All’ombra delle fanciulle in fiore

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Il 14 aprile, alla fine di una giornata di esami nella scuola di Chibok, nella Nigeria nord orientale, 230 ragazze si preparavano ad andare a letto nel dormitorio della scuola. Proviamo ad immaginare lo scenario: una notte africana, gli arredi di una scuola, semplici sebbene destinata alla parte più evoluta di quella società. Sono ragazze tra i 15 e i 18 anni: immaginiamo le risate argentine, gli sbadigli, le chiacchiere. All’ombra delle fanciulle in fiore. L’incursione, dicono, è stata rapida, immediata. Ne portano via 230, senza sparare un colpo d’arma da fuoco. Il loro “peccato”? È doppio: secondo la legge della sharia, proprio quello di essere studentesse e di studiare in una scuola non islamica. Bambine-ragazze e colte.

Immaginiamo, ancora, il cuore che batte all’impazzata, le lacrime di terrore, lo scongiurare, le grida. Dobbiamo immaginarlo non perché, come ha detto Michelle Obama, potrebbero essere le nostre figlie. “In quelle ragazze, Barack e io vediamo le nostre figlie, Malia, 15 anni, e Sasha, 12 anni” […] “Nei loro occhi vediamo le loro speranze, i loro sogni, e possiamo soltanto immaginare l’angoscia che i loro genitori stanno provando ora”. Non è vero, non è così. Un abisso separa le sorti dei nostri figli da quella di quelle ragazze, qualsiasi essa sarà. Meno che meno esiste una qualche forma di analogia tra il loro destino e quello delle figlie di uno degli uomini più potenti del pianeta. Perché il colonialismo culturale dell’Occidente non cessa, almeno in questi casi, di proporre la sua faccia più ipocrita e spregiudicata? Perché, invece di creare falsi e demagogici paragoni, non si interviene sul mercato delle armi che foraggia il terrorismo islamico? Perché il diritto all’istruzione, sancito dalle convenzioni internazionali, dalle carte dei diritti, dalle Costituzioni nazionali – un diritto universale ed inalienabile – continua ad essere uno dei più evidenti spartiacque tra Nord e Sud del mondo (pur nei differenti confini che questa determinazione ha assunto nel tempo e nella storia) e il segnale violento della persistente discriminazione determinata dalla differenza di genere?

A me non è venuta in mente mia figlia, che frequenta un liceo classico di Roma, cui nessuno penserebbe mai di impedire di accedere alla cultura, di impegnarsi, di progredire frequentando la scuola. Io penso proprio a loro: donne adolescenti, colte. Il bersaglio privilegiato per il sonno della ragione. Con un video di 57 minuti ribelli integralisti di Boko Haram ne hanno rivendicato il rapimento. A parlare è il capo del gruppo estremista Abubakar Shekau: «Ho rapito le vostre figlie, le venderò al mercato in nome di Allah», ha detto il capo dei ribelli; ipotesi di prezzo: 12 dollari ciascuna. Io non penso a mia figlia cui, a dispetto di un maschilismo comunque esasperato, camuffato sotto proclami demagogici che configurano ancora – a dispetto delle dichiarazioni – una concezione dell’universo femminile come “riserva indiana”, qualcuno e più di uno hanno spiegato, incoraggiandola, il valore emancipante della cultura; la funzione della scuola; la profonda dignità del sapere. Penso proprio a loro, che sono nelle mani di Boko Haram, che significa letteralmente “Contro l’educazione occidentale”. Che possono essere uccise, violentate, mutilate, torturate, oltraggiate, lì ed ora, per il fatto di essere volute andare a scuola. Penso a loro e alla scuola di Chibok, ultimo, forse unico presidio culturale: aveva già subito minacce perché chiudesse. Era l’ultimo istituto femminile rimasto in zona: smettere di studiare o continuare. Una scelta che quasi nessuno di noi ha mai dovuto porsi. Che ai nostri figli, fortunatamente, non è mai toccato affrontare.

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La sciagura di questo tempo impietoso è che tutto viene triturato in momenti rapidissimi. E così, anche questa sconvolgente notizia, che per un paio di giorni ha meritato le prime pagine dei giornali e il passaggio nei Tg, appelli in Rete e riflessioni nell’agorà virtuale, è decaduta, scaduta, muffita a vantaggio di altre emergenze, che occuperanno a loro volta lo spazio di un attimo, per poi scomparire. Invece loro, quelle bambine, quelle ragazze, sono ancora lì. Kerry Kennedy, figlia di Bob Fitzgerald Kennedy e nipote di Jfk, in un video-messaggio, raccolto da Oltreradio.it, ha detto: “Pensiamo che siate grandiose ad andare ogni giorno alla scoperta di cose nuove, cambiando voi stesse, e rendendo così il mondo un posto migliore” […] “Dico ai vostri genitori che elogiamo il loro coraggio nel mandarvi a scuola, soprattutto al nord, la regione dei Boko Haram.” […] “E ai genitori e agli amici delle ragazze e dei ragazzi rapiti da Boko Haram: sappiate che non siete soli”. Invece sono sole, e sottoposte all’orrore. Il video shock che le ritrae “convertite all’Islam” (loro per la maggior parte cristiane), le coglie riunite a recitare – sedute per terra – il primo capitolo del Corano, vestite con lunghe tuniche scure, il solo volto scoperto. Immancabile l’intervista dimostrativa, gli occhi inespressivi: ci siamo convertite dal cristianesimo all’islamismo; mentre un’altra – musulmana – dice di non essere stata trattata male. “Ora sono libere perché sono diventate musulmane; non preoccupatevi per loro, assicura – in tenuta militare, un kalashnikov sulla spalla – Abubakar Muhammad Shekau, il capo di Boko Haram.

