il punto (!) su regole e libertà, su usi e costumi, su trappole e dubbi, invitando contemporaneamente alla correttezza e al coraggio e dimostrando – con validi argomenti ed esempi che fanno venir voglia di leggere ogni volta il libro da cui sono tratti – che un uso consapevole e sapiente della punteggiatura coniuga logica e creatività, e non solo è essenziale alla correttezza e all'efficacia della comunicazione, ma è anche un elemento costante di ciò che consideriamo bella scrittura, e quindi una delle fonti del piacere di leggere.
E poi ci sono degli esercizi, in fondo. 
E poi c'è l'analisi dell'uso del punto e virgola nel racconto Una madre di Natalia Ginzburg – che è struggente, bellissimo: leggetelo! –, e qui davvero i ferri del mestiere si vedono e fanno la differenza.

Ecco alcuni estratti dal libro.

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Punteggiatura e ortografia sono l’abito che fa il monaco, sono il condimento che fa il primo piatto, sono una vasta parte dell’essenziale. Se la sintassi è quella porzione della lingua che incatena il contenuto al pensiero e lo rende organicamente espresso, la punteggiatura rappresenta il segno del comando; e l’ortografia è la capacità di stare al mondo. Il contenuto deve fluire liscio, senza rumore, senza subire disturbi. Una cattiva punteggiatura rende un testo come una strada accidentata. Certo che la si può percorrere, specie se si ha un fuoristrada, ma perché sobbalzare a ogni buca? Perché procedere con il rischio di rimanere in panne?

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Dimenticatevi vita natural durante che la virgola possa travestirsi da punto e da punto e virgola. Facciamogli fare la virgola, che è già gravoso come officio. Chiamo ‘virgole cannibali’, o più bonariamente ‘virgole mangione’, quelle virgole che s’appropriano del mestiere altrui. Ci sono scrittori che amano segmentare tanto e prevalentemente con le virgole. Ci divertiremo con una gragnola di esempi autorevoli. Speriamo, però, che non li legga D’Annunzio, che non doveva amare particolarmente questo modo di procedere, visto che col suo stile smargiasso s’è spinto a dire: ‘Costrutto molto virgolato è costrutto molto bacato’.

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Il punto e virgola è il nostro grigio sulla tavolozza del bianco e nero. Anzi è tutti i grigi. Per questo lo vogliono far fuori, perché è pieno di gente che non ama le mezzetinte.

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A scuola, l’abbiamo ricordato, con la punteggiatura non ci si spezza certo la schiena, non si va a fondo e gli studenti escono dal liceo confusi. Più di un ragazzo ha ammesso: «Non so mai quando devo usarlo». Il punto e virgola è circondato da una nebbiolina d’incertezza.

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Allora: cosa si può fare e cosa non si può fare con questi segnetti meravigliosi?
E soprattutto: come li hanno usati gli altri, quelli bravi e molto più autorevoli di noi?
Vi istigherò ancora all’imitazione, anzi al copiato. Almeno all’inizio.

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Riappropriamoci delle nostre parole, e dei binari che le fanno scorrere felici.
Avviciniamoci alla punteggiatura con un po’ di sprezzante curiosa allegria.
Leggete ad alta voce gli esempi che vi ho riportato – fate le voci.
Compiacetevi un po’. Ve lo ripeto: copiate le frasi. Imitatele, fatele diventare vostre. Il futuro è nella bottega rinascimentale.
Storpiatele.
Contestatele.
Fategli il verso.
«Io l’avrei scritto così.»

Bravo, Leonardo.

 
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