Cominciate pure a leggere dalle immagini. Sono i frontespizi di alcuni dei 568 libretti di Mal’Aria, una delle più originali e solide iniziative editoriali del Novecento italiano, opera del lavoro ultratrentennale di un solo uomo supportato da una fitta comunità di lettori, di autori, di artisti e di tipografi. Se la curiosità ha preso il sopravvento, potete leggere di seguito una breve guida alla conoscenza dei libretti e del loro editore, Arrigo Bugiani, uno scrittore che si vantava di non portare la cravatta, definita “il nodo scorsoio”, e di pelarsi da sé i pomodori.

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Prima dei libretti

Quando inizia l’avventura dei libretti di Mal’Aria, durante l’estate del 1960, Arrigo Bugiani ha sessantatré anni. Ha pubblicato alcuni libri di prose, La festa dell’òmo inutile (1936), La stella (1946), L'altalena degli adulti (1954), Annata felice (1958), ed è stato editore della rivista «Mal’aria» (1951-1954). Ha vissuto a Follonica, a Cogoleto, a Torre del Greco, poi di nuovo a Follonica, a Grosseto, e da quattro anni è di nuovo in Liguria. La sua casa è il Tirreno, dove sono collocate le sedi dell’ILVA, l’azienda per cui lavora da quando era adolescente.

I libretti sono l’opera di un uomo maturo, il risultato compiuto di una lunga carriera di scrittore-editore. Al loro interno si possono leggere le tracce di un passato che non vuole essere dimenticato e che, anzi, è continuamente ripreso e ricreato.

Intanto, essi si pongono in continuità ideale con un’altra iniziativa editoriale: la rivista «Mal’aria», realizzata a Follonica e a Grosseto e pubblicata a Massa Marittima negli anni tra il 1951 e il 1954 (il riferimento alla rivista, presente nei primi cento libretti, sparisce dal colophon su suggerimento del tipografo Cursi di Pisa, come racconta Orso Bugiani nella Breve storia di Arrigo Bugiani poeta). I libretti, secondo Arrigo, derivano dalla rivista, di cui raccolgono l’eredità. Si legge in un libretto fuori serie (Arrigo Bugiani, I libretti di Mal’Aria. Mossieri intravisti da Dilvo Lotti, Pisa, Cursi, 1977):

La rivista maremmana “Mal’Aria” fu un semplice capriccio di provinciali che si sbizzarrì nel giro di soli nove numeri, negli anni dal 1951 al 1955. E siccome “di cosa nasce cosa e il tempo la governa”, finita la rivista, da essa derivarono foglietti dapprincipio popolareschi: veramente popolareschi, di contenuto e di portamento - non costavano due centesimi - fatti per riprendere cosucce vecchie poco note o dimenticate oppure per mettere alla portata dei poveri il notevole pregio di scrittori e artisti attuali.

Ma chi l’avesse detto; si vede che in tali foglietti cosiddetti “Libretti di Mal'Aria”, c'era dentro il seme della continuità, il segno dell'origine, se la passione si ridestava come al tempo di prima; tant’è che rivista e libretti vennero intesi per capire lo stesso affare, una confusione insomma di valenti del resto di trasparente chiarezza.

Dev’essere stato che quegli uomini che avevano già sospinto “Mal’Aria” (generosi, stupiti, spregiudicati, nobili, vivaci, altruisti, modelli, liberi bellamente liberi) dettero mano, più tardi, ai libretti, chi in un modo chi in altro modo; e se no più, tutti, per mezzo di penna o matita, certo col soffio dell’animo. 

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Nascita di una comunità 

I libretti di Mal’Aria erano stampati solitamente in cinquecento copie e distribuiti dal loro editore a una cerchia di amici che si allargava con il passare del tempo. In un’intervista del 1989, Bugiani affermava: “Quando mi venne l’idea dei libretti, il Tempo aveva ormai diradato gli amici di prima. In verità pensai a più gente e ci titubai tanto su. Alla fine il desiderio della viva comunione vinse”. Era importante, per l’editore, avere un contatto diretto con i suoi lettori, in modo da costruire una comunità di interlocutori con cui dialogare, così come era fondamentale instaurare e coltivare rapporti significativi grazie alla cura del processo di produzione di ciascun libretto, che comportava la relazione diretta con scrittori, pittori, studiosi, tipografi. 

Legato indissolubilmente, fino alla fine, alla moglie Mite – non a caso scelta come firmataria dell’ultimo libretto, che una quindicina d’anni prima di morire Arrigo aveva lasciato in bozze ai suoi tipografi pisani –, padre di due figli, Maria Teresa e Orso, e poi suocero e nonno, Bugiani è stato in grado di costruire un solido mondo di affetti che dalla famiglia si irradiava verso gli amici. La scrittura – quella epistolare e quella più propriamente letteraria – è stata per lui un potente strumento di comunicazione, grazie al quale è riuscito a creare spazi di condivisione che oggi, nell’era di internet, possiamo immaginare con più facilità, ma che erano quasi impensabili per un operaio e impiegato dell’ILVA di una piccola città industriale della costa maremmana.

