Gli automi e le bambole hanno goduto di una fama incredibile tra Sette e Ottocento. Abbinati a meccanismi a orologio o a dispositivi per produrre musica, costituiscono anche il primo passo verso quella cibernetica realizzata dai computer che tanto impatto sta avendo sulla nostra vita oggi. Ma dietro la confezione di bambole e automi c’è una lunghissima tradizione legata al simulacro, alla sostituzione della persona originale con una fittizia, che nell’antichità trova spazio in numerose opere e miti – basti pensare a quello di Pigmalione.

Animare l’inanimato o ricreare l’oggetto del desiderio attraverso un suo sostituto si danno come modalità ogni qual volta lo sguardo emotivo prevale su quello razionale e il bisogno è eccedente rispetto alla reale possibilità di soddisfarlo. L’opera letteraria che più di tutte ha celebrato la complessità del rapporto con la bambola – feticcio, sostituto, proiezione interiore, doppio e molto altro – è probabilmente Der Sandmann dello scrittore tedesco Hernest Theodor Hoffmann, pubblicato nel 1815, da cui venne tratto anche un celebre balletto, Coppelia, o La fille aux yeux d’émail, sulla musica di Delibes. Storia di un amore difficile, di un maleficio che fa sostituire o scambiare l’amata con una bambola, e infine di una follia, che termina nel suicidio del protagonista.
Quando ci sono di mezzo le bambole, a volte la vicenda può chiudersi in maniera rocambolesca e positiva, ma più spesso spunta una vena ossessiva, la possibilità di deragliare, l’inganno e l’autoinganno, e infine una perdita di contatto con la realtà dagli esiti grotteschi o disastrosi. Per quanto il bel libro di Massimo Fusillo, Feticci (il Mulino, 2011) abbia messo in luce il terreno comune condiviso con la creatività dagli oggetti investiti da ossessioni feticiste, rimane ineludibile l’aura di mancanza che tali oggetti portano con sé e, insieme al potenziale immaginifico, anche quello distruttivo.
Un caso esemplare in tal senso è il racconto che Andrea Camilleri fa dell’ossessione del pittore austriaco Oskar Kokoschka per Alma Mahler, La creatura del desiderio (Skira, 1a ed. 2013, 2a ed. 2014). Utilizzando materiali in gran parte inediti e sconosciuti al pubblico italiano, Camilleri racconta le vicende del tormentato amore fra il giovane Kokoschka e la bella Alma, vedova del compositore Gustav Mahler.

Tre anni di inseguimenti, di lettere stravolte dalla passione e dalla gelosia, che per Kokoschka si rivolge non solo verso la mondanità salottiera che Alma non smette di frequentare, ma anche verso il passato sui cui troneggia la figura del marito morto. I due vanno a vivere insieme, in una casa che sarà colpita da diverse sciagure, tra cui anche un’invasione di rospi; la convivenza è resa difficile dal carattere burbero del pittore, dalla sua gelosia ma anche dalla leggerezza di Alma, che non vuole rinunciare alla frequentazione di uomini e donne del bel mondo. Un aborto, voluto dalla donna, che ormai non sopporta più la vita con Oskar, incrina per sempre la loro convivenza. Allo scoppio della guerra il pittore si arruola per fuggire da Alma, che ormai ha lasciato la loro casa comune. Ferito gravemente, la supplica di poterla rivedere, ma Alma non andrà mai a trovarlo in ospedale, né darà segno di preoccuparsi quando viene portato a Stoccolma nella mani del premio nobel Barany, che lo sottopone ad ulteriori scariche di elettroshock. Anche queste risultano inutili a guarirlo dallo struggimento per la perdita dell’amata.