Bambine-ragazze colte: il bersaglio perfetto e non casuale, ripeto, certamente intenzionale per far ben capire le cose come stanno e come dovranno andare. Colpite due volte: in quanto donne e in quanto colte. Perché – lo sanno bene i padroni – attraverso l’alienazione dalla cultura passa prima di tutto la possibilità di ribadire un’idea del mondo fallocentrica e maschilista. Passa la possibilità di perpetuare condizioni di sudditanza materiale, psicologica, fisica. Passa l’eventualità di rendere l’umiliazione normalizzata, istituzionalizzata. La certezza che la donna non comprenda mai fino in fondo il livello di mercificazione che della sua preziosa individualità si è voluto, non dismetta mai la rassegnazione rispetto al fatto che quello e solo quello è il suo ruolo, la sua funzione.

Il Rapporto Unicef 2014, Ogni bambino conta, ci pone a contatto con la catastrofica realtà e con le drammatiche contraddizioni della nostra epoca: nonostante decenni di intenso impegno, ancora 57 milioni di bambini (quasi l’intera popolazione italiana) nel mondo non frequentano la scuola primaria; a livello mondiale, solo il 64% dei maschi e il 61% delle femmine nella fascia di età corrispondente sono iscritti alla scuola secondaria. Nei paesi meno sviluppati, questa percentuale scende rispettivamente al 36% e al 30%. Oggi molte più ragazze che in passato frequentano la scuola, ma nel 2011 ancora circa 31 milioni di bambine in età scolare risultavano analfabete. Le vittime predestinate sono sempre loro, le bambine. Come ultimo anello della intollerabile catena evolutiva del capitalismo selvaggio e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, la tassonomia dei senza diritti vede sempre loro all’ultimo posto.

Se il rapporto Unicef declina vari aspetti della condizione infantile nel mondo, Mettere fine all’esclusione invisibile, pubblicato da Save the children nel 2013, penetra in particolare i problemi legati alla alfabetizzazione, alla scolarizzazione, all’educazione dei bambini. Il rapporto conferma che la mancanza di opportunità riguarda soprattutto i più poveri e gli emarginati e che si traduce in una gravissima forma di esclusione: decine di milioni di bambini e bambine saranno privati di reali opportunità a causa del loro genere, della loro provenienza geografica, del reddito dei loro genitori.

250 milioni di bambini in età scolare, pari al 40% del numero globale, non frequentano, hanno abbandonato la scuola oppure ci vanno ma senza riuscire realmente ad acquisire le competenze di base. Questi ultimi corrispondono a circa 130 milioni.
In Africa, solo la metà dei circa 128 milioni
di bambini riesce a raggiungere una formazione scolastica di base. In Sud Africa, benché il 98% dei bambini in età scolare sia iscritto alla scuola primaria, solo il 71% di essi sa leggere. In Malawi, oltre l’80% dei bambini va a scuola, ma solo il 30% ha imparato l’aritmetica.
In molti paesi, nonostante l’impegno per migliorare o mantenere invariati i livelli di apprendimento di base, la situazione sta addirittura peggiorando. In India, ad esempio, negli ultimi 5 anni si è riscontrato un calo nel livello di apprendimento: il numero dei bambini di 10-11 anni capaci di leggere una semplice frase è diminuito del 10% e solo circa il 50% è in grado di leggere un testo semplice, mentre in aritmetica la capacità di eseguire una divisione è calata di quasi il 20%, solo il 25% dei bambini è in grado di fare le divisioni a una cifra”.

