Navigando, durante l'estate del 2012, nello sterminato arcipelago dei "Saggi" di Montaigne, Antoine Compagnon accompagna gli ascoltatori della radio francese “France Inter” alla scoperta di un autore che, come scriveva Giovanni Macchia, «parla di tutto», «di se stesso, della propria vita, di quel che sa, di quel che pensa, di quel che ha fatto e di quel che non ha fatto, perché non ha voluto o perché non è riuscito a fare, e di chi ha conosciuto, e quali tra l'altro furono i rapporti con la sua famiglia e col confuso e tragico mondo (la Francia delle guerre di religione) in cui gli toccò di vivere». Oggi possiamo leggere quei testi in un elegante volumetto pubblicato da Adelphi.

La parabola che da Michel de Montaigne conduce a Marcel Proust è stata disegnata più volte nella storia della critica, dalle pagine saggistiche di Erich Auerbarch ai Quaderni di Montaigne di Giacomo Debenedetti, il quale associava i due autori definendoli due «grandi maestri dello scavo interiore», due «introvertiti» che, grazie alla scrittura, hanno potuto «esteriorizzare, rendere visibile» la loro introversione. Non stupisce dunque oggi trovare nella “Piccola biblioteca Adelphi” un delizioso volumetto su Montaigne scritto dal maggior studioso mondiale di Proust, Antoine Compagnon, e tradotto da un validissimo studioso proustiano come Giuseppe Girimonti Greco, che volge dal francese a quattro mani con Lorenza Di Lella. Un'estate con Montaigne (Milano, Adelphi 2014), definito da “Le Figaro” un best-seller inattendu, trascrive le quaranta trasmissioni radiofoniche realizzate da Compagnon, e lette da Daniel Mesguich, che i radioascoltatori francesi hanno potuto apprezzare, «stesi sulla spiaggia o magari intenti a sorseggiare un aperitivo prima di pranzo», come l'autore stesso scherzosamente scrive, nell'estate del 2012 [e che si possono leggere e riascoltare sul sito dell'emittente, N.d.R.].

  • Montaigne ritratto con la catena dell'Ordre de Saint-Michel, conferitagli nel 1571 da Carlo IX. Montaigne ritratto con la catena dell'Ordre de Saint-Michel, conferitagli nel 1571 da Carlo IX.
  • I Saggi di Montaigne, frontespizio di una prima edizione del 1588 I Saggi di Montaigne, frontespizio di una prima edizione del 1588
  • Il volume Adelphi Il volume Adelphi
  • Statua di Montaigne in Place Paul-Painlevé vicino alla Sorbona. L’autore è Paul Landowski. Statua di Montaigne in Place Paul-Painlevé vicino alla Sorbona. L’autore è Paul Landowski.

