Molti anni fa, quando ero un giovane professore di liceo, acquistai un volume miscellaneo appena uscito dal titolo «Leggere i Promessi sposi», a cura di G. Manetti (Bompiani, Milano 1989). Avevo bisogno di qualche spunto innovativo da proporre agli studenti, e poiché lì dentro c’erano contributi di studiosi del calibro di Umberto Eco, Maria Corti, Cesare Segre ecc., ero sicuro che li avrei trovati: e così puntualmente avvenne. Non immaginavo però che tra i saggi di quel libro quello che avrebbe più condizionato la mia vita professionale (e non solo: poi dirò il perché) sarebbe stato quello di Omar Calabrese intitolato «Iconologia della monaca di Monza».Anzitutto, di quel lavoro mi stupì l’impianto metodologico, ignoto a chi come me aveva fatto studi universitari rigorosamente storicistici alla Statale di Milano: i nostri – peraltro ottimi – docenti ci avevano infatti solo fatto sfiorare la semiotica, facendocela percepire come una sorta di bizzarro divertimento di qualche collega stravagante. E poi mi intrigarono i due quadri ottocenteschi della monaca di Monza che Calabrese faceva dialogare col testo manzoniano, analizzandone analogie, differenze e consapevoli violazioni dell’originale: uno era di Giuseppe Molteni (1847) e l’altro di Mosè Bianchi (1867), due pittori allora a me a quasi sconosciuti. 

Beh, da quel momento non manca classe liceale cui non propini le fotocopie di quel saggio (il mio volume è ormai a pezzi); e, più in generale, mi sono persuaso che il dialogo tra le opere letterarie e quelle artistiche non sia un optional nella didattica della letteratura, bensì un vero e proprio must. Ma, poiché accennavo prima anche alle conseguenze non strettamente professionali di quel saggio, debbo aggiungere che la voglia di saperne di più su quei due pittori (Molteni e Bianchi), mi ha portato nel tempo a leggere libri e visitare mostre e musei, fino ad accorgermi di essermi appassionato alla pittura dell’Ottocento (soprattutto lombardo) almeno quanto (se non di più…) già non lo fossi alla letteratura di quel periodo. 

Impossibile allora, per me, non visitare la mostra che dal 1 ottobre 2016 al 19 febbraio 2017 si trova nelle le sale del Serrone della Villa Reale della Reggia di Monza, dedicata alla figura Marianna De Leyva, meglio nota, appunto, come la monaca di Monza. L’esposizione, curata da Simona Bartolena e Lorenza Tonani, è un progetto promosso dal Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, prodotto e organizzato da ViDi in collaborazione con la Fondazione Gaiani e il Comune di Monza; il catalogo – agile e di taglio divulgativo – è edito da Bellavite Editore. 

Si tratta di un’interessante raccolta di dipinti, incisioni, documenti (ma anche di suggestivi video e illustrazioni), finalizzata a indagare anzitutto la vita, la storia, le passioni di uno dei più riusciti personaggi manzoniani; ma non manca al suo interno una sezione di più ampio respiro, volta a illustrare il ruolo storico-sociale della monacazione, con particolare attenzione al fenomeno delle “malmonacate” (cioè le donne obbligate a prendere i voti).

Non voglio però annoiare i miei lettori (ovviamente 25, dato il clima manzoniano…) con la vera storia di Marianna (alias Gertrude), la sua relazione con Paolo Osio (alias Egidio, lo scellerato Egidio), gli omicidi, il processo, la segregazione, il pentimento: tutte cose che loro (i lettori, ovviamente…) senza dubbio sanno già. E che sapevo anch’io, che però nel Serrone della Villa Reale di Monza ho potuto fare un proficuo ripasso: quasi quasi, se il professore di Lettere non fossi io, domani mi farei interrogare…
Parlerò dunque solo di alcuni quadri che ho particolarmente apprezzato; e sottolineo “di alcuni”, non “di tutti”, anche per invogliare chi voglia saperne di più a visitare questa bella mostra, magari – perché no? – accompagnandovi gli studenti. 

