Ancora su Patrick Leigh Fermor: ritroviamo lo scrittore inglese nella seconda tappa del tour del Peloponneso, il Mani.Il grande scrittore e viaggiatore inglese Patrick Leigh Fermor (uno che a vent’anni andò da Londra a Costantinopoli a piedi: ma di questo ho già parlato su queste colonne) ha – tra gli altri – il merito di avere fatto conoscere al mondo il Mani, e cioè una piccola parte della Grecia prima ignota ai più: si tratta dell’aspro e selvaggio “dito” centrale del Peloponneso. 

Fermor, infatti, nel Mani, e in particolare presso la bellissima Kardamili, acquistò una splendida casa (ora lasciata in eredità all’ateniese Museo Benaki) dove soggiornò a lungo (è morto nel 2011 a 96 anni!); ma soprattutto lo descrisse accuratamente nel suo libro Mani: Travels in the Southern Peloponnese (1958), tradotto e edito in Italia da Adelphi (2004).

Una storia di fiero isolamento

Impossibile in poche righe sia parlare del libro di Fermor, sia fare una pur breve storia del Mani, sia raffigurarlo con precisione dal punto di vista paesaggistico. Impossibile soprattutto per chi scrive, il quale le pagine di “Paddy” (così lo chiamavano gli amici e i fan) le ha lette e rilette, la storia greca la bazzica da una vita, e alla visione di quel paesaggio (ammirato per la prima volta soltanto nell’agosto 2016, dopo tantissimi anni di Grecia!) ha disordinatamente mescolato la realtà con quelle suggestioni storico-letterarie. Dunque solo qualche nota alla rinfusa…

Certamente l’asperità della penisola, che verso sud vede rarefarsi la vegetazione, incuneata com’è in un mare blu cobalto (a est il golfo di Laconia, a ovest quello di Messenia), legittima quell’idea di isolamento che la storia ha sempre associato a questa regione. Un isolamento che ha visto il Cristianesimo diffondersi solo nel IX sec. d.C., con un ritardo che ha fatto sì che ancora nel Novecento le donne cantassero paganeggianti lamenti funebri, con formule arcaiche e metrica classica. Un isolamento che ha notevolmente attenuato le varie dominazioni cui la Grecia è stata sottoposta – franca, veneziana, turca… –, le quali hanno avuto qui un influsso abbastanza limitato: è come se gli abitanti del Mani avessero sempre (o quasi) goduto di un’autonomia del tutto speciale. 

  • xFermor in un villaggio del Mani
  • xLa costa sotto Casa Fermor, a Kardamili
  • xVathià
  • xPetros Mavromichalis
  • xAeropolis
  • xGherolimenas
  • xIl capo Tenaro
  • xIl mare del Mani
  • xIl Taigeto sopra Kardamili
  • xPanaghiotis Mourtzinos

Tra feudalesimo e indipendentismo 

D’altronde le turrite (o ora un po’ diroccate come quelle della suggestiva Vathià) costruzioni a torre denotano come per secoli qui abbiano comandato pressoché indisturbate famiglie di maggiorenti locali, divise tra loro da faide sanguinose: un feudalesimo post litteram che è arrivato alle soglie della contemporaneità. Famiglie i cui leader, durante la dominazione turca, hanno sapientemente condotto una sorta di “doppio gioco”, fingendo di stare coi dominatori e invece fomentando la guerra d’indipendenza. Era infatti maniota il celebre Petrobey Mavromichalis (1765–1848), da un lato bey (governatore) del Mani, dall’altro vero e proprio iniziatore nel 1821 della guerra di ribellione contro i Turchi; guerra nella quale egli spiccò per eroismo (fu una sorta di Garibaldi ellenico), e che portò i Greci a svincolarsi – con l’aiuto internazionale – dal giogo della Sublime Porta. 

