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Un bambino
cinese arruolato
a 10 anni durante
la seconda
guerra mondiale.
(Credit:
Wikimedia
Creative
Commons).
Ishmael Beah racconta come
abbia scelto di aderire a un gruppo
armato di bambini soldato in modo
razionale.
bico e in Angola, l’antropologa
Alcinda Honwana sostiene ad
esempio che alcuni ragazzi in-
tervistati abbiano parlato della
loro motivazione ad aderire a
un conflitto armato come deri-
vante dal senso di sicurezza di
possedere una pistola e di essere
in grado di difendere se stes-
si, dall’impulso a vendicare la
morte di parenti, dal patriotti-
smo o dal risentimento etnico o
«dal puro divertimento derivato
dall’indossare divise militari e
dall’imbracciare un AK47».Ana-
logamente, Merliza Makinano
ha dichiarato che alcuni bam-
bini incontrati nelle Filippine
hanno ammesso di essersi uniti
alle milizie per «il brivido e l’ec-
citazione».
I comandanti genitori
Da un punto di vista antropolo-
gico, tre sono i punti da sottoli-
neare. In primo luogo, dobbia-
mo essere molto attenti a non
confondere l’etàcronologicacon
le categorie locali di infanzia e
adolescenza. In molte società le
persone non danno importanza
alla data di nascita e non sono
nemmeno consapevoli della lo-
roetà,chedunquenonrisultaun
fattore determinante nella for-
mazione delle categorie sociali.
Ad esempioHenrikVigh,nel suo
studio dei giovani soldato della
Guinea-Bissau, ha scoperto che
ciò che i giornalisti e i membri
delle ONG umanitarie operanti
nella zona comprendono sotto
la parola bambino,nella cultura
locale può comprendere ragazzi
molto più grandi,avolte addirit-
tura uomini di trent’anni.
Il secondo punto da sottoline-
are è che spesso la guerra non è
un’aberrazione del tutto slegata
dal contesto in cui si diffonde,
ma un fenomeno che in qual-
che modo rafforza o riproduce
le strutture sociali prevalenti
prima del suo scoppio. Ne è una
chiara espressione il meccani-
smodi reclutamentonell’eserci-
to,spesso attraente per i giovani
poiché replica e ripropone in
forma simile i riti di iniziazio-
ne all’età adulta in vigore nelle
loro società. Gli stessi leader dei
gruppi armati si appropriano
delle convinzioni culturali dif-
fuse per usarle a proprio fine.
Nel suo studio del 2004 sui
combattenti RENAMO in Mo-
zambico, Jessica Shafer spiega
come i comandanti del movi-
mento abbiano capito che per
i bambini soldato arruolati la
separazione dalle famiglie sia
emotivamente straziante. Per
conseguenza, hanno elabora-
to un immaginario patriarcale
e una parentela fittizia come
mezzi per risocializzare i loro
giovani soldati: i comandanti
sono diventati padri e la truppa i
loro figli.Insieme al tabù dell’in-
cesto, associato a tali relazioni,
questi legami filiali hanno por-
tato nuove lealtà fra la truppa
e un obbligo fermo a servire i
generali-padri senza discutere
sul campo di battaglia. È lo sce-
nario descritto da Ishmael Beah
in
Memorie di un soldato bambino
,
un libro autobiografico che rac-
conta la sua terribile esperienza
in Sierra Leone.
In queste circostanze, con-
trastare i leader delle bande di
bambini soldato affermando
che non forniscono alcuna gui-
da morale è poco utile.In realtà,
costoro forniscono indicazioni
morali specifiche, centrate sul-
la sopravvivenza, su immagi-
ni di virilità, lealtà e impegno
per il gruppo di combattimento
inteso come una famiglia. Non
affermo questo per idealizzare o
naturalizzare l’idea di bambini
Dossier /
Comprendere i bambini soldato
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