di Silvia Tabarelli, Francesco Pisanu (IPRASE Trentino) - 27 marzo 2013

Un modello di intervento a favore dei bambini “a rischio” delle classi prima e seconda della scuola primaria.

dislessia

 

1. Cosa sono i DSA

Con il termine Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) ci si riferisce ai disturbi di dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia. La dislessia si manifesta come difficoltà di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. La disgrafia è un disturbo della scrittura di natura motoria che rende difficoltosa la realizzazione grafica delle parole scritte. La disortografia è un disturbo della scrittura di natura linguistica che riguarda la difficoltà nel trasformare il linguaggio parlato nel linguaggio scritto rispettando le regole ortografiche. La discalculia ha due facce: riguarda la costruzione del concetto di numero e le abilità di calcolo.
Alla base dei disturbi vi sono disfunzioni neurobiologiche che interferiscono con il normale processo di acquisizione delle abilità di lettura, scrittura e di calcolo. Una caratteristica rilevante dei DSA è la comorbilità, ossia la presenza nello stesso soggetto di disturbi neurologici (come il disturbo dell’attenzione con iperattività) o psicopatologici (ansia, depressione e disturbi della condotta).
Il documento della Consensus Conference (Milano 2007) definisce i DSA una “categoria nosografica” la cui caratteristica è quella della “specialità”, intesa come un disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale.

2. Quanti sono e come rilevare la presenza di DSA negli studenti

I disturbi specifici di apprendimento (DSA) hanno un’incidenza epidemiologia oscillante tra il 2,5 e il 3,5 % (Consensus Conference, 2010) della popolazione in età evolutiva. In Italia le percentuali di studenti con diagnosi di DSA sono lo 0,8 nella primaria, l’1,6 nella secondaria di 1° grado e lo 0,6 nella secondaria di 2° grado (fonte MIUR), quindi i DSA nella scuola italiana sono attualmente sottostimati, riconosciuti tardivamente o confusi con altri disturbi. Il mancato riconoscimento è probabilmente imputabile al fatto che se da un lato gli insegnanti della scuola rilevano già nelle prime fasi dell’apprendimento la presenza di difficoltà, in quanto si rendono conto che l’alunno si discosta dal gruppo nell’acquisire le conoscenze e le abilità previste, il processo che porta alla diagnosi clinica che accerta la presenza di DSA è complesso, richiede tempo e, per essere efficace, si svolge in due fasi/luoghi diversi. In prima battuta nella scuola e successivamente presso i servizi specialistici. La prima fase compete agli insegnanti, con la necessità di collaborare con esperti che mettono a disposizione saperi specialistici che la scuola, almeno per ora, non ha, e richiede il coinvolgimento delle famiglie. La seconda fase è a carico dei servizi delle ASL/altri Enti accreditati. È però fondamentale una precisazione: la prima fase non si esaurisce con la somministrazione di prove ai bambini/ragazzi e con il conseguente invio agli specialisti per la valutazione diagnostica di coloro che hanno ottenuto punteggi sotto la soglia di accettabilità. È necessario, sulla base dei risultati alle prove, attivare interventi di natura pedagogico–didattica, sistematici e intensivi per uno–due mesi, da parte di insegnanti formati e con l’obiettivo di migliorare le prestazioni in lettura, ortografia e calcolo. Solo per gli alunni che si dimostrano “resistenti”, cioè manifestano miglioramenti poco significativi, che quindi si confermano come maggiormente “a rischio”, e solo per questi va raccomandato alla famiglia un invio ai servizi specialistici per la valutazione diagnostica.

Silvia Tabarelli

Docente a contratto di didattica speciale presso l’Istituto Superiore di Scienze religiose, Università di Studi Teologici di Bressanone. Ha operato per dieci anni come insegnante psicopedagogista presso un istituto comprensivo di Trento. In distacco presso IPRASE dal 2008, si è dedicata allo studio e alla ricerca empirica nell’ambito dei processi dell’integrazione scolastica di studenti con disabilità o in condizione di disagio psicosociale.

 
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