Combinando le sue parole con novanta suggestive immagini di Francesco Pernigo, Michele Mari ci propone un labirintico attraversamento delle sue case, e delle sue cose, sul labile confine che separa – e quindi unisce – realtà biografica e spazio della scrittura.
Nel 1987 il fotografo siciliano Ferdinando Scianna realizza un memorabile scatto intitolato La credenza di Leonardo: vi è ritratto un mobile di pregio colto nella penombra di una stanza. Impiego il verbo “ritrarre” non a caso, perché quell'immagine di una credenza liberty insieme frivola ed elegante, impreziosita da vari oggetti di gusto settecentesco e da una pila di volumi che si direbbero freschi di stampa, evoca irresistibilmente la figura del proprietario assente di quella pregevole suppellettile, ossia il Leonardo del titolo: Leonardo Sciascia. Voglio dire che la fotografia di Scianna, anche se non ha per soggetto lo scrittore di Racalmuto in persona, comunque in qualche modo lo raffigura, rendendolo immediatamente presente allo spettatore attraverso le tracce della sua vita quotidiana, degli oggetti che gli sono appartenuti, dei libri in cui ha riversato la sua intelligenza e la sua creatività.

Qualcosa di simile ritroviamo ora nei novanta scatti di Francesco Pernigo raccolti nel volume Asterusher. Autobiografia per feticci (Mantova, Corraini, 2015), immagini – evidentemente memori della lezione di Luigi Ghirri tanto sul piano ideativo quanto su quello compositivo – che ci restituiscono in absentia un potente ritratto di uno dei più apprezzati scrittori italiani di oggi, Michele Mari, del suo culto per l'avventura, il gotico, l'horror.
Si allude a un concetto etnologico, quello di feticcio, declinato su almeno due diversi livelli: uno concreto, reale, l'altro fantastico, immaginario.Se il titolo richiama esplicitamente il magistero di due autori particolarmente cari a Mari – il Borges di La casa de Asterión, il Poe di The fall of the House of Usher, rispettivamente citati in apertura e in chiusura del volume – il sottotitolo allude a un concetto etnologico, quello di feticcio, qui declinato su almeno due diversi livelli, entrambi determinanti per la formazione del romanziere lombardo e per gli sviluppi della sua opera narrativa: uno concreto, reale (gli ambienti domestici, gli oggetti che in quegli ambienti sono custoditi come preziosi cimeli degni di culto), l'altro fantastico, immaginario (i sogni e le divagazioni del sé fanciullo, in molti casi frutto di suggestioni letterarie).
Mentre ciò che spicca nella prima parte, dedicata alla casa d'infanzia di Nasca (paesino del lago Maggiore) sono gli spazi, le stanze spoglie e disadorne dove il piccolo Michele si fingeva storie e avventure di ogni genere, poi divenute materia della sua opera narrativa, nella seconda parte del volume, consacrata alla casa milanese dell'autore adulto, a prendere il sopravvento sono gli oggetti, i libri religiosamente custoditi, le tavole dei fumetti amati, le trouvailles e le foto personali, il doppio ritratto di Foscolo (quello di François-Xavier Fabre e, d'après Fabre, quello realizzato dallo scrittore stesso in gioventù).

Il risultato è un volume che, oltre a possedere un intrinseco valore visivo, si presenta come una vera e propria miniera di notizie di prima mano sul narratore lombardo, sorta di commento per visibilia del mondo che sta dietro a libri come Verderame, Fantasmagonia o Roderick Duddle. Asterusher ci ricorda come l'elemento narcisistico e quello bibliomane, ovvero due delle caratteristiche più evidenti della persona autoriale di Michele Mari, confluiscano e si confondano continuamente nella sua opera, che è appunto, sin dall'esordio di Di bestia in bestia (1989, poi ristampato nel 2013), continuamente intessuta di suggestioni private ed echi culturali (che si tratti di fumetti o dell'opera di Walter Benjamin poco importa, come Benjamin stesso del resto ci ha insegnato).
L'intero libro è una sorta di iper-ritratto, dove per 90 volte consecutive ad apparire è sempre lui, Michele MariIn questo senso possiamo immaginare l'intero libro come una sorta di iper-ritratto dove per 90 volte consecutive ad apparire è sempre lui, Michele Mari, colto da Francesco Pernigo – non diversamente da quello che Scianna ha fatto per Sciascia – attraverso i luoghi e gli oggetti che gli sono più cari: le culle e i lettini dove ha dormito da bambino, un disegno con dedica di Jacovitti, una sfilza di vecchi Urania religiosamente allineati su uno scaffale di casa, una divisa appesa in un armadio con scrupolo militarescamente filologico (alludo naturalmente a Filologia dell'anfibio, 1995 e 2009). Immagini nient'affatto casuali, ma studiatissime così come studiata è la disposizione dei luoghi e delle cose, tanto ben orchestrata da ricordare la maniacale progettualità iconografica di certi interni aristocratici, di certe residenze rinascimentali (per tacere del Vittoriale: sebbene si tratti qui di un Vittoriale tutto borghese e postmoderno, dove un orsacchiotto spelacchiato trova posto vicino a un busto di Dante).

Novanta ritratti, quelli di Pernigo, cui fanno eco altrettanti autoritratti, ovvero le parole d'autore – tratte da racconti e romanzi editi o scritte per l'occasione – che accompagnano le singole immagini: non come didascalie, ma come esercizi di resa per verba della propria esperienza biografica, affettiva ed intellettuale, sempre letterariamente trasfigurata, tanto che spesso ciò che Mari scrive, più che a spiegare l'immagine, serve ad approfondirne il mistero, ad aggiungerle e non sottrarrle leopardiane qualità come vaghezza e indeterminatezza. Il libro può dunque anche essere letto così, come una sequenza di dettagli, allusioni, aneddoti – come quello dello scaldabagno datato 1955, suo anno di nascita e per questo scaramanticamente mai sostituito – attraverso cui lo scrittore milanese costruisce un ennesimo capitolo, certo il più scoperto ed esplicito, della propria storia romanzata, sempre in bilico tra ironia, nostalgia, recupero di lontane suggestioni immaginifiche e altrettanto fatali tentazioni automitobiografiche, per dirla con Enrico Baj (penso per esempio al non propriamente modesto, ma anche sorridente, apparentarsi al genio di Vico, per via di una rovinosa caduta dal seggiolone che li accomuna). Non diversamente da molti titoli precedenti, anche Asterusher appare come un continuo tentativo di ravvivare le prime, fondamentali impressioni del sé bambino, pur sapendole perdute per sempre. «Prigioniero di un libro, prigioniero dei libri», così lo scrittore stesso si definisce in riferimento alla propria immagine moltiplicata sulla copertina di La rappresentazione del mondo nel fanciullo (edizione Bollati Boringhieri 1966, elaborazione grafica di Enzo Mari), il fondamentale libro di Jean Piaget il cui titolo per molti versi condensa buona parte dell'esperienza autoriale di Michele Mari.

Riccardo Donati

Docente e saggista, insegna all'Università di Urbino "Carlo Bo"; tra i suoi lavori più recenti ricordiamo "I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi" (Bulzoni, 2010), "Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi" (ETS, 2011), "Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione" (Le Lettere, 2014), "Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico" (Rosenberg & Sellier, 2016), "La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d'oggi e arti della visione" (Duetredue, 2017). Si occupa di letteratura europea tra Sette e Novecento e di poesia italiana contemporanea, con interventi in volume e in rivista; nel 2013 l'Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il "Premio Giuseppe Borgia" per i suoi contributi sulla poesia.

 
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