Si moltiplicano i rapporti fra la ricerca storica e la scrittura letteraria, spesso anche quella romanzesca. Un libro recente di Emilio Franzina, illustre storico veronese dell’emigrazione italiana (specialmente in Sudamerica), già nel titolo, che suona: La storia (quasi vera) del milite ignoto, raccontata come un’autobiografia (Roma, Donzelli, 2014, pp. 314, € 20), allude a rapporti convergenti fra storia e letteratura e pone il problema di definire il genere a cui appartiene.

Dichiara, infatti, di essere una «storia» «quasi vera»; che, in omaggio alle sempre più frequenti rivendicazioni del rapporto fra storia e narratività (del resto implicito nel nome stesso di «storia», nel doppio senso di recupero del passato e di racconto del passato) è «raccontata»; che ha la forma «di un’autobiografia». Va aggiunto, a complicare le cose, che da qualche tempo nell’intreccio dei rapporti tra Franzina e la storia si è anche introdotta un’altra dimensione: quella del teatro, cioè non della storia raccontata ma della storia rappresentata, o public history. Esemplare è stato lo spettacolo Il trombettiere, andato in scena a Treviso e a Torino nel 2012, con la collaborazione del complesso musicale Rif, del cantautore e attore David Riondino e del disegnatore Milo Manara (cioè di due fra i protagonisti dello spassoso e irriverente programma radiofonico Il Dottor Djembé, cui partecipa anche Stefano Bollani). Il testo e lo spettacolo avevano per immaginario protagonista il trombettiere del generale Custer alla battaglia del Little Bighorn, di nome John Martin, cioè Giovanni Martini. È naturalmente possibile che anche la storia del milite ignoto possa avere un suo adattamento teatrale (e anche una sua utilizzazione scolastica sarebbe forse auspicabile).

  •  Il treno che nel 1921 portò la salma del milite ignoto da Aquileia a Roma Il treno che nel 1921 portò la salma del milite ignoto da Aquileia a Roma
  • La locandina de Il Trombettiere La locandina de Il Trombettiere
  • Il libro di FranzinaIl libro di Franzina

Questa volta Franzina ha scritto una specie di romanzo storico o pseudo-autobiografia, prendendo spunto dal fatto che dopo la grande guerra, nel 1921, il governo italiano, imitando quelli di altri paesi, decise di inventare un mito e costruire un monumento che aiutasse la popolazione italiana ad assorbire il lutto causato dalla caterva di vittime della guerra di trincea, nominando una commissione che esumasse alcuni dei caduti resi anonimi dal fatto che, nel furore delle battaglie, avevano perso la piastrina di riconoscimento, ne scegliesse uno, ne portasse il feretro con un lungo viaggio in treno tra folle piangenti fino a Roma e lo collocasse nella tomba del milite ignoto al Vittoriano.

La trovata di Franzina è stata di dare un nome e una individualità a quel milite ignoto e di attribuirgli, con un paziente lavoro di adattamento della grande quantità di materiali autobiografici, di lettere, di testimonianze dei soldati italiani e stranieri al fronte che sono conservate negli archivi (e che Franzina domina alla grande), una storia, una evoluzione ideologica, delle esperienze spesso drammatiche. Il personaggio da lui inventato, mettendo insieme i profili e le vite di altri personaggi che hanno vissuto veramente quelle esperienze (tutti materiali autentici, spesso indicati con i nomi veri di quei soldati, o militi noti), viene nientemeno che da San Paolo del Brasile. È un giovane nato nel 1892, cresciuto nel quartiere del Brás, popolato da emigranti italiani, il quale, come numerosi altri emigranti italiani nelle Americhe o in altre parti del mondo, presi da un amore idealizzato per la patria lontana, decise di venire in Italia, dove non era mai stato prima, per arruolarsi ed essere mandato al fronte, dopo un frettoloso addestramento in una caserma di Piacenza.

Franzina immagina che il suo personaggio, ucciso da una scheggia di granata a pochi giorni della conclusione del conflitto, sia poi finito nella tomba del milite ignoto e da lì ora racconti la sua storia: una storia ricchissima di particolari, della vita in trincea e dei periodi trascorsi in licenza nelle città del Veneto o, in alcuni casi, in altre città e campagne d’Italia, ospite delle famiglie di suoi commilitoni. Il libro riporta molte lettere scritte dall’ignoto ai familiari in Brasile o compilate sotto dettatura per compagni analfabeti (e sono di solito lettere autentiche, ricavate dai ricchi archivi a disposizione di Franzina, fra cui quelle a suo tempo raccolte da Leo Spitzer fra quelle scritte dai prigionieri italiani in Austria). Soprattutto il libro ricostruisce il percorso interiore del protagonista, le sue reazioni alle scene a cui assiste, le confidenze che riceve dai compagni, la progressiva disillusione sulle ragioni patriottiche che lo hanno spinto a lasciare il suo nuovo paese per venire a combattere a sostegno del vecchio. Do solo un esempio dei suoi ragionamenti e delle sue riflessioni contraddittorie, tipiche di un giovane pieno di buoni sentimenti, di una sincera forza vitale, di una sensibilità molto fine. Siamo nell’inverno 1916, a Vicenza, in un periodo di pausa lontano dal fronte e il milite ignoto ci riferisce le conversazioni scambiate con compagni di diversa estrazione ideologica: i molti cattolici vicentini, i laici e socialisti di varie parti d’Italia, i democratici, i nazionalisti interventisti e in particolare un certo Evaristo Vecchi, personaggio reale e per sua indole, preparazione e professione, come telefonista addetto ai comandi, capace di avere uno sguardo più ampio sulla guerra, sulle strategie militari, sulla partecipazione popolare, a differenza dei suoi compagni che ne vivevano solo frammenti e non potevano cogliere l’andamento e le ragioni complessive del conflitto. Il milite ignoto scava nei propri sentimenti e nelle proprie convinzioni, si pone domande: «Il dilemma fra popolo e nazione mi si presentò dinanzi agli occhi con chiarezza, concretamente intendo, proprio a Vicenza. Io che ero cresciuto in Brasile a contatto con tante chimere mazziniane e garibaldine e quindi anche col mito del volontariato e della nazione armata, non avevo ancora perso del tutto la fiducia nell’idea interclassista di un popolo in armi guidato dalla sua borghesia, in armi pure quella, ma qui ebbi modo, come mai prima, di confrontare con qualche anima inquieta al pari della mia le convinzioni incrinate dalla vita di trincea […]. Sebbene la stragrande maggioranza dei soldati non nascondesse, come io avevo invece cercato di fare, un’avversione crescente e comprensibile nei confronti della guerra e dei suoi orrori, non erano dunque solo gli ufficiali e i giovani tenentini interventisti a tenere il punto. Che poi come me andassero tutti all’assalto e prendessero parte, obbedienti o riluttanti, alla guerra guerreggiata maledicendola soltanto nell’intimo del cuore ma augurandosi in fondo anche la vittoria dell’Italia, era un altro paio di maniche ovvero una prova del fatto che la natura umana ha sempre in sé qualcosa d’irrimediabilmente contraddittorio. Dovevo farmene una ragione e darmi pace, visto che la Pace poi non arrivava e che Dio pareva essersi dimenticato di noi».

Il milite ignoto diventa così un personaggio da romanzo a tutto tondo.

Remo Ceserani

È stato professore di letterature comparate all'Università di Bologna.

 
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