Il Mani oggi: mare, rocce, paesi

Percepita in passato dagli stessi Greci come terra di pastori e guerrieri, di folli (il nome Mani sarebbe derivato dal greco manía, “follia”) e superstiziosi, di avventurieri ed emigranti, il Mani è oggi regione abitata (poco) da gente ospitale e schietta; e connotata da un turismo ancora relativamente poco sviluppato. Eppure Kardamili e Aeropolis (sul versante messenico) e Ghition (su quello laconico) sono centri piacevoli e interessanti, con significative vestigia di un passato più o meno lontano; per non parlare delle minuscole località meridionali di Gherolimenas e Porto Kaiyo, caratterizzate da un mare meraviglioso. Un mare che di giorno è – come dicevo – blu cobalto e che però alla sera vira verso colori che ricordano l’omerico “mare color del vino”, e sul quale si riflettono spesso le pareti delle coste montuose e frastagliate. 
E, proprio partendo dal mare, vorrei chiudere con considerazioni su due località, entrambe legate sia alla mia recente visita sia al celebre libro di Fermor.

Capo Tenaro: le porte dell’Aldilà

Comincerei dal Capo Tenaro (o Matapan), poco lontano da Porto Kaiyo, che Fermor – ci racconta – doppiò in barca e io ho invece raggiunto con una passeggiata a piedi. Beh, gli antichi Greci ponevano qui vicino uno degli accessi all’Ade, in una grotta sopra la quale avevano edificato un tempio di Poseidone di cui restano ancora poche tracce. Mi è sorto spontaneo, allora – davanti all’odierno faro – pensare al povero Orfeo che trovò (e poi perse di nuovo) l’amata, defunta, Euridice Taenarias… fauces, alta ostia Ditis… ingressus, cioè “dopo essere entrato nelle grotte del Tenaro, profonde porte dell’Aldilà” (Virgilio, Georgiche, IV, vv. 467-469); e quindi portare alla memoria agli altri eroi dell’antichità che passarono di qui per una gita meno piacevole della mia. 

Un pescatore (o imperatore?) a Kardamili 

Chiuderei invece con Kardamili, città già menzionata nell’Iliade e la cui storia successiva è stata caratterizzata dalla presenza della nobile famiglia Mourtzinos, la cui torre, nella old town (vicino alla bellissima chiesa di San Spiridione), è stata di recente ben restaurata. Tale famiglia, rivale dei Mavromichalis (qui tutto era “rivalità”…), produsse anch’essa “combattenti” di prim’ordine, come quel Mihalis Troupakis-Mourtzinos (1761-1822) che è oggi onorato di una statua lungo la via principale del paese, nella quale è armato fino ai denti; ma soprattutto era, in tempi assai lontani imparentata con i Paleologi, imperatori di Bisanzio. E proprio muovendo da quest’ultima considerazione Fermor scrive alcune delle pagine più belle del suo libro. Infatti quando egli incontra – nell’immediato secondo Dopoguerra – un pescatore locale con quel cognome intento a pulire le nasse, complice qualche bicchiere di ouzo di troppo, lo immagina insediarsi a Bisanzio come nuovo imperatore. Sì, dalla pesca all’impero, come successore di Cesare, Augusto, Costantino, dei Comneni, dei Paleologi ecc…, incoronato in Santa Sofia insieme con la moglie strappata ai fornelli domestici! 

Solo la pace, la semplice serenità di questo strano luogo di mare sul quale incombe il maestoso Taigeto possono giustificare – ouzo a parte – queste fantasie. Chi scrive non ha incontrato nessun Mourtzinos, né ecceduto con l’ouzo (che pure apprezza), eppure ha provato per qualche giorno la piacevole sensazione di un tempo che corre un po’ meno velocemente che altrove. Sì, forse è vero che qui ancora Megaléxandros zì ke vasilevi (“Alessandro Magno vive e regna”) come – nel Mani ma non solo… – in pescatori gridavano fino a pochi anni fa al mare durante le notti di tempesta, chiedendo il divino aiuto del grande re macedone. Da buoni, diffidenti, manioti, si fidavano in mezzo alla burrasca più di lui che non della consueta Panaghía (la Madonna), forse troppo poco virile e bellicosa, o addirittura del Limenikò Sóma (la Guardia Costiera), espressione di uno Stato assente e lontano.

Leggi la prima tappa, Visita all’antica Olimpia, dove è nato lo sport, e la terza, Mistrà, Monemvasia e il senso della civiltà bizantina.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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