Ho letto tutti i romanzi di Petros Markaris che hanno come protagonista il commissario Kostas Charitos, trovandoli piacevolmente inquietanti. Ne emerge infatti un'Atene (ma più in generale una Grecia) che ho ben conosciuto nella mia frequentazione ormai quasi quarantennale.Un Paese, cioè, condizionato prima dall’ombra (e dagli “scheletri”) dei Colonnelli e dal difficile (è un eufemismo) rapporto con in turchi, poi finanziariamente depredato da una classe dirigente corrotta e socialmente dilaniato dalla crisi economica, quindi sommerso dall’arrivo dei migranti. Un Paese di cui Charitos rappresenta il lato migliore, in quanto investigatore umano e paziente, marito e padre premuroso, con un debole per le vittime dei soprusi e delle ingiustizie quasi quanto per i succulenti pomodori ripieni di riso (ghemistà) cucinati dalla moglie Adriana.

Ho ritrovato ora Charitos in una serie di racconti che Markaris ha pubblicato qualche mese fa per i tipi de La nave di Teseo, e cioè: L’assassinio di un immortale. Dalle rotte dei migranti alle indagini del commissario Charitos, 2016.

Charitos, in realtà, compare solo in due racconti, cioè L’assassinio di un immortale e Poems and Crimes, dove si indaga su delitti commessi nel mondo della letteratura e del cinema; mondo – quest’ultimo – che Markaris ben conosce, avendo fatto per anni lo sceneggiatore per il grande Theo Anghelopulos: se ne accenna anche, infatti, in In fondo al pozzo. Gli altri racconti parlano invece, quale più quale meno, di varie e diverse forme di migrazione: si tratta così dalla difficile convivenza – soprattutto in anni lontani – nella Istanbul dove Markaris è nato tra i turchi e i greci, cioè i Romei (Tre giorni, Ulisse invecchia solo); della radicalizzazione dei turchi residenti in Germania (In terre note); della triste fine ad Atene di un prete ortodosso troppo attivo nell’aiutare i migranti (L’arco di Pompei). Di argomento diverso è il racconto basato sugli eventi che seguirono al fallito attentato ad Hitler del 1944 (Attentato in ritardo). 
Dovendo – per ragioni di spazio – scegliere, parlerò in questa sede solo di due testi, uno con Charitos e uno senza Charitos: L’assassinio di un immortale e Tre giorni.

L’assassinio di un immortale è – come anticipavo – basato sull’omicidio di uno scrittore di successo, tal Lambros Spachìs, che ambiva, dopo una vita da autore di best seller, a entrare nella prestigiosa Accademia Nazionale di Grecia. Fin troppo facile per il commissario pensare che alla base di questo delitto ci sia invidia o risentimento da parte dei suoi colleghi; più ancora che il “caso” in sé, ad appassionare il lettore è la denuncia dell’ipocrisia e dell’odio profondo che sembra permeare il mondo dei più illustri letterati di Grecia. 

Il racconto che ho di gran lunga preferito è però Tre giorni, che narra del famoso pogrom di Istanbul del settembre 1955, quando il governo turco diffuse artatamente la falsa notizia di un attentato alla casa natale di Atatürk, il padre dello Stato Turco, morto nel 1938. Non fu difficile accusare di questo “sacrilegio” la comunità greca, le cui case e i cui negozi vennero distrutti da una folla di turchi inferociti, in larga parte contadini analfabeti e non politicizzati condotti in città dalle campagne più remote. La storia del sarto Vassilis e della moglie Sotiria – che ha però un incredibile finale a sorpresa… – fu comune a quelle di molti altri Romei: subirono la distruzione della loro attività commerciale e salvarono la pelle solo con l’aiuto di un portinaio doppiogiochista, ed è la manifestazione di una lunga, difficilissima coesistenza tra due etnie e due culture che per secoli hanno visto nell’altro il nemico per eccellenza.
In realtà le decine di migliaia di Romei rimasti a Istanbul (per loro Costantinopoli, la “Città” per antonomasia) dopo la fine della dominazione turca della Grecia sono state – in alcuni frangenti storici – la dimostrazione che coabitare si può, si deve, anche a costo di mille difficoltà e di frequenti “crisi di identità”. Ben lo sa Markaris, nato a Istanbul da padre armeno e madre greca, e per molti anni apolide, fino a quando, trasferitosi ad Atene, non è diventato cittadino greco: ed è per questo che il “suo” Charitos, commissario di polizia, al pari della figlia Caterina, avvocato, o del genero Sotiris, medico, è proprio a chi viene da lontano che guarda spesso con solidale attenzione; a costo di sembrare uno sbirro un po’ troppo buono per la tradizione patria. 

Insomma: un bel libro, ben scritto, che si legge d’un fiato. Ma anche un libro che non ti può lasciare indifferente, a cominciare dalla copertina, sulla quale campeggia il blu del mare greco “sorvegliato” dalla celebre Portara di Naxos (VI sec. a.C.). Un monito, forse, a ricordarci come le “autostrade del mare” dove i migranti si spostano e muoiono debbano essere – ora e sempre – “sorvegliate” da quello spirito di civiltà che gli antichi Greci ci hanno insegnato; l’alternativa è, ora e sempre, una disumana barbarie.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, autore di testi Loescher di Letteratura Latina. Collabora da anni alle attività di ricerca dell’Università degli Studi di Milano. È giornalista pubblicista.

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