  • xLa locandina della mostra al Serrone
  • xGiuseppe Molteni, «La Signora di Monza»
  • xFrancesco Hayez, «La monaca»
  • xFrancesco Gonin, «Gertude pronta a entrare in monastero»
  • xVirgilio Ripari, «Il mese di Maria»
  • xLuigi Conconi, «Momento triste o Ora allegra»
  • xMose Bianchi, «Studio per Monaca di Monza» (acquaforte)
  • xLa locandina della mostra ai Musei Civici

Comincio proprio dei due dipinti di Molteni (Musei Civici, Pavia) e Bianchi (GAM, Torino) già citati, esposti non troppo lontani tra loro. Aveva davvero ragione Calabrese a definire il primo “una melanconica figura del canone della pittura romantico-sociale”, e il secondo “una figura teatral-patetica come da canone della pittura scapigliata”: si tratta infatti di quadri assai diversi ma egualmente suggestivi, importanti, eppure entrambi lontani dal riuscire a fissare in forme adeguate quella bellezza sbattuta, sfiorita, direi quasi scomposta della quale scriveva Manzoni nel IX capitolo del suo romanzo. 

Di notevole importanza è anche un piccolo, meraviglioso olio di Francesco Hayez (da collezione privata), che raffigura però una Monaca giovane e pensosa che non può essere Gertrude, non foss’altro per l’assenza della nota ciocchettina di neri capelli che sfugge dal velo. È invece, ovviamente, Gertude la protagonista di un quadro (proveniente dall’Accademia di Brera) di Francesco Gonin (e non dico altro…) datato 1837 (e non dico altro…), che la rappresenta all’ingresso in convento; e di derivazione manzoniana sono pure dei bei disegni di Gaetano Previati, grande artista che bazzicò a lungo I promessi sposi

Anche nella seconda sezione, quella sulla monacazione come fenomeno sociale, troviamo dipinti importanti, come Il mese di Maria di Virgilio Ripari (GAM, Milano), e – soprattutto – due strepitosi quadri di Luigi Conconi, e cioè Un’occhiata al mondo (Milano, Museo Poldi Pezzoli), e Momento triste, ora allegra (Corbetta, Museo Pisani Dossi). Mi sono emozionato davanti a quest’ultimo, lo ammetto: un grande pittore scapigliato come Conconi che dipinge un soggetto (forse) di lontana ispirazione manzoniana, che si trova ora nella “Casa Museo” di quello che fu uno dei protagonisti della Scapigliatura lombarda, e cioè Carlo Alberto Pisani Dossi. Ho indugiato a lungo davanti a questo quadretto, e ho pensato un po’ a me – giovane – che nella Villa di Corbetta studiavo le iscrizioni latine appartenute al grande letterato e collezionista; ma ho anche pensato a quanto – meno giovane – scrissi qualche tempo fa su queste colonne sul rapporto di tra Manzoni e gli Scapigliati: un rapporto in apparenza di odio, in sostanza di amore e rispetto.

Due note prima di concludere.
Ecco la prima. Bellissime le incisioni in mostra, tra le quali anche opere intensissime di Mosè Bianchi, Luigi Conconi, Tranquillo Cremona: bene che non ci si dimentichi di questa nobile arte, a parer mio tutt’altro che minore.
Ed ecco la seconda, davvero conclusiva. La mostra si inserisce nel programma delle celebrazioni Sulle tracce della monaca di Monza che coinvolge tutta la città brianzola con varie iniziative per celebrare la memoria di questo personaggio. Tra queste segnalo almeno, presso i Musei Civici (“Casa degli Umiliati”), la mostra La monaca di Monza. Dal romanzo al cinema al fumetto, che ripercorre le vicende di Marianna De Leyva attraverso una selezione di libri illustrati, fumetti e film: si tratta, evidentemente, di un perfetto e originale complemento alla visione dei dipinti ottocenteschi dei quali abbiamo parlato.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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