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Secondo gli ultimi dati dell’Unicef,
il Fondo delle Nazioni Unite per
l’infanzia, sarebbero ben 150 milioni
i giovani minori, fra i 5 e i 17 anni,
occupati in attività lavorative in
tutto il mondo.
problema non è il lavoro infan-
tile in sé, ma la condizione in
cui viene svolto.Ci si deve certa-
mente opporre allo sfruttamen-
to, ai maltrattamenti, ai lavori
pericolosi o nocivi alla salute,
alle attività delinquenziali, alla
pornografia e alla prostituzione.
Ma sono molti i bambini che
lavorano contenti di farlo, spe-
cie se riescono a non lasciare
gli studi, e si sentono orgogliosi
di contribuire così al benesse-
re della famiglia. Sentirsi utili
anziché un peso morto, è bello
anche per loro.
Le dimensioni sociali
del problema
Secondo l’Organizzazione Inter-
nazionale del Lavoro,215milioni
di bambini sono costretti a la-
vorare in tutto il mondo, men-
tre secondo i dati dell’UNICEF
il Fondo delle Nazioni Unite per
l’infanzia,sarebbero 150 milioni
i minori, fra i 5 e i 17 anni, che
lavorano. Lo stesso UNICEF, in
precedenti occasioni, aveva di-
chiarato che sono 346 milioni i
bambini soggetti a sfruttamen-
to.Anche i dati a livello naziona-
le presentano enormi disparità:
il Cile, un Paese con 18 milioni
di abitanti, calcola in 196 000
i suoi NAT (
niños y adolescentes
trabajadores
), mentre il Messico
ne avrebbe solo 158 000 su una
popolazione di 115 milioni.
L’apparente inconsistenza di
queste cifre rivela una chiara
differenza nei criteri e nei para-
metri metodologici adottati nei
censimenti, a partire dalla de-
terminazione della minore età,
che non tutti fanno arrivare a
17 anni.Pur nella loro disparità,i
dati sono comunque impressio-
nanti: secondo l’OIL,inAmerica
Latina e Caraibi sono 17 milioni
i minori che lavorano, una cifra
ragguardevole che diventa pic-
cola di fronte agli 80 milioni di
bambini africani e ai 153milioni
di asiatici.
Inquesta situazionepermolti
versi drammatica, e soprattutto
in aumento rispetto ai decenni
passati, sono innegabili le buo-
ne intenzioni dell’UNICEF, che
vorrebbe estirpare questa pia-
ga, e l’impegno dell’OIL, che ha
recentemente promulgato due
norme a tutela dell’infanzia che
lavora: il Trattato 138, che fissa
l’età minima a 14 anni, e il Trat-
tato 182, che denuncia e com-
batte le peggiori forme di lavoro
minorile, come l’arruolamento
in milizie armate, il traffico di
droga o la prostituzione, defi-
nendo “bambino” (
child
/
enfant
/
niño
) chiunquenonabbiaancora
compiuto il diciottesimo anno
di età.Senza contare,poi,il Trat-
tato 189, che pur occupandosi
delladignitàdel lavoro e delle at-
tività economiche domestiche,
non è specificamente dedicato
all’infanzia.
Tuttavia, è l’atteggiamento
paternalista e poco ricettivo di
queste importanti istituzioni
internazionali e della stessa
Chiesa a essere rifiutato dalle
associazioni dei bambini e ado-
lescenti lavoratori, che hanno
saputo conquistare negli ultimi
anni un crescente protagoni-
smo, basato sul rispetto e l’eser-
cizio dei propri diritti. Ormai
non vogliono solo essere ascol-
tati,ma reclamano voce e voto.
Le organizzazioni
sindacali dei bambini
Formatesi alla fine degli anni
Novanta, le organizzazioni di
bambini lavoratori, quasi sem-
pre autonome, sono già una
Il Manthoc è stato fondato
nel 1976 a Lima da Alejandro
Cussianovich, docente di
Pedagogia all’Università di San
Marco e salesiano aderente
alle dottrine della teologia
della liberazione. Oggi questa
istituzione, controllata
direttamente da bambini e
adolescenti, organizza circa 5000
gruppi locali (NATs) in 27 località
di 10 distretti del Perù. Negli
ultimi anni, inoltre, l’esempio del
Manthoc si è diffuso nel resto
dell’America latina e in Africa.
Una
manifestazione
del Manthoc.
(Credit: www.
arcilucca.org).
Dossier /
Il lavoro infantile: problema o risorsa?
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