“I mnemagoghi” è una delle quindici “Storie naturali”, la raccolta di brevi racconti che Primo Levi (1923-1985) pubblicò nel 1966 con lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Il giovane medico condotto Morandi arriva nel paesino di montagna in cui dovrà svolgere il suo lavoro. Desidererebbe mantenere l’anonimato, ma in un ambiente così ristretto non è possibile. È quindi costretto a presentarsi a Montesanto, il vecchio medico alle soglie della pensione che egli è destinato a sostituire. A un certo punto, mentre i due si trovano nello studio polveroso di Montesanto, quest’ultimo cambia improvvisamente argomento e presenta a Morandi una sua invenzione, che lo rende molto orgoglioso.

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– C’è chi non si cura del passato, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti. C’è chi, invece, del passato è sollecito, e si rattrista del suo continuo svanire. C’è ancora chi ha la diligenza di tenere un diario, giorno per giorno, affinché ogni sua cosa sia salvata dall’oblio, e chi conserva nella sua casa e sulla sua persona ricordi materializzati; una dedica su un libro, un fiore secco, una ciocca di capelli, fotografie, vecchie lettere.

– Io, per mia natura, non posso pensare che con orrore all’eventualità che anche uno solo dei miei ricordi abbia a cancellarsi, ed ho adottato tutti questi metodi, ma ne ho anche creato uno nuovo.

– No, non si tratta di una scoperta scientifica: soltanto ho tratto partito dalla mia esperienza di farmacologo ed ho ricostruito, con esattezza e in forma conservabile, un certo numero di sensazioni che per me significano qualcosa.

– Questi (le ripeto, non pensi che io ne parli sovente) io chiamo mnemagoghi: «suscitatori di memorie». Vuol venire con me?
Si alzò e si diresse lungo il corridoio. A metà si volse e aggiunse: – Come lei può immaginare, vanno usati con parsimonia, se non si vuole che il loro potere evocativo si attenui; inoltre non occorre che le dica che sono inevitabilmente personali. Strettissimamente. Si potrebbe anzi dire che sono la mia persona, poiché io, almeno in parte, consisto di essi.

Aprì un armadio. Si vide una cinquantina di boccette a tappo smerigliato, numerate.

– Prego, ne scelga una.

Morandi lo guardava perplesso; tese una mano esitante e scelse una boccetta.

– Apra e odori. Che cosa sente?

Morandi inspirò profondamente più volte, prima con gli occhi su Montesanto, poi alzando la testa nell’atteggiamento di chi interroga la memoria.

– Questo mi sembrerebbe odore di caserma –. Montesanto odorò a sua volta. – Non esattamente, – rispose, – o almeno, non così per me. È l’odore delle aule delle scuole elementari; anzi, della mia aula della mia scuola. Non insisto sulla sua composizione; contiene acidi grassi volatili e un chetone insaturo. Comprendo che per lei non sia niente: per me è la mia infanzia.

– Conservo pure la fotografia dei miei trentasette compagni di scuola di prima elementare, ma l’odore di questa boccetta è enormemente più pronto nel richiamarmi alla mente le ore interminabili di tedio sul sillabario; il particolare stato d’animo dei bambini (di me bambino!) nell’attesa terrificante della prima prova di dettato. Quando lo odoro (non ora: occorre naturalmente un certo grado di raccoglimento), quando lo odoro, dunque, mi si smuovono i visceri come quando a sette anni aspettavo di essere interrogato. Vuol scegliere ancora?

– Mi sembra di ricordare... attenda... Nella villa di mio nonno, in campagna, c’era una cameretta dove si metteva la frutta a maturare...

– Bravo, – fece Montesanto con sincera soddisfazione. – Proprio come dicono i trattati. Ho piacere che lei si sia imbattuto in un odore professionale; questo è l’odore dell’alito del diabetico in fase acetonemica. Con un po’ più d’anni di pratica certo ci sarebbe arrivato lei stesso. Sa bene, un segno clinico infausto, il preludio del coma.

– Mio padre morì diabetico, quindici anni fa; non fu una morte breve né misericordiosa. Mio padre era molto per me. Io lo vegliai per innumerevoli notti, assistendo impotente al progressivo annullamento della sua personalità; non furono veglie sterili. Molte mie credenze ne furono scosse, molto del mio mondo mutò. Per me, non si tratta dunque di mele né di diabete, ma del travaglio solenne e purificatore, unico nella vita, di una crisi religiosa. 

– … Questo non è che acido fenico! ‒ esclamò Morandi odorando una terza boccetta.

– Infatti. Pensavo che anche per lei questo odore volesse dire qualcosa; ma già, non è ancora un anno che lei ha terminato i turni d’ospedale, il ricordo non è ancora maturato.

Perché avrà notato, non è vero? che il meccanismo evocatore di cui stiamo parlando esige che gli stimoli, dopo aver agito ripetutamente, collegati ad un ambiente o ad uno stato d’animo, cessino poi di agire per un tempo piuttosto lungo. Del resto è di osservazione comune che i ricordi, per essere suggestivi, devono avere il sapore dell’antico.

– Anch’io ho fatto i turni di ospedale ed ho respirato acido fenico a pieni polmoni. Ma questo è avvenuto un quarto di secolo fa, e del resto da allora il fenolo ha ormai cessato di costituire il fondamento dell’antisepsi. Ma al mio tempo era così: per cui oggi ancora non posso odorarlo (non quello chimicamente puro: questo, a cui ho aggiunto tracce di altre sostanze che lo rendono specifico per me) senza che mi sorga in mente un quadro complesso, di cui fanno parte una canzone allora in voga, il mio giovanile entusiasmo per Biagio Pascal, un certo languore primaverile alle reni e alle ginocchia, ed una mia compagna di corso, che, ho saputo, è divenuta nonna di recente.

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Per continuare a leggere, per continuare a ricordare: Primo Levi, Tutti i racconti, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2015.

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