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Dossier
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Ripensare i bambini come agenti attivi
mentre i bambini non dovreb-
bero farsi carico delle respon-
sabilità degli adulti, nondime-
no dovrebbero avere maggiori
opportunità di partecipare alla
vita sociale. I servizi sociali do-
vrebbero integrare la loro
mis-
sion
con l’idea che i bambini
non hanno necessariamente
bisogno di protezione, e che
spesso hanno valide intuizioni
sul loro benessere, ottime solu-
zioni ai loro problemi e un ruolo
spendibile nel mettere tutto ciò
in pratica.
L’approccio paternalistico
Un aspetto centrale del dibat-
tito sui limiti della Convenzio-
ne ONU sui diritti dell’infanzia
riguarda la presunta visione
paternalistica dei diritti dei
bambini, che rischierebbe di
compromettere la loro
agency
annullandoli come attori sociali
competenti.
È interessante notare, ad
esempio, che i bambini non
solo non hanno in alcun modo
partecipato alla stesura della
Convenzione,ma non sono stati
neppure consultati dai gover-
ni, sia a proposito dei princìpi
stabiliti dalla Convenzione sia
riguardo ai modi più efficaci per
attuarli. Ma proteggere i diritti
dei bambini,se fatto inmodopa-
ternalistico, cioè in base a come
gli adulti pensano che dovreb-
bero vivere, può causare danni
pesanti anche se involontari.
Nel 2008 gli antropologi Gi-
na Porter e Albert Abane han-
no avviato in Ghana un picco-
lo studio-pilota finalizzato a
comprendere quali fossero le
esigenze dei bambini poveri ri-
spetto alla viabilità e ai mezzi
di trasporto operanti in quell’a-
rea. Il presupposto stava nella
consapevolezza che la maggior
parte della pianificazione dei
trasporti su strade e autostrade
in Africa è realizzata da inge-
gneri civili di sesso maschile; e
se gli interessi delle donne sono
poco considerati dal Ministero
dei trasporti, quelli dei loro figli
sono addirittura invisibili.
La particolarità di questo
progetto sta nell’aver coinvolto
direttamente i più piccoli, di-
versamente dallamaggior parte
della ricerca accademica,anche
quella più focalizzata sul bam-
bino, che in realtà è condotta
da ricercatori adulti i quali si
limitano a consultare i piccoli
per accertare le loro opinioni
senza però renderli mai parte-
cipi alla ricerca.
L’esperimento di Porter eAba-
ne si è svolto in varie fasi. Pri-
ma di tutto è stato necessario
trovare i bambini interessati a
partecipare e ottenere il con-
senso dei genitori e degli inse-
gnanti. In un secondo tempo i
piccoli hanno partecipato a un
seminario di formazione di sei
giorni facilitato da personale
delle varie ONG coinvolte. Infi-
ne, i piccoli ricercatori hanno
condotto osservazioni, test, mi-
surazioni e interviste ad altri
bambini in una zona vicina alla
regione centrale di Cape Coast.
La raccolta dei dati è stata por-
tata avanti da loro in maniera
autonoma, ovvero senza la pre-
senza di adulti.
Il progetto si è dimostrato as-
sai efficace nel mettere in luce
una serie di importanti proble-
mi legati al trasporto, rivelan-
do criticità che non erano state
identificate dai ricercatori adul-
ti: percorsi troppo lunghi per
arrivare a scuola, buche e altri
ostacoli lungo le strade, fogne
a cielo aperto in cui i bambini
rischiano di cadere facilmente,
clacson di autobus troppo rumo-
rosi che spaventano i più piccoli,
mancanza di un’adeguata illu-
minazione notturna, percorsi di
attraversamento stradaleperico-
losi e autisti di taxi maleducati,
al punto da molestare le ragazze.
Il fattore resilienza
Le ricerche nel campo dei servi-
zi sociali si stanno sempre più
allontanando dal modello del
bambino come soggetto passivo
da tutelare. Al suo posto sono
emerse due prospettive conver-
genti,anche sedi origini diverse.
La prima si fonda sul concetto
di resilienza dei bambini, ovve-
ro sulla capacità umana di af-
frontare le avversità della vita,
superarle e uscirne rinforzati
o addirittura positivamente
trasformati. La seconda si basa
sull’idea che tutti i soggetti sia-
no dotati di una forza propria e
quindi i servizi sociali dovrebbe-
ro lavorare per aumentare que-
sta “dotazione” universale.
Il concetto di resilienza è sta-
to elaborato negli anni Settan-
ta da un gruppo di psicologi e
psichiatri nordamericani im-
pegnati nello studio delle psico-
patologie infantili. Osservando
come i bambini e gli adolescenti
coinvolti in situazioni ogget-
tivamente difficili trovavano
quasi sempre risorse personali
e ambientali per affrontare al
meglio le situazioni di degrado
in cui vivevano, questi studiosi
hanno accentuato l’importanza
di scovare risorse inaspettate,di
far leva su punti di forza indivi-
duali, di mobilitare al massimo
le capacità di auto-riparazione e
di sopravvivenza specialmente
in situazioni di crisi.
L’ambiente facilita la
crescita del bambino
Il concetto di resilienza ha co-
minciato a richiamare l’atten-
zione degli studiosi di servizi
È necessario riconoscere che
i bambini sono spesso capaci di
fornire un prezioso contributo alla
propria protezione e alla società
in generale.
Tutti i soggetti
sono dotati di una
forza propria, e
quindi i servizi sociali
dovrebbero lavorare
per aumentare questa
dotazione universale.
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