Prosegue la meritevole pubblicazione in Italia da parte della casa editrice romana L’orma dell’opera della scrittrice Annie Ernaux, molto conosciuta e affermata in Francia, dove da un trentennio circa ha intrapreso una monumentale quanto originale narrazione autobiografica.

Gli anni, uscito per Gallimard nel 2008, è dunque ora disponibile nella bella traduzione di Lorenzo Flabbi e giunge dopo il Il posto, che, pubblicato in Italia solo l’anno scorso (sempre per i tipi de L’orma; l’edizione originale è del 1983), ha ricevuto un’ottima accoglienza.
Entrambi impegnati a fare i conti con il Tempo, la Storia e la memoria, a partire dalla propria storia di famiglia, Il posto e Gli anni sono in realtà strutture narrative molto diverse.

Il posto, come La honte (in Italia La vergogna, Rizzoli, Milano 1999, traduzione di Orietta Orel), prende le mosse da un lutto, la morte del padre, per affrontare la ricostruzione di un’identità familiare, dell’infanzia, di luoghi e abitudini, divenuti tanto più cari in quanto inaccessibili: l’autrice ha compiuto un salto di condizione sociale e culturale che la allontana da quel mondo, a partire dalla lingua stessa – il patois e l’idioletto domestico degli anni della crescita – che non condivide più con i genitori. Si tratta di un racconto autobiografico, dove le vicende personali assumono contorno e spessore proprio a confronto con la storia del dopoguerra: la progressiva emancipazione dei ceti bassi verso un benessere economico che per l’autrice coincide anche con un passaggio culturale che la porta a essere insegnante, membro di un ceto borghese ben diverso da quello di provenienza. All’interno di questa dinamica di relazione si giocano la raffigurazione del padre e della madre, protagonisti a tutto tondo, di cui vengono ricostruiti il passato e il profilo psicologico, perché è solo quando non ci si vergogna più delle proprie radici che si può scorgere il senso della propria vita, come afferma l’autrice.

Viceversa, Gli anni è una narrazione senza personaggi: ricompaiono sì la madre e il padre, i parenti, le presenze più o meno significative del paese della bassa Normandia in cui è nata nel 1941 e in cui ha vissuto fino all’età dell’università, e poi il marito, i figli, gli amanti, ma come l’io dell’autrice si insabbia in una terza persona che emerge dalla descrizione di fotografie, così le persone evocate non diventano mai protagoniste, e il racconto si spoglia di ogni intenzionalità romanzesca o memoriale: cose e persone vengono descritte come se scorressero sullo stesso misterioso nastro trasportatore che è il tempo, dove tutto si livella nella distanza.

Annie Ernaux a Yvetot con sua madre. Collezione privata Annie Ernaux / Gallimard

Gli anni assomiglia dunque a una raccolta di effemeridi, ovvero tavole di valori in cui a essere misurate sono le vicende individuali, in base alla prossimità e comparabilità con il fluire della Storia: la ripresa economica postbellica, la retorica sulla resistenza, l’oblio sulle deportazioni naziste, la fiducia nello stato, il boom economico e la società dei consumi, gli oggetti, che molto più delle persone condizionano e cambiano la vita, come l’auto, la radio, la televisione, in seguito il computer e il cellulare, le guerre Il libro assomiglia a una raccolta di effemeridi, tavole di valori in cui a essere misurate sono le vicende individuali. extra-europee, la caduta del muro di Berlino. Ernaux non insegue nessun cortocircuito memoriale che, come la madeleine proustiana, ridoni senso e felicità alla vita vissuta (anche se Proust viene invocato per due volte nel testo): i ricordi, per l’autrice, non sono lanterne magiche di cui è possibile riaccendere lo splendore, ma piuttosto oscuri grafemi che la mente ha registrato, come “la donna accovacciata che, in pieno giorno, urinava dietro la baracca di un bar al margine delle rovine di Yvetot, dopo la guerra, si risistemava le mutande con la gonna ancora sollevata e se ne tornava nel caffè”.

Inutile cercare il senso di questo come delle migliaia di altri ricordi – forse sarebbe corretto chiamarli fotogrammi, per la loro consistenza soprattutto visiva – che scorrono nelle quasi trecento pagine del libro. I pranzi di famiglia delle feste comandate e le fotografie scandiscono un procedere temporale, man mano che ci si allontana dall’infanzia ancora legata al racconto collettivo della seconda guerra mondiale, che diventa sempre più intrecciato alle mode, al desiderio di sentirsi moderni, di ‘esprimersi’ secondo una vocazione insopprimibile al soggettivismo.

Paradossalmente, però, nel secolo che più di tutti ha celebrato l’individualismo, Ernaux racconta la propria vita nel modo più impersonale possibile: come milioni di altri individui ha beneficiato dell’emancipazione femminile, della pillola anticoncezionale, del divorzio, della panacea televisiva; come milioni di altri individui ha perso l’originalità di un proprio racconto nei grandi flussi di narrazioni esterne: le pubblicità televisive, i film, la musica pop, le mitologie dei personaggi pubblici di successo, che sono diventate le pietre miliari della propria memoria.

Con una scrittura che tende all’elenco e spesso si riduce alla singola notazione, alla frase sciolta da qualsiasi segno di punteggiatura che la leghi alla pagina, Ernaux mima il deposito incoerente e ‘irragionevole’ della memoria, di cui Gli anni è una trascrizione struggente proprio perché il molto che non viene detto – le passioni, l’ardore, il dolore, la rabbia, la vita – dietro il fissarsi statico delle fotografie e dei ricordi cristallizzati ci risucchia come il buco nero all’origine delle cose.

Se “tutte le immagini spariranno”, come recita la prima frase del libro, con l’estinguersi della vita individuale, la scrittura è pur sempre uno dei più potenti mezzi per “salvare qualcosa del tempo in cui non saremo più”.

Alessandra Sarchi

Ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi in storia dell'arte; ha poi svolto un dottorato di ricerca a Ca' Foscari, Venezia. Ha lavorato alla Fondazione Federico Zeri di Bologna, occupandosi di catalogazione fotografica. Collabora con vari giornali e blog culturali. Con Einaudi Stile libero ha pubblicato due romanzi: «Violazione» (2012), «L'amore normale» (2014) e l'ultimo, «La notte ha la mia voce», uscito nel 2017.

 
 
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