I dati raccolti da Save the Children sulla disuguaglianza nei livelli di istruzione rilevano che, sebbene le discriminazioni di genere siano state ridotte in molti paesi, in parecchi casi la frequenza della scuola secondaria viene negato alle ragazze. E persistono anche forme di discriminazione che colpiscono i bambini più poveri e quelli che vivono nelle zone rurali o in aree urbane degradate. Per quanto riguarda le disuguaglianze di genere, si sono rilevati significativi miglioramenti se si considera che il numero di paesi in cui per ogni 100 ragazzi vanno a scuola almeno 90 ragazze si è quasi dimezzato in poco più di 10 anni, passando da 33 a 17. Tuttavia in Africa, le probabilità che le giovani riescano a frequentare la scuola secondaria sono inferiori (rapporto da 8 a 10), mentre in Kenia le probabilità attuali a che questo accada sono addirittura inferiori al 1999. Per quanto riguarda le discriminazioni che colpiscono i bambini che vivono in aree svantaggiate, il rapporto conferma che nell’Africa Orientale gli scolari che provengono da famiglie più benestanti hanno il doppio delle competenze di base in lettura e matematica rispetto a quelli più poveri. In alcuni paesi africani, il 40% dei giovani sono analfabeti, anche se hanno frequentato la scuola per 5 anni. In Etiopia, tra il 2002 e il 2009, il tasso di alfabetismo è crollato tra i bambini più poveri, che hanno 20 volte in meno rispetto ai più agiati la possibilità di essere alfabetizzati. In Nigeria, solo il 28% dei bambini provenienti da ambienti più poveri completano il ciclo delle elementari, contro il 90% dei bambini più ricchi. In Sud Africa, oltre la metà dei bambini poveri non riesce nemmeno ad imparare le nozioni di base, mentre il 90% dei bambini più ricchi riesce ad ottenere un buon livello di apprendimento.

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Un paio d’anni fa Malala salì all’onore delle cronache: i talebani, in Pakistan, avevano sparato sullo scuolabus che riportava la quindicenne a casa da scuola. Ferita gravemente, Malala nel 2012 ha pronunciato un toccante discorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, rivendicando il diritto allo studio per tutti i bambini del mondo. Con un occhio particolare alle bambine. Medesimo focus nelle parole di Valerio Neri, direttore generale di Save the Children: “È come se ci fosse una forma di aggressività in più verso l’educazione femminile. Questo aspetto non si registra solo per motivi religiosi, in Paesi in cui c’è un’interpretazione islamica più restrittiva, ma anche per fattori culturali o altri aspetti che entrano in gioco, come in quasi tutti i Paesi in guerra dell’Africa, dove non sempre il fattore religioso è preponderante. L’atteggiamento che porta i genitori a non mandare a scuola le bambine è spesso dovuto al fatto che le devono dare in sposa, anche molto piccole, in cambio di una dote, magari capi di bestiame, o per mandarle a lavorare. Sono infatti più spesso le femmine rispetto ai maschi ad essere mandate al lavoro, mentre per questi ultimi viene concepito e accettato più facilmente un periodo di alfabetizzazione in cui frequentare una scuola. Spesso gioca un ruolo anche la paura che le bambine possano subire violenza nel tragitto che le porta a scuola, attraversando zone poco sicure, e le madri preferiscono tenerle a casa”.

“Eppure abbiamo dati statistici delle Nazioni Unite”, continua Neri, “che dimostrano che una bambina con un’educazione di base, cioè la capacità almeno di leggere e scrivere, è più capace di un uomo di innescare una microeconomia e che i suoi figli avranno più probabilità di superare i cinque anni di vita rispetto a quelli di una donna che non ha ricevuto nessuna istruzione. Il motivo per cui c’è un accanimento contro l’istruzione femminile può cambiare con il parallelo o il meridiano”, conclude Neri,” e variare da interpretazioni religiose radicali ed estremiste fino a motivi di interpretazione culturale e di matrice economica che spingono a certe pratiche consolidate, ma tristemente l’effetto e le conseguenze sono sempre le stesse”.

Le donne che studiano fanno paura, terrorizzano. Innanzitutto per motivi demografici: masse cospicue ed incolte sono alla base di molte dittature e gli anni trascorsi a scuola dalle bambine corrispondono ad un calo percentuale delle nascite. Boko Haram colpisce diritto al cuore la possibilità più detestabile: avere in futuro generazioni di donne leader; potenziare l’ipotesi di una futura disobbedienza; non assecondare la (non) evoluzione sociale, secondo la quale – per la legge della propria sopravvivenza – i poveri devono rimanere poveri, le donne rimanere e fare le donne. Il futuro o no del Paese – della Nigeria, come dei tanti che consentono a noi il mantenimento del nostro benessere, la sottrazione di risorse per pochi, affamandone e non alfabetizzandone molti – dipende da quanta scuola ci sarà. Quelle ragazze sono state scelte perché portatrici di una forza culturale e quindi di una possibile formazione e consapevolezza politica. La scuola serve anche – soprattutto – a questo.

Un motivo di più per difendere questo patrimonio inestimabile, che invece noi, costola dell’Occidente del privilegio, continuiamo incoscientemente a depotenziare e impoverire.

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Marina Boscaino

Docente di italiano e latino in un liceo classico di Roma, blogger del Fatto Quotidiano e di MicroMegaOnline, e coordinatrice delll’Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica. Scuola e Costituzione il binomio cui ispira la sua attività di insegnante e giornalista e il suo impegno di cittadina.

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