Al centro del volume sono i Saggi di Montaigne, opera capitale della cultura occidentale che raccoglie riflessioni e meditazioni stese tra gli anni Settanta e Ottanta del Cinquecento nel buen retiro del castello di Saint-Michel (oggi Saint-Michel-de-Montaigne), piccolo villaggio non lontano da Bordeaux. Come osserva Remo Ceserani sulla scorta di alcune notazioni del filosofo tedesco Max Bense, la scrittura saggistica «punta al concreto dell'esistente, ma anche a rappresentarlo in modo nuovo e originale, non ha come scopo la creazione di un oggetto, ma la rappresentazione delle sue possibili configurazioni e applica a esso l'arte combinatoria, che è per sua natura essenzialmente letteraria» (cito dal recente saggio Convergenze). Se i Saggi di Montaigne sono per molti versi il contrario di ciò che oggi siamo abituati a riconoscere come scrittura saggistica (antisistematici, frammentari, incoerenti, fondati sull'esercizio del dubbio e sull'osservazione estemporanea, infarciti di considerazioni private e introspettive, fra analisi e confessione), sarebbe tuttavia errato non considerarli una delle opere all'origine del genere saggistico nella sua configurazione moderna, inteso come forma che media tra attività creativo-contemplativa e attività conoscitivo-educativa. È quanto Compagnon fa emergere dalla sua lettura degli Essais, muovendosi agilmente nel loro complesso ordito cronotopico e spaziando dagli interrogativi sulla praticabilità della via morale (l'amore della verità, e la convinzione che l'onesto debba prevalere sull'utile) alle riflessioni sulla meschinità dell'agire umano, dall'ideale dell'otium studiosum e della vita contemplativa al problema dell'ambizione, dal rapporto col padre, Pierre Eyquem, al tema dell'amicizia, o meglio dell'amitié-passion, sublimata nel legame con Etienne de La Boétie. E poi, ancora, confezionando interessantissime pagine sulla scoperta del Nuovo Mondo, sulla guerra e la pratica della tortura, sul debito rispetto alla tradizione e sul legame tra forma e contenuto, sul piacere dello studio e la necessità di una didattica che miri a una lenta e consapevole assimilazione dei saperi.
Interrogare il mondo per capire se stessi: questo il motore della scrittura di Montaigne, e non è un caso che a fungere da perno concettuale del libro di Compagnon si trovi, nel capitolo centrale, il tema della riflessione sull'esistenza umana concepita come una continua dialettica – a volte conflittuale, altre volte solidale – fra l'io e l'altro. «La frequentazione dell'altro», osserva Compagnon, «permette di andare incontro a se stessi, e la conoscenza di sé di andare verso l'altro. Molto prima dei filosofi moderni, Montaigne aveva colto la dialettica del sé e dell'altro: occorre vedere Sé come un altro, dirà Paul Ricoeur, per vivere una vita morale».
Interrogare il mondo per capire se stessi: questo il motore della scrittura di Montaigne.
E aggiunge: «La sua scelta di ritirarsi a vita privata non ha mai implicato un rifiuto degli altri, è stata solo un mezzo per meglio volgersi verso di loro. La sua vita non è divisa in due parti, la prima attiva e la seconda meditativa, ma è fatta di intermittenze, di momenti di solitario raccoglimento cui fanno seguito ponderati ritorni alla vita civile e all'azione nella sfera pubblica». Siamo di nuovo, evidentemente, dalle parti di Proust: non è un caso che Compagnon impieghi una parola, intermittences, che è proustiana per eccellenza, richiamando quelle intermittences du coeur che stanno, appunto, al cuore della Recherche du temps perdu.
Attraverso la sua appassionata, puntuale e piacevole lettura degli Essais per temi e brani esemplari, Compagnon ci restituisce un ritratto mosso e vivo di un autore che, scrivendo in una prosa «filigranata di poesia allo stato potenziale e nascente» (ancora Debenedetti), non soccombe però alla tentazione di perdersi in un effimero e sognante gioco di immagini, ma punta dritto al cuore delle questioni concrete che la sua esperienza via via gli sottopone, senza mai scordarsi, soprattutto quando tocca temi delicati come la violenza religiosa, di anteporre a tutto il primato della dignità e del valore dell'essere umano. Montaigne è un uomo del Cinquecento, per molti versi un conservatore, e Compagnon fa bene a ricordarcelo («Gli umanisti non sono ancora degli illuministi, e Montaigne non è un moderno»): tuttavia non dobbiamo dimenticare che è a lui che dobbiamo, con straordinario anticipo sul secolo dei Lumi, una delle frasi decisive della moderna coscienza occidentale: «chaque homme porte la forme entière de l'humaine condition». Nessuno prima di lui aveva azzardato un concetto tanto rivoluzionario e gravido di implicazioni morali, sociali, politiche – eppure per noi, oggi, pericolosamente ovvio, e quindi finalmente trascurabile – quale quello di «condizione umana»

Riccardo Donati

Docente e saggista, insegna all'Università di Urbino "Carlo Bo"; tra i suoi lavori più recenti ricordiamo "I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi" (Bulzoni, 2010), "Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi" (ETS, 2011), "Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione" (Le Lettere, 2014), "Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico" (Rosenberg & Sellier, 2016), "La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d'oggi e arti della visione" (Duetredue, 2017). Si occupa di letteratura europea tra Sette e Novecento e di poesia italiana contemporanea, con interventi in volume e in rivista; nel 2013 l'Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il "Premio Giuseppe Borgia" per i suoi contributi sulla poesia.

 
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