I libretti di Mal’Aria nascono in Liguria, dove Bugiani si era trasferito per lavoro fin dal 1956 (fra Pegli, Cogoleto – dove aveva già vissuto nel 1939 – e Sampierdarena), nel contesto di una comunità di scrittori e artisti pronti a comprenderne il significato e ad alimentare con le loro opere l’iniziativa dell’amico Arrigo. Il pittore e ceramista Guglielmo Bozzano (presente in ben ventiquattro libretti) e il poeta Angelo Barile (sette libretti) sono il fulcro di una rete di amicizie che si allarga grazie soprattutto a quest’ultimo, il quale gli fa conoscere tra gli altri Domenico Astengo (quattro libretti), Adriano Sansa (due), Silvio Riolfo (uno) e Camillo Sbarbaro (dodici).

Nel 1965 Arrigo, in seguito al pensionamento, sceglie di trasferirsi con la famiglia a Pisa, a una sorta di trivio ideale tra l’originaria Follonica, Firenze (la città di «Frontespizio» e del suo incontro con la letteratura) e la Liguria. “Il passaggio da Genova a Pisa – si legge nella Breve storia di Arrigo Bugiani poeta di Orso Bugiani – comportò anche un’evoluzione dei contenuti legata alle caratteristiche dei collaboratori. Infatti, se il periodo genovese, cui appartiene per nascita o concepimento il primo centinaio di libretti, annoverò fra gli autori solamente poeti della parola e della figura e cercatori per diletto, quello pisano vide anche la partecipazione di professionisti della ricerca”. 

Dalla tipografia Lombardo di Genova – una bottega artigiana del centro storico della città – il lavoro si sposta alla tipografia Cursi di Pisa, dove – racconta ancora Orso – “Arrigo trascorre una gran quantità di tempo, lavorandoci quasi ogni giorno dalle 6 alle 11 non soltanto per badare a ciò che gli stava a cuore, ma anche per rendere in manodopera almeno un po’ di quello che riceveva da Cursi e dai suoi”. E se la tipografia è il luogo della realizzazione materiale dei libretti, la casa della famiglia Bugiani diventa il centro di produzione e di distribuzione, lo snodo di una rete sempre più fitta di relazioni gestite attraverso incontri informali, lettere e, ovviamente, libretti, che vengono inviati o consegnati di persona ai destinatari. 

“La casa di via Rainaldo a Pisa – scrive Michele Feo, uno dei docenti della Scuola normale superiore di Pisa tra i più assidui in casa Bugiani – è stata sempre, pomeriggi e sere, porto di gente che andava e veniva, che si fermava a conversare, a gustare la china calda d’inverno e il gelato d’estate; a molti di loro Arrigo apriva le cartelle dei progetti e ne ascoltava le reazioni”. 

Proprio da Pisa, con la mostra curata da Lilia Paradisi D’Elia alla Biblioteca Universitaria bel 1979, la fama dei libretti inizia a diffondersi nell’ambito degli studiosi, degli artisti e dei bibliofili. Nel 1989 il Comune di Pistoia organizza una mostra antologica dei libretti e stampa un importante catalogo curato da Paolo Tesi, con un indice dei primi 500 pezzi (la mostra si ripete l’anno successivo a Lugano, sempre a cura di Tesi). È l’occasione per fare davvero un bilancio e per ripartire con la serie dei 500 meno. La comunità si allarga, ma non cambia lo spirito dell’editore-autore, che continua a prendersi cura dei vivi e dei morti con la medesima attenzione. È così dalla prima centuria: quando un amico dei libretti scompare, è necessario ricordarlo con un foglio-farfalla (il primo è Luigi Bartolini, libretto 49). Ed è fondamentale anche ricordare gli anniversari importanti (libretto 52, in memoria di don Giuseppe De Luca), fino alla fine, conservando intatto il ricordo, e con esso l’affetto, come testimonia il libretto 500 meno 55, affidato all’eteronimo Severino Nuvoli, La tarda età. Lirica tanka per rammentare Giorgio Caproni il 22 gennaio 1992, “primo annuale dall’assenza del nostro diletto Giorgio Caproni”: 

Se ne volano 
le anime compagne.
Rimango solo
e sola mi consola
la memoria fedele.

(continua)

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura, e ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, e, insieme a Francesca Latini, il sesto QdR / Didattica e letteratura, “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

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