In momenti di particolare disorientamento, si può trovare una chiave di lettura della contemporaneità nei classici della letteratura. E così, capita che Manzoni ci parli oggi come se avesse appena letto le ultime notizie.Alla fine abbiamo un governo. Che sia del cambiamento o meno, lo diranno i mesi e gli anni a venire. Per il momento possiamo tirare un po’ il fiato, e provare a capire quanto è successo. Capire, soprattutto, quali siano state e possano ancora essere le dinamiche capaci di spostare fette così larghe di popolazione su posizioni fino a qualche tempo fa impensabili.
Milioni di persone hanno infatti detto basta a un sistema di potere avvertito come vecchio ed esclusivo in nome di una rivoluzione “populista” (per dirla con il presidente del Consiglio) esplosa in nome e per conto della “gente”. 
Ma non è tutto: nel volgere dei giorni e delle settimane intercorsi tra l’esito elettorale e la formazione del governo, a fronte degli attriti, delle contraddizioni e dei toni violentissimi usati da chi era incaricato di trovare una soluzione alla crisi, il consenso popolare si è ampliato a dismisura, al punto da far lievitare le due forze politiche protagoniste di ben 10 punti percentuali. Centinaia di migliaia di persone in più, in definitiva, che hanno scelto di farsi rappresentare dagli uomini e dalle donne che oggi occupano la ribalta politica italiana.
Perché? 
Personalmente, faccio fatica a orientarmi. Ma questo non è interessante: su questa rivista non ci occupiamo di elezioni o di politica in senso tecnico, se non quando riguarda da vicino la scuola e il nostro lavoro. Ci è capitato, in passato, che una certa “politica” si sia occupata di noi, e anche il quel caso abbiamo tentato di mantenere un profilo alto e distaccato, per quanto ci è stato possibile.
Ciò che però, in questa occasione, ha attirato la nostra attenzione è stato il tono di una dichiarazione di appartenenza che ci è risuonata tanto familiare da indurci a ricercarne l’archetipo letterario più prossimo e consonante. È stato come svolgere (potremmo azzardare) un “compito di realtà” al contrario: dalla vita reale a quella immaginata; dalla quotidianità che ci circonda all’immortalità del classico che ci aiuta a intenderla. 
Si tratta, ovviamente, di un caso che rappresenta solo se stesso e non vuole essere paradigma di null’altro che della visione che incarna.
È la dichiarazione di un imprenditore famoso, grande sponsor della passata classe politica, che “cambia casacca” e confessa che ora gli piace il nuovo governo, così argomentando: «Se uno perde, significa che errori ne ha fatti. Mi dispiace… ma questa è la politica».
C’è un’idea precisa della politica in una frase come questa.
Più ancora, un’idea del proprio stare al mondo.
Un’idea così grossolana (e grottesca) che non può che evocare, perfino con un po’ di simpatia, quel Don Abbondio del cui sistema di vita il Manzoni scriveva così:

consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte.

Sandro Invidia

Direttore editoriale Loescher.
 
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