La distanza linguistica tra noi contemporanei e i classici della letteratura può essere fonte di sorprendenti scoperte e di avventure tragicomiche.

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La ragazza ha una nuvola di capelli rossicci appuntati precariamente a sommo il capo, che dondola di qua e di là mentre parla. Parla in modo espressivo, quasi appassionato, anche quando deve dire che corso di laurea segue, e quale programma porta. 
Si sporge sul tavolo, ride un po’ nervosamente, sgrana fin troppo spesso verdi occhi meravigliati. Ogni tanto, si volta a raccogliere l’incoraggiamento di un gruppetto di amiche che assistono, legittimamente, all’esame.

Ridacchiano.

Si vede che vorrebbe una prova più, come dire, più partecipata, più confidenziale, meno formale, in cui possa parlare anche di sé, di quello che ha provato, di quello che le è piaciuto; non solo dei materiali del corso. Al collo porta una sciarpetta multicolore, che continua ad allargare con tutt’e due le mani, come cercando respiro. Quando si gira verso la sua piccola claque, mostra una fila di brillantini colorati che le percorrono tutto l’orlo dell’orecchio, sempre più fini; l’ultimo quasi invisibile.
“Prendiamo una rima di Dante giovane. Prendiamo ‘Guido i’ vorrei’. Ha presente ‘Guido i’ vorrei che tu e Lapo e io…’?”.

“Sì sì, adesso lo trovo”.
“Non c’è fretta, nessuna fretta”.
E mentre le mani percorrono i fogli, imbrogliandosi un poco, cerco di sciogliere il nervosismo, di suggerire qualche spunto.
“È un bel sogno, no? Un sogno d’amore e d’amicizia… un plazer, in fondo…”.
Il suggerimento cade nel vuoto, e io non ho cuore d’insistere (Sa che cos’è un plazer? Cosa significa? Ne potrebbe citare altri esempi? E qual è il suo contrario? Come, signorina, non conosce Cecco Angiolieri).
La nuvola rossa si agita finché con un sospiro di esagerato sollievo la pagina desiderata si squaderna sotto i nostri occhi. Verde sguardo interrogativo spalancato sull’enigma.
“Cosa vuole da me? Che ne faccio?”.
“Legga, signorina, legga tranquillamente”.

Legge, legge tranquillamente. Legge male. Non fa sentire l’endecasillabo e non segue la sintassi logica. Legge incespicando nelle cesure, ignorando i troncamenti, fermandosi dove non dovrebbe; cercando senza saperlo di spianare il ritmo poetico su una generica misura prosaica, sulla musica informale dei suoi discorsi di tutti i giorni.

Ma: ho mai insegnato, a lezione, come si legge un sonetto? Ho fatto qualche accertamento, anche minimo, di come loro leggono? Li ho mai corretti prima d’ora? No. E allora zitto. Zitto e subisci l’incespichìo, le fermate non dovute e tutto il resto.

Nuovo verde sguardo interrogativo spalancato, stavolta con lieve spavento, sulla domanda: “E adesso? Forse possiamo cominciare con la parafrasi. Me lo parafrasi ordinatamente, verso verso”.
“Guido, io vorrei che tu e Lapo e io fossimo presi da un incantamento, e messi in un vasel…”.
“No, guardi, se me lo rilegge siamo a punto e a capo. Ho detto parafrasare, non rileggere…”.
Pausa.
“Senta, ma perché non mi dice con parole sue di che si tratta? Il poeta sogna, si augura, qualcosa, no? Che cosa, esattamente? Di trovarsi con i suoi amici…”,
“Sì, con i suoi amici: Guido...”
“Guido chi?”.
“Guido Cavalcanti”.
“Benissimo. Guido e Lapo. Lapo chi è?”.
Sorriso un po’ imbarazzato.
“Lapo Gianni. Pensi che Gorni legge questo verso con Lippo al posto di Lapo. Lippo è un altro poeta del gruppo, s’intende. Che ne pensa? Le piacerebbe così: Guido i’ vorrei che tu e Lippo e io…?”.
Cerca d’indovinare la risposta giusta, e non s’accorge che la risposta giusta non c’è.
“Via, signorina, vediamo se ne usciamo. È così semplice, così naturale, in fondo. Tre amici, le loro donne – via, le loro ragazze – e il sogno di andarsene via… Chi è il buono incantatore del verso 11?”.
Lo sguardo verde perlustra impercettibilmente le note, ma la nota sul buono incantatore è, maledizione, alla pagina seguente.
“È mago Merlino, signorina, è mago Merlino. Questo è un sonetto tutto arturiano, è un’eco meravigliosa delle leggende di re Artù che Dante conosceva e ammirava… Arturi regis ambages pulcerrime…”
Meraviglia ulteriore.
Mago Merlino in Dante le sembra probabilmente genuinamente buffo. Si volta a raccogliere solidarietà dalla sua piccola claque. La piccola claque non riesce a capire molto bene come sta andando, ma sorride volenterosa.
“Signorina, il vasel. Cos’è il vasel?”.
Appena l’ho chiesto, una luce fredda come una lama mi attraversa il cervello.
Oh no. Non dirlo. Ti prego non dirlo. E invece, con un sorriso incerto, lo dice.
“È… è un vasetto. Sì, un vasetto”.
Oh cari poeti e dame trascinati alla ventura sul vascello incantato di Mago Merlino! In un vasetto: pigiati, tutt’e sei, in un vasetto.

Riccardo Bruscagli

Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze.

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