Il libro di Carlo Varotti è la prima monografia di grande respiro dedicata all’interpretazione del percorso letterario di uno scrittore tra i maggiori narratori degli anni Sessanta del secolo scorso, uno dei più fecondi per il nostro tempo: Luciano Bianciardi.

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Luciano Bianciardi – le cui opere, dopo l’Antimeridiano, 2 voll (ISBN-Ex Cogita, Milano 2005-2007) sono state di recente ri-raccolte sotto l’etichetta di Il cattivo profeta (Il Saggiatore, Milano 2018) – è ormai da molti anni il protagonista di un ambiguo mito letterario-biografico che il critico Gian Carlo Ferretti ha riassunto in modo ineccepibile: «l’intellettuale di provincia che, di fronte alla catastrofe della miniera e alla sconfitta del movimento operaio e comunista, riscopre una sua istanza anarchica di fondo, e vuol portare la sua sfida e vendetta intellettuale nel cuore del capitalismo» (in La morte irridente. Ritratto critico di Luciano Bianciardi uomo giornalista traduttore scrittore, Manni, Lecce 2000, p. 22).
A questo mito agonistico, alimentato dallo stesso autore con le sue dichiarazioni e le sue lettere, di sicuro hanno contribuito l’efficacissima biografia di Pino Corrias, Vita agra di un anarchico (1993) e il perturbante documentario Bianciardi! di Massimo Coppola (2008), che condividono un interesse più che legittimo per l’uomo e per la storia di cui è protagonista e testimone, piuttosto che per le sue opere e per la sua letteratura.

Anche per questo, forse, nonostante le opere e la lingua di Bianciardi siano oggetto di interesse pluridecennale da parte di studiosi che hanno contribuito alla costruzione di un armamentario critico di tutto rispetto (penso soprattutto ai più recenti lavori di Grignani, Zublena, Giannini e Bruni, ma anche al pionieristico saggio di Rinaldo Rinaldi), sembra quanto mai opportuno il libro di Carlo Varotti, Luciano Bianciardi, la protesta dello stile (Carocci, Roma 2017), la prima monografia di grande respiro (quasi 300 pagine) dedicata all’interpretazione del percorso letterario di uno scrittore tra i maggiori narratori degli anni Sessanta del secolo scorso, uno dei più fecondi per il nostro tempo.

Carlo Varotti, studioso del pensiero politico e della storiografia nel Rinascimento italiano, si mette al servizio della comunità delle lettrici e dei lettori di Bianciardi con lo spirito del filologo e dello storico della lingua e della letteratura, e riesce nella difficile impresa di trovare una collocazione più dignitosa e adeguata a libri come Il lavoro culturale (1957), La vita agra (1962, il capolavoro dell’autore), La battaglia soda (1964) e Aprire il fuoco (1969), finora valorizzati in particolar modo per il loro significato storico-politico, per il contributo dato alla nascita della letteratura industriale o per lo sperimentalismo linguistico, ora finalmente presi in considerazione come tasselli di un unico e complesso percorso che proprio oggi, nell’epoca della letteratura non finzionale, diventa pienamente comprensibile.

Fin dall’introduzione, Varotti chiarisce il suo punto di vista e fornisce la chiave interpretativa dell’opera di Bianciardi e del suo contributo alla più generale comprensione della letteratura e alla riflessione «sulla possibilità che essa ha di rappresentare e comprendere il mondo!» (p. 13). A partire dalla lettura puntuale di una pagina di La vita agra, il critico descrive il «rigore documentario» di Bianciardi, usato per ironizzare su taluni atteggiamenti degli intellettuali dell’epoca, per giungere a queste conclusioni, che egli colloca alle fondamenta del suo libro:

Nel corso degli anni Sessanta Bianciardi affida la sua personale ricerca letteraria a uno sperimentalismo che non fu solo linguistico (un aspetto, questo, innegabile e riconosciuto; ma è certamente riduttivo un giudizio che limiti la portata originale della scrittura bianciardiana alla torsione linguistica), ma che riguardò anche gli aspetti strutturali del trattamento del materiale narrativo e chiamò in causa il problema del rapporto euristico tra la scrittura e la realtà. Basterebbe pensare al particolare trattamento al quale egli sottopone negli ultimi due romanzi (La battaglia soda e Aprire il fuoco) per capire come ci troviamo di fronte a una valenza sperimentale che richiama aspetti fondamentali della letteratura della stagione postmoderna. (pp. 15-16)

Per quanto Bianciardi non abbia mai accompagnato il suo lavoro di scrittura con una autoriflessione critica che avrebbe forse contribuito a chiarire e valorizzare la sua vocazione sperimentale, Varotti riesce, nel corso del suo libro, a fornire ottime argomentazioni a questa sua tesi, grazie alla quale riesce finalmente a dare un senso a uno dei libri meno compresi e meno letti, La battaglia soda, considerato finora alla stregua di un incidente di percorso e ora collocato accanto a John Barth, l’autore di The Sot-Weed Factor, or A Voyage to Maryland (1960, tradotto dallo stesso Bianciardi e pubblicato in Italia col titolo I coltivatori del Maryland da Rizzoli nel 1968), sedici anni prima de Il nome della rosa di Umberto Eco, il capostipite della narrativa postmoderna in Italia, col quale il romanzo bianciardiano condivide l’idea di un narratore memorialista che

racconta la propria diretta esperienza di quei fatti che osserva usando categorie culturali e una sensibilità percettiva quale poteva presumibilmente avere un uomo del tempo. (p. 200)

Maestro del riuso e della citazione, traduttore e autore ossessivamente attento al significato di ogni frase e parola, testimone e storico del suo tempo, Bianciardi si rivela – spiegando così almeno una parte del suo impatto sugli scrittori del nostro millennio, da Alessandro Zaccuri a Filippo Bologna, da Flavio Santi a Alberto Prunetti – come uno dei più audaci letterati della sua epoca, uno scrittore che, con gli strumenti dati dalla tradizione – il romanzo, il racconto, l’articolo di giornale – è riuscito a costruire un universo narrativo al cui interno, con fatica e anche grazie al supporto di questo libro di Varotti, è possibile riflettere su alcune delle questioni fondamentali della contemporaneità, come il rapporto tra realtà e finzione, tra caos e stile, tra manipolazione e comunicazione, tra la crescente alienazione dell’individuo e la necessità dell’esercizio consapevole della ragione critica.

Così chiude Varotti l’Introduzione a questo libro davvero necessario alla comprensione della letteratura contemporanea:

Null’altro che la parola di Bianciardi ci interessava mettere in risalto. Ed è una voce che ci parla attraverso l’esercizio di una scrittura straordinaria, distillata dalla fatica quotidiana di chi scriveva per vivere, e viveva traducendo, in uno scavo continuo di parole e frasi, nella ricerca della sfumatura e della sottigliezza del senso. 
Lo stile prodotto da un grande talento narrativo, raffinato da un artigianato umile e orgoglioso. (p. 24)

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura, e ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, e, insieme a Francesca Latini, il sesto QdR / Didattica e letteratura, “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

 
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