Uscito l'ultimo volume della trilogia del grande viaggiatore inglese: Bulgaria, Romania, il Danubio, Istanbul, fino al Monte Athos

Patrick Leigh Fermor aveva solo diciotto anni quando, sul finire del 1933 – dopo una disastrosa carriera di studente nelle scuole inglesi – lasciò le comodità e le abitudini molto British nelle quali era vissuto per tentare un’impresa quasi impossibile: raggiungere a piedi Costantinopoli, da solo, con uno zaino in spalla e un po’ di soldi spediti fermo-posta dalla famiglia. Ce la farà solo agli inizi del 1935, dopo avere attraversato da ovest a est gran parte dell’Europa, ma da lì, subito, l’istinto del viaggiatore lo spingerà altrove, giacché nel gennaio dello stesso anno è già in visita ai monasteri del Monte Athos.  

Quasi tutto di quanto egli appuntò, disegnò, scrisse durante quel viaggio andò perduto, a causa del tempo, della guerra, dell’imprevedibilità del caso. Eppure – molti anni dopo – Fermor provò a tornare con la memoria a quel viaggio incosciente e iniziatico nel contempo, producendo due resoconti dal titolo Tempo di regali (1977) e Fra i boschi e l'acqua (1986), che sono ormai entrati a far parte del canone della letteratura di viaggio.
La morte, che lo colse a 96 anni nel 2011, gli impedì però di terminare questa operazione di recupero del passato, e l’ultima parte del resoconto (cui già aveva lavorato negli anni Sessanta) è restata così incompleta: l’hanno comunque edita – da poco – Colin Thubron e Artemis Cooper, i suoi esecutori letterari, che hanno voluto intitolarla La strada interrotta e che in Italia è stata pubblicata da Adelphi (editore anche di tutti gli altri suoi libri) nel 2015. Ed è proprio di quest’ultimo libro che intendo parlare.  

Si tratta del resoconto dell’attraversamento della Bulgaria e della deviazione in Romania, prima di giungere a Istanbul, e – come anticipavo – di qui muovere quasi subito per il Monte Athos, quasi a volerci fare capire che sarebbe stata poi la Grecia la patria d’elezione di Fermor, autore nel dopoguerra dello straordinario volume Mani. Viaggi nel Peloponneso (1958), forse il più conosciuto al grande pubblico di questo scrittore. 

  • xIl giovane Fermor
  • xMonastero sul monte Athos
  • xVeduta del Danubio (Bulgaria)
  • xVeduta di Istambul
  • xPatrick Fermor nel 2007
  • xLa copertina del libro Adelphi

Lo stile è baroccheggiante, come è tipico del nostro, e in alcuni casi la narrazione ondeggia tra la freschezza del ventenne e la riflessività dell’uomo maturo che ripensa al suo passato. Fermor ricostruisce comunque incontri con animali (straordinaria la descrizione della migrazione delle cicogne) e paesaggi (che dire delle parti dove parla del Danubio?) con una vivacità davvero sorprendente; ma soprattutto incontri con uomini, proponendoci un interessante spaccato etno-antropologico dell’Europa alle soglie della tragedia del Nazismo e della Seconda Guerra Mondiale.
Che fine avranno fatto – possiamo chiederci – le carovane di zingari e le tribù di ebrei sefarditi da lui incontrate nel suo viaggio dopo l’inizio dell’Olocausto? Come si saranno comportati negli anni successivi i fedelissimi dello Zar russo, già spodestato dalla Rivoluzione d’ottobre, che Fermor trova nascosti nei monasteri bulgari intenti a complottare per un’impossibile contro-rivoluzione?
E quanti (pochi davvero: questo lo sappiamo per certo) saranno rimasti in vita dei nobili e spensierati protagonisti della “bella vita” di Bucarest – una specie di Parigi dell’Est – dopo l’avvento del comunismo? Il nostro giovane allora non pensava ancora che avrebbe egli stesso combattuto a Creta contro i Nazisti, in difesa di una civiltà fatta sia di aristocratici sia di gruppi marginali, di poveri pescatori greci analfabeti o di rozzi pastori turchi, di ebrei, di cristiani ortodossi o di musulmani.
Nessuno di loro era sentito da Fermor come estraneo o nemico, e con tutti cercava di comunicare e interagire, anche se l’ottuso nazionalismo che opponeva rumeni a bulgari e viceversa, e – allo stesso modo – entrambi questi popoli a greci, turchi ecc… non lasciava davvero presagire nulla di buono.
E questo il giovane Patrick già l’aveva capito, forse guidato dal buon senso che emanavano le Odi di Orazio che teneva nel suo zaino.  

La permanenza a Costantinopoli è oggetto, purtroppo, solo di qualche scarno resoconto diaristico, mentre più ampio e completo è quello della visita ai vari monasteri del Monte Athos. Monasteri popolati da religiosi capaci di misticismo, ma anche di ardui studi letterari o di più piacevoli serate conviviali a base di cibo e di vino; popolati cioè da uomini, non da santi.  

Sarà pure interrotto, questo libro, ma quando l’ho finito non si è interrotta l’emozione che mi ha pervaso durante la sua lettura. Un’emozione che mi ha portato a ripensare ai viaggi giovanili cult della mia generazione: la Grecia in nave dopo la maturità classica, l’Europa del Nord con l’inter-rail, l’Italia del Sud in tenda… Nulla a che vedere, intendiamoci, con le avventure di Fermor, perché noi non viaggiavamo a piedi, avevamo vestiti e scarpe comode e dovevamo contenere le nostre peregrinazioni nei tempi ristretti delle vacanze universitarie.
Eppure, certi avventurosi telegrammi inviati a casa, qualche rara e disturbatissima telefonata da un posto pubblico, le notti all’addiaccio in attesa di treni o traghetti, l’attenta contabilità dei (non molti) soldi che avevamo in tasca, ci regalavano un gusto per l’avventura che poi col tempo abbiamo perso; e – soprattutto – a vent’anni hai voglia di parlare con gli altri, e conoscere davvero come la pensano e cosa hanno da insegnarti, senza troppi pregiudizi.
Ed è forse questa la lezione migliore del viaggio di Fermor: non avere pregiudizi, e stupirsi (e indignarsi, almeno un po’) quando trovi chi del pregiudizio e della chiusura all’altro fa la sua ragione di vita. E, ancora, quando arrivi alla meta (in questo caso la mitica Costantinopoli), come l’Ulisse dantesco cercarne subito un’altra, per evitare conformismo e assuefazione, due tra i mali peggiori – a parer mio – del nostro tempo.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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