CLIL è la parola d’ordine del prossimo anno scolastico: l’insegnamento di una disciplina non linguistica attraverso una lingua straniera diventa obbligatorio nell’ultimo triennio dei Licei Linguistici nonché nell’ultimo anno degli altri Licei e degli Istituti Tecnici. Insomma, il CLIL è alle porte. Nel nuovo numero de La ricerca l'abbiamo osservato da vicino.

Di recente, durante una riunione di lavoro, uno dei partecipanti ha ricordato così i tempi della scuola: “Il mio professore parlava una lingua straniera”. Evidentemente l’insegnante si esprimeva in un italiano che, per stile, convenzioni retoriche e lessico, risultava incomprensibile allo studente. D’altro canto – poco probabile, ma in linea teorica possibile – può anche essere che l’insegnante in questione parlasse davvero una lingua straniera (quale che fosse: inglese, francese, tedesco, spagnolo o chissà che altro) e lo studente non ci capisse nulla. In ogni caso, il risultato non cambia – lo studente non capisce – e l’affermazione va a toccare quello che era, e tuttora è, un punto critico della didattica: la comunicazione da docente a studente, o meglio la difficoltà di comprensione dell’allievo nei confronti dell’insegnante e precisamente della lingua parlata dall’insegnante. Il punto è critico (ovvio, ma sottolineiamolo) perché quella lingua è la lingua veicolare, la lingua che deve trasmettere i contenuti della disciplina insegnata. Ne risulta l’importanza che dovrebbe, anzi che deve avere l’accertarsi sempre che l’input linguistico sia compreso dagli studenti. E questo vale quando la lingua di studio è l’italiano, ma naturalmente anche quando essa è, appunto, una LS, una lingua straniera. 
L’attenzione alla comprensione dell’input linguistico è una premessa su cui lavora il CLIL (Content and language integrated learning), l’apprendimento integrato di contenuto e lingua. Secondo questa metodologia il contenuto disciplinare non linguistico (DNL) viene acquisito attraverso la LS, la quale a sua volta si sviluppa attraverso il contenuto DNL. Che cosa sia il CLIL in qualche misura lo sappiamo tutti, o almeno ne abbiamo un’idea: del resto è praticato nella scuola italiana dall’inizio degli anni Novanta del secolo passato e attività CLIL sono state attuate con una certa frequenza nel corso dell’ultimo decennio. Eppure, pensare che si insegni fisica in inglese, filosofia in tedesco, storia in francese, storia dell’arte in spagnolo – solo per fare qualche esempio – suona un po’ disorientante, o forse dovremmo dire “babelico”. 
Ma Babele o no, CLIL è la parola d’ordine del prossimo anno scolastico. L’insegnamento di una disciplina non linguistica attraverso una lingua straniera diventa obbligatorio nell’ultimo triennio dei Licei Linguistici nonché nell’ultimo anno degli altri Licei e degli Istituti Tecnici. Insomma, il CLIL è alle porte. Quello che cerchiamo di fare in questo numero è mettere sotto la lente d’ingrandimento un po’ di elementi e, come sempre, porre qualche domanda, analizzando pro e contro. Dunque vedremo quali sono i fondamenti metodologici del CLIL e proveremo a capire che cosa cambia per lo studente e che cosa per l’insegnante. Delineeremo la situazione italiana e la normativa di riferimento. E poi naturalmente indagheremo le difficoltà, quelle vissute e quelle possibili, connesse all’attuazione del CLIL, dagli aspetti pratici legati alla preparazione e allo svolgimento dell’attività sino al confronto con i risultati di apprendimento. Infine, una riflessione: il CLIL sarà praticato soprattutto in inglese, la lingua franca prevalente oggigiorno. Da qui l’approfondimento sulle lingue franche, cui è dedicato il Dossier.
Con il tempo vedremo se (e intendendo che cosa) gli studenti di oggi, un domani, diranno: “Il mio prof. parlava una lingua straniera”.

Sfoglia o scarica il pdf de La ricerca n.6

Chiara Romerio

Redattrice presso Loescher Editore.

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