Dopo un periodo di relativo silenzio, in un momento particolare per le sorti della didattica della letteratura – che ancora stenta a trovare una propria identità e un ruolo attivo nel dibattito e nella ricerca sul rinnovamento della scuola italiana –, a Torino si è tenuto un convegno intitolato "Letterature e letteratura delle origini: lo spazio culturale europeo”. È il tema che la Società Italiana di Filologia romanza-Scuola si è data per il 2017, che in questo caso specifico è stato affrontato da una squadra di docenti universitari insieme a insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado: una buona abitudine che a Torino vanta una lunga tradizione.

Rappresentazione di una lezione universitaria, da un codice manoscritto del XIV sec.

La giornata si è aperta con la presentazione di una sorta di “manifesto” elaborato dal gruppo di lavoro “Scuola-Università”: una serie di interrogativi formulati a partire dall’analisi puntuale di quelle Indicazioni nazionali e Linee guida che – come è stato ampiamente condiviso dai partecipanti – devono costituire la base comune su cui fondare ogni riflessione sulle pratiche didattiche. Marzia Freni (Liceo “Gioberti”) e Maria Edoarda Marini (Liceo “Galileo Ferraris”) hanno  quindi sollevato subito alcuni dei problemi principali, che sono stati più volte ripresi durante i lavori successivi: come sviluppare competenze a partire dall’insegnamento della letteratura; se continuare a privilegiare un approccio storicistico; come gestire la riduzione del tempo scuola dedicato alla letteratura medievale; come affrontare un pubblico di studenti che non conosce le scritture e le liturgie cristiane, che ha scarsa dimestichezza con la dimensione allegorica e simbolica e che, per contro, è intriso di stereotipi sul Medioevo; come aprirsi all’orizzonte europeo.

Tra le risposte che ha fornito Marco Grimaldi (Università La Sapienza di Roma), hanno trovato particolare consenso nel pubblico quelle relative alla necessità di rinunciare senza troppi rimpianti alle cose difficili (più volte si è tornati anche in seguito sull’esempio di Donna me prega, testo da evitare nella secondaria di secondo grado), e alla possibilità di costruire percorsi didattici che prendano le mosse dall’immaginario degli studenti, per arrivare infine al “materiale” della letteratura, che nella scuola è ancora da valorizzare. Occorre poi stare attenti – ha ribadito Grimaldi – a considerare la letteratura medievale, che è fondamentalmente realistica, come allegorico-simbolica. 

Anche il tema dei libri di testo e della loro funzione regolatrice, sempre in bilico tra innovazione e conservazione, è stato introdotto da Grimaldi e poi ripreso in seguito anche da Sabrina Stroppa (Università di Torino), che con la sua relazione ha cercato di rispondere soprattutto alla questione del rapporto tra conoscenze e competenze, come anche alla domanda di senso che gli studenti pongono, spesso implicitamente, alla letteratura e alla scuola in generale.

La didattica deve essere incentrata sulla lettura delle opere, che devono essere selezionate con un criterio di contiguità, in modo che, con l’avanzare del percorso di apprendimento, lo studente possa attivare le conoscenze acquisite precedentemente. Soprattutto, è durante la verifica che lo studente deve essere messo in grado di mobilitare le sue risorse cognitive. L’esempio fornito da Stroppa sulla sintassi petrarchesca, determinata dalla posizione del soggetto nel tempo, sempre preso tra ricordo del passato e desiderio del futuro, e sul rapporto tra amore, morte e memoria (“Io amo i miei cari, smetto forse di amarli perché la morte me li ha portati via?”), ha spazzato via ogni dubbio sulla possibilità di usare la letteratura in modo sensato all’interno dell’insegnamento scolastico e universitario.

Il dibattito del mattino si è chiuso sulla constatazione della necessità di “togliere”, di “levare” – come il poeta che lima il suo testo per renderlo più essenziale – piuttosto che di aggiungere materiali, contenuti e pratiche didattiche. Meno stereotipi, meno argomenti, meno analisi del testo (soprattutto le pratiche meccaniche come “la ricerca delle figure retoriche”) non possono che giovare all’apprendimento.

I lavori del pomeriggio, coordinati da Raffaella Scarpa (Università di Torino), si sono aperti all’insegna dello Stilnovo e della lotta ai luoghi comuni e a un approccio nozionistico. Donato Pirovano (Università di Torino), dopo aver dimostrato – dati alla mano – quanto sia “sdrucciolevole” la categoria dello Stilnovo, caratterizzata ancora oggi da una grande instabilità, ha fornito preziose indicazioni per rinnovare il suo insegnamento. Soprattutto, ha ribadito l’esigenza di abbandonare le formule precostituite (facilmente riconducibili a stereotipi) e di partire sempre dalla lettura puntuale dei testi, nei quali è possibile rintracciare, quando siano scelti e commentati con accuratezza, gli indizi che possono condurre gli alunni stessi verso ipotesi di categorizzazione. 

Dopo il mio intervento dedicato alla presentazione di un approccio basato sull’attivazione dei testi attraverso il gioco interattivo, la lettura ad alta voce e la narrazione orale (focalizzato soprattutto sull’introduzione e sull’architettura narrativa del Decameron come fondamento della cultura umanistica e della civiltà rinascimentale), Giuseppe Noto (Università di Torino), l’organizzatore del convegno, ha chiuso con una relazione su Il Medioevo che è in noi: approcci didattici alla letteratura del Medioevo romanzo, nella quale ha invitato i docenti a superare una prospettiva storicistico-teleologica che oblitera il Medioevo, un’epoca che invece merita attenzione proprio per la sua “vicinanza” (è un’epoca dell’oralità, della multimedialità, dell’universalismo culturale e del pluri- e multilinguismo), e per la possibilità che ci offre, grazie alle sue opere, di incontrare da vicino l’alterità. Senza negare l’apporto delle discipline storiche, Noto ha proposto esempi di percorsi didattici che dalla contemporaneità scorrono all’indietro verso la letteratura delle origini, suscitando nei presenti il bisogno di rivedere non solo gli strumenti didattici, ma anche le stesse indicazioni ministeriali, che sembrano costringere – soprattutto nei Licei – in un impianto cronologico unidirezionale, che lascerebbe poco margine a chi voglia scorrere liberamente da un’epoca all’altra della letteratura europea. 

Le domande e le richieste formulate dal pubblico e il dibattito conclusivo lasciano supporre che l’argomento non sia affatto esaurito, e che a Torino e non solo si continuerà, in altre sedi, a confrontarsi proficuamente su temi che non sono mai sembrati così attuali.

Qui la locandina del convegno e qui la brochure.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura, e ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, e, insieme a Francesca Latini, il sesto QdR / Didattica e letteratura, “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

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