  • Ritratto di Alma Mahler Ritratto di Alma Mahler
  • Una riproduzione della bambola di KokoschkaUna riproduzione della bambola di Kokoschka
  • Oskar Kokoschka, La sposa del vento, 1914 Oskar Kokoschka, La sposa del vento, 1914
  • La copertina del libro, edito da Skira La copertina del libro, edito da Skira

Rientrato in Germania, gli viene affidata una cattedra alla scuola di Belle Arti di Dresda, e qui, probabilmente dopo aver visitato verso la fine di giugno del 1918 una mostra di bambole di una straordinaria artigiana di Monaco, Hermine Moos, decide d’accordo con il proprio medico di farsi eseguire una bambola di dimensione naturali che sia la replica esatta di Alma. Nel carteggio con Hermine Moos, durato nove mesi (tanti furono necessari alla confezione della bambola), emerge tutta la maniacalità di tale progetto, per il quale Kokoschka elabora disegni e descrizioni minuziosissime, valendosi della memoria ma anche dei molti ritratti compiuti e da lui conservati della donna. Quando la bambola arriva in casa di Kokoschka, la servetta Thérèse capisce subito quale gioco il padrone voglia mettere in scena e lo asseconda, vestendo e truccando il pupazzo, che ormai viene esibito da Oskar in società come la “mia signora” e utilizzato per compiere quei rituali erotici che la servetta aveva da tempo imparato a svolgere con il padrone, ma che ora con il simulacro presente dell’amata si colorano di tutt’altra luce. La bambola Alma va a teatro, presenzia alle cene con amici, e viene mandata perfino da sola in carrozza. Alma Mahler viene informata di quanto sta accadendo a Dresda al suo ex amante, e commenta con puntualità: “Così potrà credere di tenermi prigioniera tutta per sé”. 

Quanto spossessamento interiore, quanta violenza e mancanza in quell’assemblaggio di segatura, seta, fili, capelli, vernici e imbottiture cucite ad arte! A porre termine al delirio di Kokoschka, un incidente avvenuto a una festa data in casa: due amici si prodigano in attenzioni verso il pupazzo, risvegliando nel pittore la furiosa gelosia di un tempo: questi caccia gli invitati e si accanisce sulla bambola, decapitandola e abbandonandola svestita in giardino. Il mattino seguente la polizia, credendo di scorgere in quella sagoma un cadavere, entra in casa del pittore per interrogarlo, ma davanti a quello che pensavano essere un corpo di donna morto si rendono conto che si tratta solo di una bambola. "È solo una bambola", ammette il pittore. Ma quanto spossessamento interiore, quanta violenza e mancanza sono stati fatti passare attraverso quell’assemblaggio di segatura, seta, fili, capelli, vernici e imbottiture cucite ad arte dalle mani sapienti di Hermine Moos: così tanto da doversene liberare con un’uccisione rituale e a suo modo sanguinosa.

Storia di una passione furiosa, di una patologia mentale e di una potenza artistica che fece eseguire a Kokoschka uno dei suoi dipinti più celebri, La Sposa del vento, quella con Alma Mahler, così come ci viene raccontata da Andrea Camilleri attraverso la vicenda della bambola, può essere letta anche come prototipo di molte storie di solitudine del nuovo millennio e delle civiltà tecnologiche più progredite: dalle bambole gonfiabili, disponibili nei sexy shop di tutto il mondo, ai pupazzi personalizzati che in Giappone costituiscono una compagnia fissa di moltissimi giovani, che forse in questo modo elaborano o subliminano la difficoltà di relazione con l’altro sesso e con il desiderio frustrato.

Alessandra Sarchi

Ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi in storia dell'arte; ha poi svolto un dottorato di ricerca a Ca' Foscari, Venezia. Ha lavorato alla Fondazione Federico Zeri di Bologna, occupandosi di catalogazione fotografica. Collabora con vari giornali e blog culturali. Con Einaudi Stile libero ha pubblicato due romanzi: «Violazione» (2012), «L'amore normale» (2014) e l'ultimo, «La notte ha la mia voce», uscito nel 2017.

 
 
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